Mike Driver
cherry valley forever
AnasAbdin
Today's Document
Cosimo Galluzzi
todays bird

PR's Tumblrdome

Origami Around
trying on a metaphor
styofa doing anything
sheepfilms
I'd rather be in outer space 🛸

★
No title available
RMH
Lint Roller? I Barely Know Her

Discoholic 🪩
dirt enthusiast

shark vs the universe

❣ Chile in a Photography ❣
seen from United States

seen from Australia

seen from Australia

seen from France
seen from Poland

seen from United States
seen from Germany
seen from United States
seen from Germany

seen from Malaysia
seen from United States
seen from United States

seen from United States

seen from Mexico

seen from Australia
seen from United States

seen from Germany
seen from Germany
seen from China

seen from Italy
@alienogay
VORACIOUS SOCK WHORES JUST CAN'T STOP HUFFING DIRTY STINKY SOCKS.
Throup
Looks about right
Niceee
Daddy is massaging and worshopping my sheer socked feet! It felt great and relaxing!
This is so fucking hot and sexy!
Touching and sniffing his sock-covered feet would make me want to suck his cock, eat his cum, and shoot my load!
Il profumo dei limoni il seguito
Il sabato dopo Alberto tornò.
Ci tornò dicendosi che erano i migliori limoni che avesse mai comprato, il che era probabilmente vero ma non era l'unica ragione. E quello dopo ancora. E la terza volta Angelo lo stava già aspettando — o almeno così sembrava — con un limone messo da parte in un angolo della cassa, più grande degli altri, quasi luminoso come se avesse assorbito più sole degli altri.
— L'ho tenuto per te — disse Angelo, con quella semplicità che nelle persone vere è la forma più alta di eleganza.
Alberto sentì qualcosa scaldarsi nel petto. Una cosa piccola ma precisa e luminosa, come la fiamma di un fiammifero in una stanza che non sai quanto sia buia finché non vedi la luce.
Il Profumo dei Limoni
Il mercato di Garbatella aveva quell'odore antico che Roma sa conservare solo nei suoi quartieri più veri: pane caldo, spezie, voci che si sovrappongono come strati di storia. Alberto ci arrivava ogni sabato mattina con le mani in tasca e un senso vago di mancanza che non sapeva dove mettere. Viveva solo da sei anni, da quando la sua ultima storia era finita nel modo in cui finiscono le cose tristi: non con un litigio, non con una scena, ma con un silenzio che era cresciuto piano piano finché non aveva occupato tutte le stanze.
Aveva quarantadue anni. Un appartamento al terzo piano con i gerani sul balcone, una libreria disordinata, e la domenica mattina che durava troppo.
Non cercava un'avventura. Le avventure le aveva conosciute e sapeva già come facevano: arrivavano con la promessa di qualcosa di grande e se ne andavano lasciando solo il profilo di un'assenza nuova. Cercava altro. Cercava qualcuno con cui litigare sul dove mettere il divano e poi ridere insieme. Qualcuno a cui dire ti fa male qualcosa? e ricevere una risposta vera. Cercava la cosa semplice e difficilissima che si chiama amore quotidiano — quella che non finisce sui romanzi ma che è l'unica che, alla fine, ti salva davvero.
A volte, la sera, si affacciava al balcone tra i gerani e guardava Roma accendersi di luci, e pensava che da qualche parte in quella città immensa doveva esserci qualcuno che cercava la stessa cosa. Qualcuno con le stesse finestre illuminate e lo stesso spazio vuoto accanto a sé.
Quel mattino di aprile, quasi per sbaglio, si fermò davanti a una bancarella di agrumi.
Angelo aveva le mani gialle di limone.
Le aveva sempre così, dal lunedì alla domenica, perché i limoni non erano solo il suo lavoro: erano il modo in cui restava connesso a suo padre, che se n'era andato sedici anni prima lasciandogli in eredità un appezzamento di terra fuori Terracina, un vecchio taccuino con gli appunti sulle potature, e un modo di stare al mondo che Angelo aveva imparato a riconoscere come proprio.
Ogni volta che affondava le mani in una cassetta di limoni, sentiva qualcosa che non sapeva spiegare razionalmente ma che era reale come il sole sul viso. Una continuità. Un filo d'oro teso tra lui e chi non c'era più, profumato di agrumi e di ricordi.
Aveva trentasei anni, un sorriso che arrivava sempre prima delle parole, e dentro di sé una dolcezza che poche persone avevano avuto la pazienza di scoprire. Non era timido, ma era cauto — come chi ha già aperto una porta e ha trovato il buio dall'altra parte, e la volta successiva tende l'orecchio prima di girare la maniglia.
— Limoni di Terracina! Dolci come non li trovate da nessuna parte! —
La voce di Angelo attraversava il mercato come una nota musicale che non sai di aspettare finché non la senti. Alberto si avvicinò senza sapere perché. Forse era il profumo, acre e pulito, che tagliava l'aria tiepida di aprile. Forse era quella voce calda che sembrava rivolgersi a tutti e a nessuno. Forse era uno di quei mattini in cui l'universo sposta le cose di un millimetro — appena abbastanza perché due traiettorie, che per anni si erano sfiorate senza toccarsi, finalmente si incontrassero.
— Ne prendo un chilo — disse Alberto, anche se a casa ne aveva già.
Angelo li scelse uno ad uno con una cura che colpì Alberto nel profondo: non li prendeva a caso, li soppesava, li guardava, come se stesse scegliendo qualcosa di prezioso per qualcuno di prezioso. Era un gesto piccolo, ma Alberto lo notò. Aveva imparato, negli anni, che i gesti piccoli sono quelli che dicono la verità — più di qualsiasi parola grande.
— Li usi per i dolci? — chiese Angelo, porgendogli il sacchetto.
— Li uso per tutto — rispose Alberto. — E comunque non si dice lei, siamo in un mercato di quartiere.
Angelo rise. Una risata vera, di pancia, che spezzò qualcosa nell'aria tra di loro come si spezza il primo ghiaccio di un inverno che stava finendo da troppo tempo. E Alberto, mentre tornava verso casa con il sacchetto di limoni in mano, si accorse che stava ancora sorridendo.
Jameson Taylor
Gosh ! Take it and smell!
He can always deliver results no matter how difficult the task because he understands what matters most.
Very very hot indeed 😍
Fuck yes suck that socked foot
il finale sospeso
Guardando Paolo muoversi per casa, parlare con quella normalità quasi disarmante, Roberto sentì tutto insieme: il passato che si ripresentava, il dolore, le omissioni, ma anche una chiarezza nuova. Non si sarebbe più perso per tenere insieme qualcosa. Non a quel prezzo. Fece un passo avanti. “Dobbiamo parlare,” disse. E nella sua voce, finalmente, non c’era più solo fragilità. C’era una presenza piena, una verità non più rimandata. Paolo alzò lo sguardo. E in quell’istante, per la prima volta dopo tanto tempo, non c’era solo il rischio di una nuova ferita. C’era anche la possibilità concreta di essere finalmente visti per quello che erano. Roberto non sapeva cosa sarebbe successo. Ma sapeva che non avrebbe più tradito sé stesso. E in quella scelta, finalmente, c’era il suo riscatto. Il tempo che restava non era più qualcosa da proteggere nel silenzio. Era qualcosa da vivere, senza scomparire.
Il seguito
Non più come percezione, ma come presenza. Non era solo l’uomo con cui Paolo aveva avuto una relazione. Era qualcosa di più sfaccettato, più difficile. Una figura capace di insinuarsi tra loro senza mai dichiararsi apertamente come intruso. E soprattutto, non aveva mai voluto davvero solo Paolo. Voleva entrare nello spazio tra loro, voleva Roberto, ma non come compagno: come destinatario di tutto ciò che restava fuori dalla relazione ufficiale. Roberto lo aveva capito troppo tardi. I messaggi, le conversazioni, quella modalità quasi rituale con cui Vincenzo lo cercava prima e dopo gli incontri con Paolo, come se fosse una scena parallela dove venivano espresse le verità più profonde. Roberto era diventato il depositario delle fantasie più nascoste di Vincenzo, delle parti non dette, di ciò che non trovava spazio nella realtà. Non lo aveva scelto davvero. Era stato portato lì, lentamente, con una sottigliezza che non lasciava mai confini netti. Era un gioco subdolo, costruito su equilibrio e ambiguità, che lo consumava senza che lui riuscisse a fermarlo subito. Quando aveva provato a sottrarsi, Vincenzo aveva cambiato versione, raccontando a Paolo il contrario: che era Roberto a cercarlo, a insistere. E Paolo non aveva visto. Non fino in fondo. Oppure non aveva voluto vedere. E Roberto, già indebolito, non aveva avuto la forza di difendersi davvero. Ma c’era stato un momento ancora più duro, precedente a tutto questo. Il momento in cui Paolo aveva parlato apertamente. Gli aveva detto che continuava ad avere rapporti con Vincenzo. Senza esitazione. Senza proteggerlo. Non lo presentava come un errore, ma come una realtà che lui accettava. E ciò che aveva ferito Roberto ancora di più era il motivo per cui, in seguito, Paolo aveva deciso di interrompere quel tipo di relazione. Non perché vedeva quanto dolore stesse causando. Non perché avesse davvero compreso la profondità della ferita. Ma per quieto vivere, per mantenere una stabilità domestica, una pace apparente. Non per amore. Non per empatia. Questa consapevolezza in Roberto si era sedimentata lentamente, diventando una delle ferite più difficili da elaborare. Come se il suo dolore non fosse stato il vero criterio di scelta. Come se la loro relazione fosse stata salvata più per equilibrio che per sentimento. E in quella stessa fase, Paolo gli aveva anche detto: “Trova qualcuno anche tu. Io non sono geloso.” Una frase che avrebbe potuto sembrare apertura, ma che per Roberto fu devastante. Perché non era libertà. Era una resa travestita. E così aveva provato. Incontri senza radici, momenti brevi, rapporti che finivano subito, lasciandogli addosso una sensazione di vuoto ancora più profonda. Perché sapeva che non era la stessa cosa. Paolo aveva una relazione stabile, con attenzioni, con continuità. Lui invece viveva episodi isolati, senza significato. Tornava a casa ogni volta sentendosi più solo. Più svuotato. Più distante da sé stesso. Si sentiva depauperato, come se qualcosa gli venisse tolto ogni volta. Umiliato. E soprattutto tradito visceralmente da colui che per tutta la vita aveva rappresentato una certezza assoluta. La sua roccia. Poi, anni dopo, la scoperta del preservativo. Il pacchetto di fazzoletti nella borsa. Il dettaglio minimo che diventa improvvisamente evidente. Roberto aveva richiuso tutto senza dire nulla. Ma dentro, quella scena continuava a rivivere, insistente. Non era solo sospetto. Era una delusione profonda, radicata in anni di ferite mai completamente risanate. Eppure, questa volta, qualcosa era diverso. Perché Roberto non era più lo stesso uomo che aveva taciuto per paura. Aveva iniziato a costruire un centro proprio, uno spazio dove esistere indipendentemente dagli altri.
Titolo: Il tempo che resta La prima cosa che Roberto sentiva ogni mattina era il respiro di Paolo. Non era un suono forte. Era appena percettibile, una sorta di ritmo basso e regolare che riempiva la stanza prima ancora della luce. Roberto apriva gli occhi piano, sempre qualche minuto prima della sveglia, e restava immobile, con lo sguardo sul soffitto scrostato in un angolo — una piccola crepa che nessuno dei due aveva mai avuto voglia di aggiustare. Poi girava la testa. Paolo dormiva sul fianco, il volto segnato dal tempo ma ancora familiare in ogni dettaglio. Una ruga sulla fronte, leggermente più profonda delle altre. Le labbra socchiuse. I capelli grigi, ormai sottili. Roberto lo osservava come si osserva qualcosa che si teme di perdere, anche quando è lì. La loro storia era lunga trentotto anni, fatta di abitudini, di risate, di compromessi silenziosi. Ma anche di crepe. E alcune avevano un nome preciso: Vincenzo. Ma ben prima che quel nome prendesse forma concreta, Roberto aveva già percepito che qualcosa non andava. Era una sensazione sottile, difficile da spiegare. Non c’erano fatti precisi, niente che potesse essere indicato con sicurezza, solo piccoli scarti nella normalità: silenzi più lunghi, risposte distratte, uno sguardo che ogni tanto sfuggiva. Paolo era fisicamente presente, ma a tratti sembrava altrove, come se una parte di lui si fosse spostata leggermente fuori dalla relazione. Roberto lo sentiva nel corpo più che nella testa: una tensione impercettibile ma costante, una crepa ancora invisibile ma già reale. Non disse nulla allora. Forse non volle sapere. Poi Vincenzo era entrato davvero nella loro vita.