Nella mia vita ho incontrato diverse persone che mi hanno raccontato, anche quando erano in silenzio, della loro solitudine.
Ne parlavano come se fosse una malattia ed io pensavo che forse pure io anni fa non ero esente dal sentirmi come loro.
Col passare del tempo la mia solitudine l'ho arredata così tanto bene da non saper più nemmeno cosa significa essere soli.
Ma pure io lo sono stata.
Sola, ferita, addolorata.
Credo che il primo sentimento che ho dedicato alla solitudine sia stata la rabbia.
Ira contro il mondo, ira contro chi mi amava, ira contro chi mi lasciava, ira contro me stessa.
Non riuscivo a spiegarmi perché ci avessi messo tutto il cuore possibile ed avevo ottenuto in cambio il dolore di sentirmi abbandonata e non più amata.
Ho trascorso quasi due anni a lavorare su me stessa per non lasciarmi sopraffare più dal sentirmi sola e dal dolore di aver perso chi amavo.
Credo di aver fatto un buon lavoro sotto un certo punto di vista. Sono stata "forte" ai miei occhi.
Avevo pianto tanto ma alla fine avevo ancora un sorriso. Mi ero sentita sola ma ero sopravvissuta a quella sensazione di aver perso l'amore della mia vita.
Poi sono arrivati altri lutti nella mia vita ed avevo superato anche quelli con la forza che credevo di aver edificato dentro me.
Avevo fatto un buon lavoro nell'imparare a vedere un sentimento per quello che era stato, come un'esperienza di vita di cui farne tesoro e non più per quello che poteva essere.
Questo l'avevo fatto così egregiamente che non mi sono resa subito conto del costo che ho pagato, di tutti gli altri pensieri che si erano annidati dentro di me.
Quello che prima era un "Ale puoi farcela" è diventato "Ale ce la fai".
Che detta così può essere anche una frase ottimistica ma è il senso che mi sono cucita addosso che mi ha stracciata a poco a poco.
Se ce l'ho fatta a perdere un amore ne posso perdere altri cento.
Se ce l'ho fatta a perdere qualcuno che amo, posso farlo sempre.
Mi sono già spezzata così, niente può fare di peggio.
E nello stesso tempo niente può fare di meglio.
C'è una canzone che dice queste esatte parole: "C'è un grande salto in fondo al cuore, prima deserto adesso un'oasi. Via i cancelli per favore, che non mi servon più. Via le lame dal mio cuore, via le cose che lo umiliano".
Mi sono murata dentro perché l'amore mi costa essere troppo viva. Mi costa sentirmi nuda davanti al dolore quanto alla felicità.
Ho sradicato tutte le porte per difendermi da ciò che mi fa male.
E così facendo mi proteggo anche dalle cose belle che non me ne fanno. Perché inevitabilmente me ne faranno. Se non oggi, domani. Se non ora, prima o poi.
Col senno di poi, mi sono stesa addosso un velo che è diventato un tappeto così pesante da soffocarmi.
Avrei dovuto imparare a dire "se puoi sopravvivere alla perdita di un amore, puoi AMARNE altri cento". Avrei dovuto imparare che persino quando provo dolore sto vivendo.
Che ben venga allora sentirsi fragili, distruttibili, sensibili, piccoli, indifesi.
Ma non è questo che ho fatto.
Ho costruito una fortezza intorno e dentro di me perché temo tutte le cose che mi fanno sentire viva.
Che mi fanno sentire che posso essere spezzata.
Anche quelle più belle, anche le persone che più possono amarmi al mondo.
Così ho smesso di essere io quella che viene ferita. Ho iniziato io a distruggere tutto.
Ad evitare ogni spiffero dalle crepe della mia fortezza. Ho chiuso tutte le tende. Blindato tutte le finestre.
Ho smesso di ascoltarmi profondamente.
Perché se mi ascolto davvero, se mi concedo di farlo, comincerò a rimetterci il cuore nelle cose che faccio.
E mi fa più male del morire dentro.