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@astra-zioni
Ho levato Instagram da due/tre giorni perché amplificava quel senso di alienazione di cui parlavo qualche giorno fa qui.
Ingigantisce quest’ottica mia di de-centratura del mondo, tra persone che blaterano dicendo il già detto, il già sentito, e che blaterano sul linguaggio di quel che dicono. Mi sembrava di scrollare e leggere un romanzo metaletterario, dove nella bolla ci si interroga sulla bolla e via dicendo, in continua ripetizione.
Sono tutti così immersi in quella bolla che è difficile anche per chi è sveglio e intelligente rendersi conto di alimentarla e non mi riferisco ai comuni mortali, ma ai professionisti della salute mentale o di ogni genere, ai divulgatori scientifici e letterari e via dicendo. Sento sempre la strana sensazione che anche laddove mi capiti un contenuto interessante da vedere, il dialogo si avviti su se stesso.
Ad ogni modo: *qua stanno piovendo vetri e noi stiamo fermi in posa.
“The word ‘happy’ would lose its meaning if it were not balanced by sadness. Perhaps that is why some of the deepest souls carry both darkness and light within them.” — Carl Jung (second sentence is an adaptation)
Se nella vita vi sentite inutili pensate al personaggio di Sakura in Naturo nella prima stagione e vi sentirete incredibilmente meglio.
Le soddisfazioni della mia vita consistono nel consigliare a mia sorella un romanzo e vederla entrare in sala in lacrime e con la faccia paonazza, una volta finito.
Se non son gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo
- Sono disperato, David. Mi stanno cercando, credo che morirò presto. La morte mi ha sempre fatto orrore, eppure l’ho data a molta gente innocente.
- Vedo che continui a portare una pistola, sotto la giacca, nascosta neanche troppo bene.
- Certo, che ti credi? Mi devo difendere. Se metto piedi fuori di casa io sono un uomo morto.
- È altamente probabile.
- Bell’aiuto del cazzo, amico.
- Io credo che…finché non ti liberi di quella pistola sei allo stesso tempo carnefice e vittima. È un simbolo. Se sei una persona che dà morte, la Morte ti perseguiterà.
- Questi gran cazzi del simbolo, David. La devo avere per proteggermi. La conosci la mia storia, non ho mai avuto scelta.
- Beh, ora potresti farne una.
- Intendi dire rigar dritto fino al suicidio?
- Intendo dire, che quel simbolo, alimenta la tua paura della morte. Perché ti tiene ancorato al te distruttore e al te che viene annientato. Tolto quel simbolo, sono certo che non avrai più paura di morire.
- Quindi verrei ucciso comunque, secondo la tua logica?!
- È altamente probabile. Ma, quando accadrà, non avrai più paura della Morte, quando arriverà.
- Sembra quasi consolatorio…
- Lo è.
Mesi più tardi, X sceglierà di non portarsi più dietro il suo simbolo, la sua pistola. All’inizio ebbe un’angoscia terrificante ma col passare dei giorni e delle settimane si sentì libero, persino libero dal pensiero d’essere stato un assassino, senza scelta, ma pur sempre un assassino.
In una mattina soleggiata, X beveva un caffè con David, stranamente silenzioso. Erano migliori amici da una vita, loro due.
Due secondi David impiegò per capire che il sangue dal naso che usciva a fiotti dall’amico non era una semplice epistassi, ma un foro ben preciso puntato alla nuca di X.
X cadde, dalla sedia al pavimento ruvido, David si accasciò di fronte a lui, più vivo che morto gli disse, con occhi trasognati:<<finalmente, non ho più paura.>>
Così morì, in una mattinata di sole.
Ma com’eri bella alla finestra, con il grigio del cielo posato su una guancia, le mani che stringevano il libro, la bocca sempre un po’ avida, gli occhi incerti. C'era così tanto tempo perduto in te, eri in quel modo il calco di ciò che avresti potuto essere sotto altre stelle, che prenderti tra le braccia e fare l'amore con te diventava un compito troppo tenero, troppo al limite della pietà, e lì mi ingannavo, mi lasciavo cadere nell'orgoglio imbecille dell'intellettuale che si crede in grado di capire.
(Julio Cortázar, Rayuela)
Credo di avere focalizzato un punto importante per me da tenere a mente.
Avendo la tendenza a iper-razionalizzare i fatti dolorosi della mia vita, una volta che mi sembra d’aver trovato la quadra a livello esistenziale e psicologico ho sempre avuto la sensazione di essere praticamente “arrivata” nel mio percorso di individuazione, se vogliamo chiamarlo così,- impropriamente.
La realtà è ben diversa. Ci sono persone iper-razionali che ragionano a una velocità velocissima e metabolizzano quel che molte persone riescono a metabolizzare in molto più tempo. Presuntuosamente, mi immetto in questa categoria, col benestare del mio analista. La questione, però, è che si rischia di tracciare un terreno scivoloso quando crediamo che pensare di aver capito qualcosa su noi e gli altri coincida con l’aver integrato questo qualcosa nella propria coscienza.
Il rischio reale è di ridurre tutto a mere speculazioni esistenziali e filosofiche che non vengono integrate però nella propria coscienza e nel quotidiano, e quindi l’ipotesi anche d’incontrare - ad esempio - tra qualche mese una persona che sembrerà essere arrivata a quelle stesse conclusioni e magari lasciarsene travolgere, cadendo nell’errore di credere che se una persona afferma verbalmente una determinata cosa significa che l’abbia anche integrata in sé. Questo, credo, è stato un errore che ho fatto svariate volte quando ero molto giovane, e quand’è così, quando si crea questo cortocircuito, va sempre a finire male perché l’altro naturalmente non era mai, in quegli anni, quello che aveva dichiarato dall’inizio.
Spezzare questa catena significa comprendere che diventare se stessi richiede impegno, disciplina, sforzo e anche tempo. Non basta solo avere “la teoria” in testa, serve farne esperienza vissuta. Più o meno si capisce di stare sulla strada “giusta” quando la teoria, un giorno qualsiasi, si manifesta nella tua vita in una situazione, in qualcosa che abbiamo sentito o che è accaduto, che ci rimanda silenziosamente alla nostra fase primordiale di integrazione consapevole.
Non è molto diverso dal vedere un film e subito dopo volerne fare una critica. Possiamo fare una critica eccellente a quel film, ma si esaurisce in sé, il giorno dopo l’avremo già dimenticata. Talvolta accade invece che dopo la visione di un film rimaniamo stranamente silenziosi, continuiamo per giorni a pensare a quel film e poi, dopo circa due-tre settimane, abbiamo un pensiero, un’epifania improvvisa, che si collega direttamente alla tematica di quel film e sentiamo che abbiamo effettivamente fatto esperienza di quel film.
Penso funzioni grossomodo così, credo che la differenza tra l’essere solo intelligenti e l’essere saggi, risieda in quel tassello mancante che tante volte nella vita continuiamo a mancare.
La regola sembra essere: se ti parlo di Hillman, ti voglio bene, tengo alla tua vita.
C’è una farmacia nel mio quartiere in cui devi prendere il numero anche quando non c’è letteralmente nessuno in fila.
Ebbene, stamani mi sono recata in questa farmacia, e non so se avete presente quando da piccoli giocavate a fare i cassieri o roba simile, ma mi è sembrato di stare in una specie di simulazione in cui dovevo recitare, prendere il numeretto, pure se la farmacia era VUOTA.
A me viene sempre da ridere quando faccio queste cose, non ne capisco il senso, magari ci sarà pure, so solo che da un po’ di tempo a questa parte mi sembra di abitare in un mondo che ha perso il proprio centro.
Ultimamente nel mio quartiere è diventato frequente vedere gente trasandata che parla da sola in strada e mi identifico in queste persone molto più che in quelle della farmacia, del supermercato, degli studi medici, che sembrano apparentemente funzionare eppure mi risultano aliene.
In passato un’amica mi disse che il suo psicologo le aveva detto che non andava bene questo suo vivere la vita più di testa invece che di pancia. Era un discorso più complesso immagino, ma il succo era quello. E, al di là del setting psicologico in cui le cose hanno un senso preciso in quello spazio e che estrapolate possono addirittura essere dannose, mi ha dato il via a determinate considerazioni perché è una frase che sento pressoché di continuo.
Dopo anni e anni passati a sentirmi sbagliata per essere una persona che vive più d’astrazione che d’esperienza, ho capito che nessuno ha il diritto di dirti come condurre la tua vita, cioè di mettere mano alla tua Natura profonda.
Chi l’ha detto che una persona per vivere serenamente debba snaturarsi? Anzi, è il primo passo per assicurarsi l’infelicità eterna.
Ci sono persone che pensano, e ci sono persone che vivono d’impulso, magari le ultime pensano, ma sempre troppo tardi.
Sappiamo di Emily Dickinson che non usciva di casa, intratteneva rapporti platonici via lettera, le sue giornate, immagino, erano dedite al pensiero e alla poesia. Senza immettersi nella vita mondana riusciva a comprendere cose che chi vive la vita a ritmi di uscite, feste e distrazioni non riuscirebbe mai a comprendere.
Di Pessoa sappiamo che era un impiegatuccio che, tornato a casa dal lavoro, impiegava il tempo a scrivere e a pensare. Di sé, accoglieva serenamente il fatto che per lui la vita fosse in sostanza pensiero, immaginazione, fantasia. Riusciva a commuoversi per cose banali perché non era continuamente immerso nella vita che oggi si direbbe “funzionale”.
Fossero stati diversi, io non avrei avuto come amici nella mia vita né l’una, né l’altro. E loro, da morti, mi hanno salvata, solo per il potere delle loro parole.
Sarebbe disonesto intellettualmente fare ora una revisione critica delle loro vite sotto la lente psicologica.
Quel che intendo dire è che la psicologia dovrebbe insegnarci - e ho dei dubbi anche su questo, perché non è certamente la mia professione -, alla convivenza pacifica rispetto alla nostra natura. Al farci comprendere che non esiste un modo per attraversare l’esistenza, ne esistono otto miliardi perché otto miliardi sono le anime su questa terra con la loro forma mentis, la loro cultura, il loro vissuto, le proprie naturali inclinazioni.
Diffidate dal primo o dalla prima stronza che siano un terapeuta, un amico o un genitore che cercano di metter mano su quella natura lì, perché non vi stanno aiutando, stanno cercando di togliervi qualcosa per il fine ultimo della “serenità”, ma non vi è serenità autentica se io mi devo amputare una parte o renderla piccolissima. Chiedetevi, sempre, se la vostra vita vi va bene così anche se non si adatta perfettamente a un immaginario di salute, a un immaginario di equilibrio, qualsiasi cosa significhino queste parole. Chi vi ama, venererà questa parte, non cercherà ti appiattirla, di togliervela, né di ridimensionarla.
I adore this short film <3
M’infastidisce quando la scienza diventa uno scudo per parlare di temi più ampi e spirituali.
Mi infastidisce perché se non sei un uomo o una donna di scienza - e dunque ignori come si sia arrivati a determinate conclusioni o come si sia confutata una tale teoria, così come magari ignori gli avanzamenti nel campo della meccanica quantistica - stai semplicemente usando la scienza come una superstizione, stai usando il lavoro altrui che però ignori, cercando di combattere una superstizione con un’altra che ne ha l’aspetto più razionale e scientifico, semplicemente.
Sono mesi che ripenso a quel caso di cronaca, quella ragazza suicida che aveva portato con sé due pizze prima di compiere il gesto estremo. Si è addirittura messa il nastro adesivo sulla bocca per essere certa di riuscire nell’intento.
Quando penso a questa ragazza penso alle ore che ha speso per capire come fare i nodi con la corda da appendere all’albero, alla premura di pensare al nastro adesivo, a quanto sia stata attenta e accurata nel procedimento sia prima che durante, e qui la fantasia si blocca perché mi viene da piangere -, quanta solitudine ci vuole per compiere un atto così scrupolosamente architettato senza che nessuno se ne accorga? Questo tipo di solitudine posso arrivare a comprenderla e mi annichilisce quando, nella mia fantasia autodistruttiva, sono io quella ragazza, sento di poter arrivare a quel punto lì, almeno nella fantasia, e tremo di fronte al dolore.
L’atto di procurarsi due pizze come ultimo pasto, quant’è paradossale quest’atto d’amore ultimo, che precede il togliersi la vita. Cosa avranno significato per lei quelle pizze? Magari un tempo le condivideva con qualcuno di speciale. Su questo punto comincio di nuovo a spezzarmi mentre lo scrivo.
Provo profonda compassione e pietà per questa ragazza di ventidue anni, mentre non posso provare compassione nei miei confronti.
Non riesco a sentirmi vittima veramente di niente, penso solo che ogni volta sapevo benissimo che gioco stessi giocando e mi sono lasciata bruciare. Non si può provare compassione per un serial killer, un militare freddo quale io sono con la mia emotività a brandelli, non si può provare compassione per la mia malattia che mi fa strisciare nella vita come un verme. Questo tipo di compassione la si può provare solo nella letteratura, solo nell’Idiota dove il protagonista, infine, bacia sulla fronte l’assassino, ma io non merito quel bacio.
L’unica parte di me per cui provo sincera compassione è la me bambina, che sicuramente non aveva capito nessun gioco, non aveva colpe, ed è stata punita comunque -, dalla sua stessa psiche, dall’amore genitoriale asettico e ambivalente.
Posso anche, sforzandomi, piangere per lei.
Ma non piangerò mai per me, per la me di adesso, non sarebbe giusto secondo la mia linea di valori.
Allora piango per gli altri - che è un po’ come piangere per se stessi - ma quella ragazza era sola, completamente sola, ed io sola ci sono stata, ma ho anche ricevuto amore e cure, al netto di tutto, al netto di come poi la Vita rigira le cose. Se devo piangere, piango per lei.
Ogni tanto un bacio sulla fronte lo vorrei anche io giusto per ricordarmi che dietro tutta questa corazza di frasi, poesie, libri, pensieri, ci sono un cuore e un corpo vivo che pulsano.
Solo ogni tanto.
Vorrei che, per una volta, l’amore mi si palesasse come qualcosa di estremamente semplice e genuino, come il riso di un bimbo tra le braccia di una madre.