Se me lo dicevi prima
Se c’è una cosa che non mi manca di quella breve fase della mia vita da militante politico è proprio dover sopportare le serate per affrontare “l’analisi della sconfitta”. Un inesorabile punto all’ordine del giorno che si trovava in bozza anche nella notte della quasi vittoria prodiana e solo due volte, grazie al Mattarellum, sono riuscito a evitare.
E qui finisce il momento memoria.
E’ il primo punto però per il commento a quanto accade in queste ore.
Ci risiamo.Â
“Viaggio nei territori che hanno abbandonato i 5 Stelle”. “Come mai la sinistra ha perso”. Solo per citare alcuni titoli che sono spuntati oggi nelle cronache politiche dei quotidiani. Nelle cronache, nella migliore delle ipotesi, evitando, invece, l’etichetta meravigliosa di “approfondimento”.
Non ci giro intorno: ma non sarebbe meglio dirlo prima? Raccontare prima territori che stanno cambiando pelle e approccio?
Non sarebbe meglio impostare l’agenda editoriale proprio partendo anche dagli inciampi di alcuni episodi, ma cambiando rotta?
Lo dico ai colleghi che spesso continuano a ribadire la loro nostalgia dei cronisti che consumano le suole delle scarpe: mi sembra un’ottima occasione per mettersi in cammino.Â
Lo dico perché avevamo detto di aver imparato la lezione dopo l’elezione di Trump.
Lo dico a me stesso, perché spesso mi sono appellato allo spirito predittivo dei numeri per capire fenomeni attraverso statistiche e tendenze, ma la verifica, invece, richiedeva lo spostamento (magari) fisico.
Vi ricordate?
https://www.nytimes.com/2016/11/09/podcasts/election-analysis-run-up.html
“That was an extraordinary admission; if the news media failed to present a reality-based political scenario, then it failed in performing its most fundamental function”.
 https://www.nytimes.com/2016/11/09/business/media/media-trump-clinton.html
Perché il resto è impacchettamento, forma, distribuzione e tutto quanto potrebbe portarci fuori tema. Ma il punto, invece, è la nostra funzione: il nostro ruolo nel mondo.












