Città sommerse
18/06/2021
La strada a sterro si spinge dritta e sicura in mezzo al nulla apparente di canali in secca e campi strinati dal sole. Sono le diciotto e diciassette, stando ai metadati del cellulare che accompagnano lo scatto. È il sette giugno e da poco è passato un acquazzone violento che mi ha sorpreso a pochi chilometri da Siena e mi ha accompagnato per buona parte del viaggio.
Sul fondo una fila compatta di alberi dalla chioma rigogliosa e una macchia fitta di arbusti sfonda i margini del visibile, come il lato lungo di un gigantesco caravanserraglio, una Fata Morgana alla fine di una giornata di cammino allucinato.
Le nuvole sembrano correre precipitosamente altrove spinte da una brezza rigenerante, ma è un'altra illusione fotografica: l'aria è un cencio sudicio e bagnato, spinto a forza in gola. La pioggia ha rivoltato la terra cavandone fuori gli umori stantii.
Alle mie spalle (non troppo distante), la foto non lo mostra ma c'è il Lago della Gherardesca, mesto rimasuglio di quello che un tempo era il vasto bacino del Lago di Bientina (noto anche come Lago di Sesto), uno dei più estesi della Toscana fino alla bonifica dell'Ottocento. Oggi la palude che ha preso il suo posto rivive, a cavallo fra autunno e inverno, il suo tanto decantato passato, quando l'acqua piovana si accumula per così tanti giorni da ribaltare in terra il cielo ogni volta che il sole scende dietro al Monte Serra.
L'ho sempre percepito come un posto strano il Padule di Bientina, feroce per certi versi, poco addomesticabile, eppure segnato ovunque da un brulicare nervoso di esistenze.
Secondo una leggenda locale, le acque del lago, per secoli, avrebbero celato l'antica città di Sextum, affondata con tutti i suoi abitanti dalla consueta suscettibilità di dei vendicativi e permalosi che non ne approvavano lo stile di vita. Solo una coppia di anziani dalla condotta ineccepibile sarebbe stata risparmiata insieme alla propria casa, rimasta all'asciutto nel punto del padule conosciuto poi come l'Isola. Qui una struttura architettonica diversa dall'abitazione dei due anziani graziati, con un suo potenziale suggestivo, vagamente marziale e indubbiamente decadente, sopravvissuta come un relitto spiaggiato alla mattanza del tempo, ha acceso per anni le mie macabre fantasie e ha accolto come uno scrigno tutte le paure che il me di allora coccolava e nutriva come una colonia di cuccioli.
Per tutta la vita è qua intorno che ho tentato invano di ambientare le storie più nere che non sono mai riuscito realmente a scrivere o a portare a compimento. Abbozzi, idee vaghe appuntate su fogli volanti o dentro quaderni-scoglio destinati alle profondità di scatoloni (con i libri dell'università e delle superiori) ammassati in soffitta. Ma nella mia testa eccitata il posto era questo, alberi lugubri, carcasse, rifiuti e distese desolate, pochi altri luoghi si portavano dietro la stessa inquietante aura. Credo dipenda dalla mole di cosa passate per questo acquitrino: rovine di epoca etrusca e romana che mercanti e pescatori scorgevano a pelo d'acqua mitizzandole; zone di pesca e caccia contese energicamente fra gli abitanti delle diverse sponde; storie presunte, terribili (che un amico o un conoscente, a volte un parente, giuravano di aver sentito da fonte attendibile), di persone affette da nanismo o transessuali trovate carbonizzate in una delle tante cascine abbandonate di cui si sono perse le tracce, forse demolita, forse mai esistita o digerita per sempre dalla vegetazione.
Quando ero ragazzino la Bientinese, la lunga e gommosa coda d'asfalto che congiunge l'estrema periferia della provincia di Lucca con la fronte di quella pisana, si riempiva la sera di auto che procedevano a passo d'uomo. I conducenti si fermavano a ogni piazzola per confrontare i prezzi delle ragazze africane con le tariffe di quelle dell'Est Europa, o formavano un carosello di andate e ritorni strombazzante e meschino al bivio per Orentano, dove i giovani brasiliani (che la gente di paese ci aveva insegnato a chiamare viados), ogni notte si forzavano a cantare e ridere, nonostante il pubblico sgradevole e animale. Ricordo i pastori a riposare sotto l'ombra degli alberi che costeggiano a intermittenza il Canale Imperiale, parallelo alla carreggiata. Il porchettaro con il suo furgone, fermo davanti alla zona di lancio della Folgore ad attendere paziente, occhi al cielo, l'atterraggio della brigata di paracadutisti di turno, affamata dall'adrenalina del lancio.
Ma più di tutto, ricordo un giorno di cielo coperto in cui mi avventurai da solo con un vecchio Phantom Malaguti lungo un tragitto stretto e sassoso, lasciandomi alle spalle incubi e racconti dell'orrore, molta spazzatura, sportelli di frigorifero, lamiere corrose e bruciate, schermi sfondati di vecchi televisori. Allora non esisteva ancora True Detective (forse Pizzolatto neppure aveva ancora buttato giù la trama di Galveston), penso alla prima stagione, quella con Matthew McConaughey e Woody Harrelson, quell'immaginario, l'ambientazione, le suggestioni, sono la cosa più vicina oggi alla sensazione che allora mi lasciava il Padule fra stomaco e palato, con le ovvie debite differenze. C'era Lynch nel mio immaginario mentre attraversavo quelle strade e quei campi, se restiamo in tema di serie tv, ma Twin Peaks era un altro genere di fascinazione, un altro luogo interiore maledetto, più complesso e stratificato, che avrei compreso solo molti anni dopo.
Provai a capire dove portava quel sentiero, se la strada a un certo punto sarebbe finita, costringendomi a ritornare sui miei passi. Era autunno e già scorgevo a poche decine di metri davanti a me il pavimento lastricato d'acqua che segnava la fine del mio percorso.
Appena prima, circondato da un mausoleo di foglie e rami intricati (o almeno questo è il ricordo che mi porto dietro), spiccava un elemento che, per qualche ragione, cozzava con il paesaggio: una cosa come una vela sporca o un vecchio stendardo, ma solida, fatta per durare. Quando mi trovai davanti alla lapide, un cippo commemorativo privato in mezzo a un deserto di fango, canneti e prati umidi, provai il cortocircuito che danno certe storie impossibili da non raccontare.
La lapide era un segno, lasciato molti anni fa (credo ormai più di sessanta) a imperitura memoria da due genitori distrutti per la morte assurda del figlio che viveva con loro dentro a quel nulla (da qualche parte, sicuramente non troppo distante da quel “promemoria”) ed è rimasto ucciso (se non ricordo male) su una spiaggia della Versilia durante una gita scolastica o di piacere, dalla scarica istantanea e irreversibile di un fulmine.
Strano quello che mi solleticò la pancia, strano lo sguardo antico del ragazzo nel ritratto in bianco e nero fissato sulla pietra, il senso definitivo di pace intorno, il cielo che subito dopo cominciò a borbottare, la fretta di tornare a casa, di non trattenermi oltre.
Non ho mai dimenticato quel giorno, ma non sono più stato lì.
Un paio di settimane fa sono tornato al mio paese e prima di qualsiasi impegno, prima di vedere qualcuno, ho sentito il bisogno di camminare un po', respirare cose andate, persone che non ci sono più. È stato quasi automatico, una sorta di sonnambulismo consapevole, un'ipnosi semi-pianificata, ritrovare questo luogo dell'anima al contrario, il Lago di Bientina, il mio tenero abnorme giardino dell'incubo, e imboccare sentieri che nella migliore delle ipotesi non portano a niente e nella peggiore non portano a niente di buono. Perché qui proprio non puoi sentirti a tuo agio, eppure questo posto ti chiama.
La fotografia qua sopra mostra una strada che forse conduce a quella lapide, ammesso che sia il percorso giusto, ammesso che non sia stata distrutta o che ci sia ancora, ammesso e non concesso che sia effettivamente esistita.
Alessandro Pagni
Ascolto: Karate, There Are Ghosts













