A volte mi sento perso.
Non perché non sappia cosa fare, so riempire ogni ora, ogni spazio, ma perché non so dove sto andando.
Le mie giornate scorrono piene, ma vuote di direzione.
Mi muovo, produco, rispondo, inseguo, ma raramente scelgo.
Non sto guidando.
Sto reagendo.
E allora succede qualcosa di sottile:
i mezzi diventano fini,
le abitudini diventano binari,
il lavoro diventa una direzione che non ho deciso.
E io mi adatto.
Mi lascio portare.
La mia ambizione non è assente - è troppo grande.
Così grande da essere cieca.
Voglio tutto, e per questo non costruisco niente che resti.
Le cose accadono, una dopo l’altra, e io le chiamo “percorso”.
Ma spesso sono solo conseguenze.
A tratti mi sento presente, quasi lucido, come se potessi afferrare tutto.
Poi scivolo di nuovo.
E torno movimento senza centro, azione senza intenzione.
Il mio entusiasmo esplode e crolla.
Si accende veloce, si spegne senza lasciare traccia.
La soddisfazione è un lampo: illumina, ma non scalda.
Il tempo passa e non lo trattengo.
Il corpo cambia e non lo ascolto.
Gli interessi nascono, si intrecciano, si dissolvono.
Niente resta abbastanza a lungo da diventare parte di me.
E dentro, una fame.
Costante.
Inquieta.
Ma senza nome.
Carriera, libertà, denaro, controllo, pace, silenzio, compagnia, tutto mi attrae, nulla mi ancora.
Una roccia in un ruscello:
ho peso, ho sostanza, ho potenziale ma non ho posizione.
Se non scelgo dove incastrarmi,
il flusso mi levigherà fino a perdere forma.
E non succede all’improvviso.
Succede lentamente.
Giorno dopo giorno, una scelta non fatta dopo l’altra.
Finché un giorno mi accorgo di essermi mosso tanto, ma di non essere mai diventato niente di preciso.















