Solo la fine del mondo.
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Solo la fine del mondo.
12° pensiero positivo
Non è che non ci siano stati momenti positivi. O che non si sia stato il tempo, anche se in effetti è mancato. Ci sono cose che mi passano per la testa e che non sono propriamente deprimenti, ma neanche così tanto allegri - sono pensieri normali, a cui ho dato spazio specifico, non confondendo con la positività.
Di questi giorni passati, posso affermare lo stato di stanchezza visiva, fisica e celebrale, dovuta non tanto al lavoro in galleria (che però è pesante/multi-tasking - dall'occuparsi dell'imballaggio/trasporto di opere in marmo abbastanza pesanti, al correggere e inserire comunicati stampa all'interno di siti e mail, dallo scartavetrare e stuccare le pareti all'andare a comprare utensili da lavoro), ma ad un cadenzare di occupazioni a ritmo serrato che mi hanno molto stancato. Per esempio: l'andare, dopo il lavoro, in giro per gallerie/mostre, poi al cinema, poi uscire con amici, poi rincasare. Attività che prendono energie se si è fuori tutto il giorno e non ci si può un minimo riposare (anche visivamente).
Ma il lavoro in galleria mi piace - non lo idealizzo, so di non venir pagato, so di essere "lo schiavo". Però mi sento parte integrante, quando C.2 (l'assistente) si occupa della "press release", della comunicazione con gli artisti, di quello che c'è da fare, e io con lei.
Sono andato tre volte al cinema questa settimana ed ogni volta l'esperienza è stata diversa. Preferisco i piccoli cinema con poche persone, silenziose, che ti lasciano vivere la visione come atto intimo, come se stessi in una camera da solo e accidentalmente scoprissi di essere "tra la gente".
In casa le cose sono più o meno normali, mi sono abituato alla mia camera, che man mano rendo mia, la tengo in ordine, la arieggio, la inondo di musica - nelle altre stanze musica ad alto volume, cronaca calcistica e voci del sud troppo alte, porte richiuse a chiave, la cucina lercia. Fuori la mia stanza, la gente cammina, parla, e la sento come se condividesse la mia camera - non mi dispiace molto, infine sento di nuovo "la vita". A San Giovanni, dal balcone del mio ultimo piano, dalla mia camera o dalla stanza in fondo, mi affacciavo a vedere "la vita", il traffico, il brusio, la gente entrare e uscire dalle pizzerie, incamminarsi verso la metro, verso Piazza Re di Roma, verso Piazza Tuscolo. Ora ascolto il vociare del bar/tabacchi di fronte, della gente di Via Latina, di quelli che vanno verso Piazza Zama, degli autobus, del 628, e mi sento tranquillo; lascio le finestre aperte, lascio entrare il sole, il vento, lascio entrare le voci, e chiudo tutto solo quando inizia a sbattere tutto e quando sento di averne abbastanza, di essermi caricato abbastanza.
Sliding doors
M'ero detto che avrei scritto un pensiero al giorno.
Ma gli impegni alcuni giorni sono inarrestabili e non c'è tempo per scrivere. Il dodici maggio ho pensato alle "sliding doors":
Inevitabilmente, di giorno e di sera, mi succede di percorrere la via di casa, passando davanti la via, davanti la porta con scalini, davanti all'edificio con su scritto la via di Andrea. Non abita più lì, ne sono sicuro, altrimenti ci saremmo incrociati. Che frustrazione, eppure, che dolcezza nel ricordo. Forse è questo il segreto di viversi bene la vita, creare momenti da ricordare che durino il giusto tempo per non rovinare la positività, senza creare futuri - creare solo piccoli presenti.
Mi fa strano pensare che il ragazzo che prima abitava questa camera, la camera di Ponte Lungo/Piazza Zama, è stato coinquilino di Roberta, mi fa strano averlo conosciuto una volta, aver mangiato con lui e Roberta una pasta con pomodorini freschi cucinata da lui, mi fa strano l'associare la stessa persona a due comportamenti diversi: il premuroso e gentile di Via Sibari e lo stronzo egoista affetto da tabagismo di Piazza Zama. E la cosa che mi fa ancora più strano pensare è che Fabio, quel ragazzo che pure abitava con Roberta a Via Sibari, è di nuovo nei paraggi.
L'altro ieri (il dodici maggio) ho visto Roger nell'autobus che mi portava a Largo Argentina. Roger, brasiliano, che vive a Barcellona, che mi ha molto annoiato/spaventato l'anno scorso, sul finire di aprile ed inizio maggio duemilaquindici, era lì, in piedi, con l'aria sbigottita, mi ha riconosciuto e io altrettanto. Abbiamo scambiato un gesto di sorpresa e uno di saluto, di sottecchi ci siamo un po' guardati, ma tra me e lui c'era una calca di persone e al di là di queste, una non voglia, almeno da parte mia (ma credo anche da parte sua) di aprire un vaso già chiuso. Ero anche un po' stanco, lo si vedeva dai miei occhi. Ma anche se non lo fossi stato, per me rappresentava un estraneo col quale ho intrattenuto per breve tempo un rapporto virtuale; così come estraneo mi è Lorenzo, o Marco - le persone che entrano nella tua vita non è detto debbano per forza cambiartela o che ci debbano essere per forza. A volte, cancellarle a fondo, negarne l'esistenza è di meglio si possa fare per loro.
Open Relationship
Non avevo mai valutato o minimamente pensato al tipo di relazione aperta, prima di Marco.
Dopo di lui, la questione è spinosa, mi rendo conto che non tutti amano allo stesso modo, che la relazione a due si trasforma in un modo o nell’altro in una relazione a tre inevitabilmente (amanti per esempio). Ma dove, quelli che condividono la visione aperta, ci vedono una soluzione, io ci vedo un problema.
Ho letto proprio ora una risposta di un giovane fotografo/artista alla domanda sulle relazioni aperte. Mi sembrava di leggere Marco.
Dopo di lui, capisco che c’è gente che ragiona in questa maniera, che pensa di creare una alternativa alla tradizionale relazione monogama, nella quale spesso desideri e voglie più o meno represse sfociano nel tradimento e nel ferirsi a vicenda. Ma se io non volessi altri che l’altra persona? Ma se io non vedessi, non ci pensassi più di tanto di scoparmi quello o quell’altro e mi sta bene e mi soddisfa, mi rende felice stare con l’altra persona? Questo è quello che non capisco.
Ho dato a Marco libertà e comprensione, e questo a prescindere dal fatto che lui volesse una relazione aperta. Ho suggerito esperienze di rapporti a tre, per toglierci lo sfizio - a entrambi, perché le curiosità a letto ci sono. Ma lui era, come Igor dice, il mio miglior amico - perché mai avrei dovuto ferirlo, perché raccontare le avventure, perché preferire il corpo/l’anima di altri alla sua, se la sua mi basta?
Forse è colpa mia. Sono immaturo, o idealista, o romantico, ma credo che la relazione aperta sia un gioco per tenere stretta l’altra persona, senza mettersi realmente in gioco - qualcosa di leggero, superficiale, per persone che vogliono avere tutto e nulla, tutto e subito, è da egoisti. Giudico la cosa, da persona che ha sofferto le ripercussioni, non a priori. Non dico che la gente che ha relazioni aperte non sia capace di amare, dico solo che c’è dell’ipocrisia anche nella relazione aperta, perché se ami qualcuno non cerchi altro. Non è accontentarsi, non è limitarsi, è semplicemente amarsi che vuol dire essere ciechi per il mondo intero e vedente per una persona - se diventi miope per altri, significa che quella persona che prima amavi, con la quale ti bastava vivere i piaceri e i dolori, adesso la ami meno, e qualcuno ha preso il suo posto.
Marco mi diceva sempre che io sono assolutista, che non è tutto bianco e nero.
Beh, sai che c’è? A volte sì. Io amavo te. Tu non amavi me. Tu ami Gabriele. Quindi vattente a fanculo te e i tuoi discorsi da illuminato progressista alternativo destocazzo.
Perfetti sconosciuti è un film commedia del 2016 diretto da Paolo Genovese.
11° pensiero positivo.
Mi manca Ilaria.
Come incipit per questo pensiero non è il massimo, ma tant’è. Ci sono momenti che vorrei contraddirmi e contattarla subito, raccontarle della nuova casa, dei coinquilini (proprio a lei che su i coinquilini suoi ci ha scritto pagine e pagine), farle vedere la nuova casa, farla stare qui, anche solo per un fine settimana.
Oggi è stato un bel giorno. Mano a mano mi abituo alla nuova vita. Lavorare in galleria mi piace, e se potessi starei più del dovuto. E infatti oggi sono volontariamente rimasto un’ora in più. Une delle due che gestiscono la galleria è napoletana, ma non si sente minimamente, quando parla a telefono, e non solo, usa una voce impostata, da attrice, dalla dizione buona e marcata, con le vocali un po’ chiuse come la bocca, molto gentile, sempre molto gentile, mai acida, ma si vede che è frutto di un lavoro lungo d’anni - ha vissuto otto anni a Milano, ha l’età di mio fratello quasi, ossia ha 2-3 anni in più di me.
#10° pensiero positivo.
Non sottovalutare le conseguenze degli odori.
Ho seguito un ragazzo dal tram fino a un certo isolato solo per il suo profumo (e per la sua avvenenza ovviamente). Quasi come un novello Grenouille avrei voluto stargli intorno senza che se ne accorgesse e annusarlo bene.
Ho fatto un giro pomeridiano verso il Parco della Caffarella e poi San Giovanni.
Mi sento meglio, dai.
# 9° pensiero positivo
Non bisogna sottovalutare le conseguenze degli odori.
Sono nella mia nuova casa di Ponte Lungo, la mia stanza è stata precedentemente occupata da una persona che ha fumato sigarette in grandi quantità, creando un velo di puzza su ogni parete e mobile e con i pacchetti delle sigarette ci ha fatto un cubo di 30 cm circa. Di nuovo, entro in conflitto con i forti odori del tabacco, del sudore e della sporcizia.
Il precedente inquilino era ancora in camera quando ho cercato di entrare con la chiave. Ha lasciato il suo posto solo una volta che gliel'ho intimato e dopo quasi un'ora, con tutta calma.
Ho aperto le finestre, ho arieggiato, ho spostato i mobili, mi hanno aiutato mio fratello e una sua amica, ho pulito e messo a posto alcune cose e poi mi sono sentito stanco, poi mi sono sentito triste.
D'improvviso ho sentito un odore familiare e mi ha fatto venire in mente altro. Sono solo in camera, come avrei voluto essere per così tanti anni durante la permanenza a San Giovanni.
Ma qui non è casa Amiterno. Qui il letto è duro, non è l’ultimo piano ma un piano terra/rialzato, l'affaccio è sulla strada, si sentono tanti rumori. Qui non ho nemmeno quelle poche certezze condominiali/d'inquilino. È una tabula rasa emozionante, certo, però allo stesso tempo è anche dannatamente nuovo, mi ritrovo dannatamente solo - qualcosa di positivo/negativo.
Mentre scrivo cerco di pensarci su e non vedere pesto; è un nuovo capitolo. Fanculo tutti, fanculo tutto, che mi goda questi mesi!
Sono fortunato, ho una famiglia che mi supporta cento/cento, che mi vuole bene e alla quale voglio bene, alla quale mi sembra di dover tutto.
Adele è stata una ottima padrona di casa, si è messa a disposizione e mi ha fatto anche compagnia - abbiamo parlato tanto, di molte svariate cose.
Ho incontrato Piera, che stimo moltissimo; avessi io la sua intraprendenza e la sua tenacia, al di là del suo talento! Piera è un personaggio comico teatrale, in tram, mentre andavamo verso Flaminio, alcune persone sorridevano mentre lei parlava con forte caratterizzazione delle parole napoletane - mi ha fatto piacere mi abbia chiesto se mi andasse di vedere a teatro "La Merda". In fondo, io so che questo è solo momentaneo, questa voglia di piangere è solo uno sfogo, è solo un necessario riciclo dell'umore, come quando piove per poter far uscire il sole.
# 8° pensiero positivo
Avevo questo pensiero chiuso nella mia testa e non appena ne sorridevo, il secondo dopo lo mettevo da parte. Ciò è da giorni, precisamente cinque.
È da quando sono ospite a casa di Adele che mi viene in mente che è bello ed è strano immaginarmi come una specie di "uomo di mondo": in questi ultimi anni ho dormito in così tanti letti diversi, letti di fortuna, che il sol pensiero di me stesso di qualche anno fa che affermava di poter dormire solo nel suo letto di casa mi lascia stampato un sorriso.
In maniera naturale, spontanea, ho abbandonato varie coperte di Linus.
Ancora non so cucinare, e mi imbarazza mettermi ai fornelli, ma mi so adattare e questo non solo in ambito domestico. L'uomo di mondo di cui parlavo prima è quella figura dell'avventuriero, del viaggiatore, di colui che prende tutto come viene.
Negli anni sono diventato questa cosa qui, e il cambiamento, avvenuto senza che io lo decidessi, senza che io lo comprendessi, mi diverte abbastanza.
# 7° pensiero positivo - glicine
Guardare al passato è qualcosa che non smetterò mai di fare; ne sono sicuro, non riesco a non farlo. Gli autobus girano per quelle vie solcate un anno, due anni prima. Lì è dove ho accompagnato Roberta, là io e Lorenzo abbiamo mangiato cinese, nello stesso ristorante ci sono venuto anche con Marco e gli ho fatto cadere del vino bianco sui pantaloni sabbia quando ancora non era Marco. In quella via, svoltando l'angolo c'è la casa di quel napoletano a cui ho fatto un pompino (che gran pescione che aveva), da quell'altra parte c'è il palazzo signorile di quell'ischitano che in maniera signorile proprio non si è comportato. E poi, qualche incrocio più giù da dove ho preso casa adesso, c'è l'ingresso della casa del sorano. Taccio le vie e le strade percorse con Ilaria, con Valentina, Francesco e Arianna.
In questo periodo nel duemilacinque accoglievo Martina nella mia casa di San Giovanni, l'aria era tiepida e il glicine in fiore. Ho un bel ricordo di quel momento, soprattutto perché è da quel momento che ho cercato di mettermi in gioco. È solo grazie a come mi sono sentito, ospitando Martina, che ho spontaneamente e inconsciamente offerto ospitalità a Marco, un Marco diverso da quello di oggi, e un Marco diverso da quello di gennaio. Io, pure diverso dal me di oggi, iniziai a contattare via chat, a dare appuntamenti, a correggere i miei difetti di autostima. Proprio allora, proprio in quel periodo, proprio quando un anno ancora prima (due anni fa, nell'aprile 2014), Lorenzo mi apriva una ferita dove già perdevo sangue.
Ricordo l'aprile duemiladodici, perché da poco mi ero trasferito a Roma, e già partivo per Lisbona. Mi si era fissata nella testa "Born to die" di Lana del Rey, mi lasciava malinconico, il cielo di Roma era plumbeo e Ilaria mi riprendeva dicendo che non dovevo essere triste. Dell'anno seguente non ho grandi ricordi, solo il sole caldo di San Giovanni e il mite stare sul balcone senza preoccupazione. Rivedendo in archivio il mio aprile 2013 mi sono reso conto che è stato il più prolifico e bello degli ultimi anni, fatto di film, mostre, libri, corsi, parchi, relax.
Il ventotto marzo duemilaotto moriva mia nonna. Io ero a Napoli, ad una conferenza su uno scrittore catalano.
Il ventotto marzo duemilaquattordici per la prima volta ho fatto l'amore, nel letto dell'ultima camera della casa a San Giovanni.
Il ventotto marzo duemilaquindici ho avuto la prima vera crisi di depressione, susseguitasi a una serata di sbronze in compagnia di amici a Subiaco.
Il ventotto marzo duemilasedici mia madre mi ha partorito di nuovo.
[...]Dalla disperazione non mi resta che succhiarmi i polpastrelli, e mentre sono lì, che me li succhio, da sola, nel buio, mi viene da staccarmi con i denti una falange, ed è proprio in quel momento che non già penso, ma so, che la soluzione, la vera soluzione finale, è quella di mangiarmele queste mie cosce, ed è solo così, mangiandomele, e sbranandole a morsi, togliendole da me per sempre, cacandole fuori dal culo una volta mangiate, queste mie cosce, mi lasceranno libera, libera di essere la donna che sono [...]
Cristian Ceresoli, La Merda, 2012.
LAMERDA*
Ho visto Chiara piangere. Ho visto Ilaria allontanarsi. Ho visto mia madre avere un innalzamento di pressione. Ho sentito da terzi di mio padre in lacrime. Sembro un mostro agli occhi esterni. Eppure, non avevo intenzione di fare male a nessuno, se non al sottoscritto. E la cosa mi feriva, non mi faceva dormire la notte; come in una specie di trance, ero stregato. Non è stato bello per me.
Tutto è passato? chissà. Non credo.
In un libro, Le Ore, Michael Cunningham fa dire a Virginia Woolf che nel suo libro (Mrs Dalloway), qualcuno deve morire per permettere agli altri di apprezzare la vita. Nel caso del libro di Cunningham, al posto della madre del poeta, c'è il poeta che muore. Me la sono sentita un po' addosso questa scena, alla rovescia. Quel giorno, ho temuto per la salute di mia madre, tanto che quasi gliene ho voluto, non gliel'ho ancora perdonato che con tanta fatalità ha ficcanasato nelle mie cose, nel mio zaino, proprio nella mia agenda, un decina di minuti prima che uscissi di casa.
Forse questo è successo: il malore di mia madre, mi ha riportato alla vita.
O forse è solo una botta di paura.
Soldi permettendo è d'obbligo che io inizi una cura, in maniera che non debba preoccuparmi sempre di eventuali cali umorali e pensieri lugubri, che inizi una mia vita e che sia meno prepotente con i sentimenti altrui.
In questi giorni, in questa prima settimana di aprile credo di aver fatto un buon lavoro. Ecco perché ho bisogno di non smentirmi, questa volta. Per tutta la vita ho avuto bisogno di una smentita che mi facesse ricredere dal mio essere so-tutto-io.
*Stasera vado a vedere lo spettacolo teatrale “La Merda” al Parco della Musica.
Ryan McGinley, William (Floating Trees), 2012
#6° pensiero positivo.
Ora come ora, ad oggi, giorno 7/04, alle 14:55, sono invaso da una leggera ansia. Sono solo in galleria, le galleriste sono a Milano, e temo qualora mi chiedessero di fare cose per loro che sono in Fiera da qui, senza che mi ricordi o sappia usare i sistemi informativi, appresi in meno di cinque ore l’altro ieri, per la prima volta su computer che non sono sistema windows.
Nonostante ciò, mi rimangono giusto due minuti di tempo della mia pausa pranzo (autoimposta) e quindi scrivo. Ieri è stata una bella giornata, in fin dei conti. Il lavoro con la seconda gallerista è stato meno pesante - ho lavorato d’archivio e ogni tanto ho risolto cose (tipo con la Telecom ho discusso a telefono per un danno alla linea telefonica). Sono andato al cinema. Ho preso/bloccato la casa e tutto è stato più o meno senza particolari problemi.
Mi sento meglio, ma ho paura di strangolarmi con le mie stesse mani. Stanotte non ho dormito bene, ero preso da preoccupazioni. Devo lavorarci su questa cosa.
p.s.:
ma quanto sono tecnoleso da uno a dieci?
Lo chiamavano Jeeg Robot è un film del 2015 diretto da Gabriele Mainetti e scritto da Nicola Guaglianone e Menotti.
L’Aquila non è più casa mia - dal reportage fotografico Displacement: new town no town di Giovanni Cocco & Caterina Serra (2014/15).
Non voglio più specchi
per i miei amori. Se ho chiusi tutti i cancelli
non è per paura di aprirmi. Chi ha deciso di lasciare
fuori il presente. E di fare del passato
questo cimitero. E di non avere più niente da volere?
Stefan Brüggemann, This work should be turned off when I die, 2011