e quindi?
Un testo sull’ ADHD: contesto; fatti; metafora.
contesto. Sono una persona che sta arrivando ai trenta attraverso gli alti e i bassi della vita, dapprima affrontati in autonomia e poi anche no. Per curiosità qualche mese fa ho prenotato un appuntamento allo sportello per la diagnosi dell’ADHD nell’adulto del mio comune. Non è una cosa che si fa su due piedi come andare a fare due passi, lo riconosco, ma mi interessava avere un verdetto. Ho presentato i fatti onestamente, ho portato esempi pro e contro, ho compilato i questionari facendo attenzione a non essere in stati alterati di sorta (anche se la curiosità di come risponderei a prefrontale disattivata è sempre molto forte). Dopo alcuni incontri tra cui un colloquio con i familiari per l’anamnesi remota, la psichiatra ha sottoscritto la sua opinione professionale: secondo gli attuali criteri diagnostici ho (more on this phrasing later, or never) l’ADHD. Se sembra di no è perché ho praticato masking e altre tecniche di compensazione inconsciamente sin dall’infanzia. La diagnosi non mi ha cambiato la vita, arrivare fino a qui non si può fare senza conoscere il contenuto del tuo barattolo; ma avere un’etichetta standard ha comunque delle conseguenze. Ad esempio, la mia università ha acquisito il certificato, permettendomi di richiedere certe accommodations, e ho potuto fare il punto della mia carriera accademica considerando i miei talloni d’Achille e i miei punti di forza. Per la terapia farmacologica bisogna aspettare le liste d’attesa della diagnostica per immagini; speravo fosse prima solo per spuntarla dalla lista delle cose da provare. Negli anni, il mio disagio (i non-abbastanza-sintomi che erano di disagio agli altri) era prima passato sotto ai radar (erano altri tempi) e poi considerato una conseguenza di certe vicissitudini — invece pare fosse vero il contrario: la mia condizione mi ha permesso di attraversare quelle vicissitudini relativamente incolume. Insomma, “è intelligente ma non si applica” avrebbe dovuto essere “sta processando e digerendo cose senza nemmeno rendersene conto, sarebbe giusto che ci mettesse perfino di più a imparare a leggere l’ora” e via discorrendo. La diagnosi non mi ha stravolto la vita come altre diagnosi cliniche invece potrebbero fare, ma insomma in realtà un poco me l’ha cambiata. Mi ha aperto diverse possibilità positive e negative; ne ho parlato con chi so che mi vuole bene; non ne faccio una malattia, anzi ne parlo tranquillamente, e mi osservo sotto nuove prospettive. fatti. Nel pomeriggio di oggi ci siamo trovati per un aperitivo, tra conoscenze ed amici. I rapporti tra di noi si sono tesi e rilassati per varie ragioni nei mesi scorsi; ora non c'erano, che io sappia, screzi attivi. Siamo in questo bar, tre coppie (etero) e io. La discussione parte e va e fa i soliti giri, tra mandare in vacca argomenti seri e prendere seriamente le vaccate - sempre mantenendo toni civili, mai mettendola davvero sul personale tranne che per esempi contingenti, eccetera. I chihuahua, i film della Dreamworks, il concetto di product target nel consumismo, le video reaction su youtube, very controversial opinion tipo "sono innaturali in modo diverso, ma l'omosessualità è più innaturale della pedofilia" (concetto che non condivido e su cui ho strabuzzato gli occhi abbastanza da far cadere il silenzio, argomento che ho affrontato sul momento e che non voglio affrontare qui), innato egoismo umano, egoismo funzionale e comunità e i miei strali contro l'assurda e falsa equivalenza "il tempo è danaro" — giusto per dare un'idea del botta e risposta tra me e due ragazzi. Il terzo e la sua fidanzata erano in disparte, provati dalla giornata; un'altra ragazza non partecipava attivamente alla conversazione ma ascoltava e reagiva; la terza, mia amica più dell'altra, interagiva a random - o mandando in vacca, o rimanendo nei binari, o ricordandomi che sono io che ragiono in modo strano. I due esausti ci hanno lasciati; la conversazione si è tranquillizzata mentre ci spostavamo in un altro locale; ad un certo punto, aspettando le ordinazioni, o dopo che erano arrivate, o non lo so [beshtia la memoria alla mercé delle emozioni] per qualche motivo logico che c'entrava con la conversazione, ho tirato fuori l'ADHD. E arriviamo al punto. Uno dei due ragazzi rimasti, non quello fidanzato con la mia amica, mi chiede: "E quindi? Cioè - cos'è che io posso fare e tu no?" Ho riposto "ma no ma niente, non è il cosa ma il come", la mia amica ha portato l'esempio di quando l'anno scorso a 10 minuti da una deadline e col documento pronto invece di inviarlo stavo mettendomi a fare le pulizie, l'altra, che penso ne studi, ha parlato delle attività neuronali atipiche, e poi ho continuato il discorso con lei sul mio masking precoce e sulle mie fortune al riguardo. Eppure ora, a ripensarci, sto fremendo. Ultimamente mi succede spesso: somatizzo con tremori agli intercostali. "Cos'è che io posso fare e tu no?" Non ho il dono della telepatia. Non posso sapere le sue intenzioni dietro alla domanda e ho imparato a non proiettare. Ma poi ho anche imparato che se ho delle sensazioni sulle situazioni, è perché effettivamente contesto e comunicazione non verbale mi hanno trasmesso certe cose. Quindi, consapevole di non poter sapere come è stata pensata, posso però dire che per come l'ho ricevuta io si poteva parafrasare così: "Voglio che tu mi dia un esempio concreto della tua condizione. Non ci sono cose che io posso fare e tu no, quindi la tua etichetta è insulsa." E questa cosa mi sta dando tantissimo fastidio. Ripeto: non è quello che ha detto. Ripeto: la conversazione è proseguita pacificamente. Tuttavia, ripeto: è stato un metaforico pugno nello stomaco che mi si è conficcato nel cervello. Anche perché poco dopo un altro commento è stato: "La gente non dovrebbe sapere se ha una malattia, se no poi si giustifica e basta." Sì, non ha specificato malattia mentale. Sì, perplessità a pacchi. Però non tanto quanto il fastidio che mi ha dato la prima domanda. Quindi ho cercato di capire. Non mi interessa capire perché lui l'abbia detta, perché in quel modo, perché non qualcos'altro. Ho cercato di capire come mai quella frase abbia dato fastidio a me. E credo di averlo capito: la metafora. nasci con una particolare combinazione di geni per cui i tuoi muscoli a parità di zuccheri consumati e acido lattico prodotto, sviluppano meno forza. per compensare bruciano più zuccheri e fanno più acido lattico — in soldoni, lo stesso movimento rende più affaticati durante e più indolenziti poi. per trent'anni vivi nel tuo corpo; sai che deve fare più attenzione al riscaldamento e allo stretching, devi per forza portarti dietro del cibo se vuoi fare una corsetta per scaricare lo stress, sei estremamente consapevole dei tuoi limiti e hai imparato delle modalità per aggirarli. per curiosità vai da un luminare dei muscoli, che dopo le dovute analisi e procedure diagnostiche ti dice che in effetti si tratta di una forma di X: l'esercizio fisico aiuta, e certi integratori, e si può valutare di passare col servizio sanitario nazionale un aiuto alla deambulazione, per evitare affaticamenti non necessari, e... fino ad ora è andato tutto bene, ora è meglio tenere d'occhio la situazione. E mentre corri per strada ma col pulsiossimetro sapendo che poi ti aspetta quel defaticamento lì perché oggi hai mangiato più questo che quello — tutta roba che facevi anche prima ma a sentimento, ora con più consapevolezza — mentre corri incontri un tizio che conosci. lo saluti, gli dici che ora non sgarri con i minuti eheh, avendo X le cose vanno fatte con criterio e lui ti dice "Ma tanto un oro nella corsa alle paralimpiadi lo puoi prendere esattamente come io posso prendere un oro nella corsa alle olimpiadi, no? e poi se non lo sapevi che era X magari salivi sul podio alle olimpiadi! forse era meglio non saperlo"











