[la scommessa che abbiamo deciso di fare sull’anno prossimo è enorme e terrificante e con un ostacolo dopo l’altro, ma quanta vita, quanta gioia quelle due-tre volte in cui mi permetto di pensarci]
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[la scommessa che abbiamo deciso di fare sull’anno prossimo è enorme e terrificante e con un ostacolo dopo l’altro, ma quanta vita, quanta gioia quelle due-tre volte in cui mi permetto di pensarci]
dove sei rimasto ad aspettarmi tu / sicuro c’era il mare
in questo totale guazzabuglio due cose (ti) penso: a quando un mese fa t’ho accompagnato a prendere l’autobus e siccome lo stavi per perdere non sono riuscita neanche a darti un bacio, e che se ne si esce, quando ne si esce, vengo a prenderti e non me ne vado più.
valeva la pena sgonfiare il nostro io / per un onesto noi
sono io / anche se non voglio
Non c'è niente da dire, niente da spiegare / Niente da capire, c'è solo da esistere / da lasciare correre
fermarsi un attimo, chiudere gli occhi e ascoltare i movimenti del respiro, l’addome che si alza e abbassa, l’aria fresca. questa volta mi butto, sì, mi butto, faccio piccole cose che non ho mai fatto prima per abituarmi alla vertigine che porta ogni inizio e rendermi conto che il grosso del problema è il prima, l’anticipazione, le gambe che tremano, non tanto quello che seguirà
(comunque a me londra non piacerà mai mai mai, ecco, l’ho detto)
ottobre: i confini della mappa del cuore si sposteranno. sarà una cosa positiva.
(gli oroscopi son tutte fregnacce e lo sappiamo ma rob brezsny riesce a dire la cosa giusta esattamente nel momento in cui ne ho bisogno, quindi va bene così)
e persistere nel non sapere qualcosa d’importante
Se fino a qualche anno fa per ogni piccolezza sentivo il bisogno, anzi l'esigenza, di scriverne e scriverne fino a trovare un senso o almeno una logica di fondo nei cambiamenti che m'attraversavano, ora invece, proprio ora che succedono troppe cose e mi sento al centro di mutamenti giganteschi senza essere equipaggiata per uscirne, rimando e rimando finché i dettagli si fanno via via più sfocati e il pensiero li sfiora appena.
Rimando quindi la nonna che se ne va dopo quattro mesi soltanto, e l'ultimo ricordo che ne avrò è l'abbraccio forte il giorno del suo compleanno (un mese prima) mentre andavo a prendere il treno e iniziare un lavoro nuovo, a prendere l'ennesimo aereo, a tornare appena in tempo perché fosse troppo tardi. Rimando i funerali gli abbracci e la mamma fortissima, fortissima, che se riuscissi a essere anche solo la metà fortissima quanto lei ad affrontare la vita e il futuro, santoilcielo, chissà cosa potrei fare. Rimando l'entrare nella casa vuota e cercare gli album, sfogliarli senza riconoscere troppe facce, trovare dei negativi e portarli a stampare senza dirlo a nessuno se non a mia sorella, ed erano le foto della mamma appena nata tra le braccia dei nonni.
Rimando gli amici che finalmente si sposano, la poesia della szymborska che leggo per loro davanti a tutti (è bella una tale certezza / ma l'incertezza è più bella), le colline e il verde intorno, essere lì con te e sentire uno scollamento sempre più netto tra una parte della mia vita che vedo ormai conclusa e quella nuova, ancora in divenire, senza contorni né previsioni affidabili. Rimando quella che era la mia migliore amica che passa tutta quella serata in disparte, marcando un distacco che era già definitivo fin dal principio e che tocca accettare per davvero. Rimando tutte le parole che m'ero promessa di dire se ne avessi avuto l'occasione: sono due delle mie persone preferite al mondo, e festeggiarne la felicità mi sembra l'unica cosa che abbia davvero senso. E so di affidare la mia cara, fortissima, fragile amica nelle migliori mani possibili. Non ve lo dico, ma lo penso lo stesso.
Rimando il lavoro nuovo che è uguale a quello prima, sebbene in un ambiente molto più vivibile, e sento ogni giorno di più che non è il mio lavoro, non c'entra un accidenti, ho sbagliato strada, ma come fai a cambiare strada quando hai ventotto anni e tre di esperienza a far questo, solo questo. Andarsene sì, ma dove. Formarsi sì, ma in cosa. Scrivere, sì, ma come, quando, e se non sono capace, e se faccio schifo, e se, e se, e se. Rimando il respiro corto quando mi dici che vuoi restare almeno altri sei mesi o un anno a lavorare là, così da avere abbastanza esperienza, e provo a immaginare il futuro da qui a sei mesi o un anno e non vedo un accidenti di niente. Ogni tanto mi dico: a settembre mi licenzio e vengo da te anche se non ho un lavoro. E rimando anche questo.
perdersi
tutte le cose che non sto scrivendo, che non mi sto appuntando, che non sto sbrogliando con pazienza in questi mesi strani, frustranti e pieni di contraddizioni
[soliti aggiornamenti sparsi] delle prime ore dell’anno mi resta una foto che t’ho fatto alle due di notte, mentre si cantava un medley del peggior revival anni zero e tu dormivi sul divano accanto a me, sdraiato, con le braccia intorno ai miei fianchi e un’espressione talmente pacifica da farmi venire un groppo in gola, quando la trovo scorrendo nelle foto del telefono. il mese scorso ho seguito per la prima volta una serie di prompt di scrittura e riflessione, e mi sono sentita davvero bene. le due settimane di natale sono state frenetiche e piene di preoccupazioni, tanto da farmi accogliere con estremo sollievo il ritorno a verona, il silenzio della casa durante il giorno, le ore finalmente tutte per me, anche se significava riaffrontare l’ennesimo separarsi, sempre doloroso nonostante l’abitudine.
(in ogni caso la soluzione ideale a ogni ansia lavorativa e non, ho ormai concluso, è avere sempre un volo prenotato)
immenso smarrimento, immensa libertà
solito paradosso: proprio ora che ho molto tempo per fare tutto quello che mi prometto di fare, la testa mi gira come una trottola e finisce che non combino un accidenti. fatico a concentrarmi e autodisciplinarmi, senza scadenze o piani precisi, perciò appena inizio qualcosa subito arrivano tre o quattro o cinquecento mila altri pensieri a scombinare le carte. inviare i curriculum, cercare annunci nuovi, scrivere cose mie perché ora ho tempo!, programmare i viaggi, cucinare - questo finesettimana di pioggia e cambio dell’ora: crostata e ragù - chiamare mamma, fare il portfolio, aiutare l’amico col suo progetto, sentirti quando esci dall’ufficio e mi racconti la tua giornata. intanto ottobre è praticamente finito, e l’ho passato con la valigia in tre posti diversi, ma lo concludo com’era iniziato: alla scrivania, a cercare qualche risposta ma soprattutto individuare le domande giuste
(comunque ho deciso e lo scrivo qui per metterlo nero su bianco: dammi un po’ di mesi, e in qualche modo arrivo)
domani, a ventisette anni suonati, primo viaggio col passaporto: mi faccio tenerezza da sola (baby steps, mi dico, baby steps)
lo dico sempre, e questa volta non fa eccezione: l’imprevisto è sempre dietro l’angolo, poco importa quanto tu possa essere preparata, fare piani che si spingano addirittura a tre mesi più avanti. questo settembre mi ha insegnato nella maniera più brusca possibile - una lettera di licenziamento, senza preavvisi, dopo un anno - che bisogna seguire la corrente e adattarsi ai suoi cambi repentini senza farsi sopraffare. la verità è che la routine noiosetta che mi ero creata qui in dodici mesi era già in principio precaria, insostenibile sul lungo periodo, e questo mi rincuora almeno un po’ nonostante le incertezze e l’affitto da pagare.
(che succeda d’autunno mi sembra ancora più appropriato, ecco)