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@angelicamorini88
“Lloyd, mi porteresti un parere per schierarmi su quello che sta accadendo nel mondo?”
“Non credo che sia una buona idea, sir” “Per quale ragione, Lloyd?” “Perché le guerre iniziano sempre litigando sui morti molto lontani, e finiscono piangendo quelli troppo vicini, sir” “Il silenzio non salverà le persone dalle bombe, Lloyd” “Per salvare le persone non bisogna cercare qualcosa da dire su un conflitto, ma trovare qualcosa da fare per evitarlo, sir” “Credo di aver capito, Lloyd” “Credo anche io, sir”
Se non potete eliminare l'ingiustizia, almeno raccontatela a tutti.
Alì Shariati (via morganadiavalon)
E quando ci incontriamo fare finta di non vedersi e poi spararsi alle spalle, ma con l'amore necessario a fare passare la pallottola da una parte all'altra senza sfiorare nessun organo vitale.
Fortunatamente non c'è bisogno di auguri, mi basta ringraziare che tu sia in questo mondo nel quale in precedenza […] non avrei supposto che si potesse trovare te.
Franz Kafka a Milena Jesenská, Praga, 10.VIII.20 (via outoftuna)
Ho sceso le scale fischiettando. Mi sentivo in gran forma. Certe volte le cose succedono proprio così. Quando le cose vanno di male in peggio, la tua mente scarica tutto nel bidone delle immondizie e se ne va in Florida per un po'. C'è un bel bagliore improvviso, un corroborante chissenefrega dotato di carica elettrica, quando ti giri a guardare il ponte che hai appena bruciato. (S. King)
"La più consistente scoperta che ho fatto è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare.“
Da ogni viaggio sono tornato con il ricordo di qualcuno più che di qualcosa. Ho una conoscenza dei luoghi attraverso i racconti di uomini e donne incontrati lungo il cammino, e con gli occhi della memoria rivedo più facilmente le espressioni dei loro volti anziché le bellezze di tanti paesaggi. Pino Cacucci - Camminando. Incontri di un viandante
Non c'è niente come la luce del giorno per cambiare la fisionomia delle cose. La zattera di pietra José Saramago
Quando ogni cosa è vissuta fino in fondo non c’è morte né rimpianto, e neppure c’è una falsa primavera; ogni momento vissuto spalanca un orizzonte più grande, più vasto, dal quale non c’è scampo se non vivendo.
Henry Miller, Primavera nera, 1936 - Terzo o quarto giorno di primavera (via somehow---here)
1 dicembre 1955: ROSA PARKS Il 1º dicembre del 1955, a Montgomery, Rosa stava tornando a casa in autobus dal suo lavoro di sarta. Nella vettura, non trovando altri posti liberi, occupò il primo posto dietro alla fila riservata ai soli bianchi, nel settore dei posti comuni. Dopo tre fermate, l'autista le chiese di alzarsi e spostarsi in fondo all'automezzo per cedere il posto ad un passeggero bianco salito dopo di lei. Ella, mantenendo un atteggiamento calmo, sommesso e dignitoso, rifiutò di muoversi e di lasciare il suo posto. Per di più, se avesse obbedito al conducente, dato che tutti i posti a sedere erano occupati, sarebbe dovuta rimanere in piedi con un problema di dolore ai piedi che l'affliggeva[2]. Il conducente ferma così il veicolo e chiama due agenti di polizia per risolvere la questione: Rosa Parks fu arrestata e incarcerata per condotta impropria e per aver violato le norme cittadine che obbligavano le persone di colore a cedere il proprio posto ai bianchi nel settore comune, quando in quello a loro riservato non ve n'erano più di disponibili. Da allora è conosciuta come The Mother of the Civil Rights Movement.
Il problema è che abbiamo paura, basta guardarci. Viviamo con l’incubo che da un momento all’altro tutto quello che abbiamo costruito possa distruggersi. Con il terrore che il tram su cui siamo possa deragliare. Paura dei bianchi, dei neri, della polizia, dei carabinieri. Con l’angoscia di perdere il lavoro ma anche di diventare calvi, grassi, gobbi, vecchi, ricchi. Con la paura di perdere i treni, di non arrivare in orario agli appuntamenti. Paura che scoppi una bomba, di rimanere invalidi, paura di perdere un braccio, un occhio, un dito, un dente, un filo, un foglio. Un foglio su cui avevamo scritto una cosa importantissima. Paura dei terremoti, paura dei virus, paura di sbagliare, paura di dormire. Paura di morire prima di aver fatto tutto quello che dovevamo fare. Paura del vicino di casa, paura delle malattie, paura di non sapere cosa dire. Paura delle donne, paura degli uomini, paura dei germi, dei ladri, dei topi e degli scarafaggi. Paura di puzzare, paura di votare, di volare. Paura della folla, paura di fallire, paura di cadere, di rubare, di cantare. Paura della gente. Paura degli altri.
Non sono un ladro, né un assassino, sono un ribelle. Non vi riconosco il diritto di interrogarmi, perché qui, sono io l'accusatore. Accuso questa società matrigna e corrotta, in cui l'orgia, l'ozio e la rapina trionfano impuniti, e anzi venerati, sulla miseria e sul dolore degli sfruttati. Voi cianciate di furti, voi mi chiamate ladro come se un lavoratore che ha dato alla società trent'anni della sua avvilente fatica per poi non avere neppure il pane per sfamarsi, un cencio per coprirsi, un canile in cui rifugiarsi, potesse mai essere un ladro. Voi sapete bene che mentite, voi sapete meglio di me che è furto lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, che se al mondo vi sono dei ladri, questi vanno cercati tra coloro che oziando gozzovigliano a spese dei miserabili, i quali producono tutto, con le proprie mani martoriate. […]Io non tendo la mano a chiedere l’elemosina. Io pretendo che mi sia riconosciuto il diritto a riprendermi ciò che mi è stato tolto da una congrega di accaparratori, ladri e corrotti.Non m’ingannate più. E, in cuor mio, non vi perdono. Dal discorso che l'anarchico Clément Duval pronuncia nel 1887 durante il suo processo (tratto da Nessuno può portarti un fiore di Pino Cacucci)
(via intelligentipaucasufficiunt)
Sono nata con una rivoluzione. Diciamolo, con quel fuoco sono nata, pronta all’impeto della rivolta fino al momento di vedere il giorno.Il giorno era ardente. Mi infiammó per il resto della mia vita. Da bambina, crepitavo. Adulta, fui pura fiamma. Frida Kahlo (Centro Cultural Tina Modotti Caracas)
Penso che sia necessario educare le nuove generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All'umanità che ne scaturisce. A costruire un'identità capace di avvertire una comunanza di destino, dove si può fallire e ricominciare senza che il valore e la dignità ne siano intaccati. A non divenire uno sgomitatore sociale, a non passare sul corpo degli altri per arrivare primo. In questo mondo di vincitori volgari e disonesti, di prevaricatori falsi e opportunisti, della gente che conta, che occupa il potere, che scippa il presente, figuriamoci il futuro, a tutti i nevrotici del successo, dell'apparire, del diventare… A questa antropologia del vincente preferisco di gran lunga chi perde. E’ un esercizio che mi riesce bene. E mi riconcilia con il mio sacro poco.
Pier Paolo Pasolini (via lasbronzaconsapevole)