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@badcrip
Grazie, @vslpdbq
Reblogga aggiungendo una canzone di Tom Waits come da citazione nel post iniziale.
taggo @orsodanzante @mrs-emptiness @gimsydelfuturo @ichirochaan @vivenda e chiunque voglia unirsi
Sarò forse banale, la mia preferita è
@pioggia-sui-vetri @paz83 @darknya
Grazie @vivenda, io mi gioco:
Ho idea che molti siano già stati coinvolti, ma convoco @veroves @lady-phoenixx @osmosidelladecenza @badcrip @principersadanimo
Grazie, @vslpdbq
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Grazie @pioggia-sui-vetri per la fiducia nella mia capacità di partecipare a queste amene catene (sono boomerissima) e per avermi dato la possibilità di accrescere il mio scarsissimo (che fa quasi rima con boomerissima) patrimonio musicale... Passo il jukebox a @sottileincanto
Tom Waits · Mule Variations (Remastered) · Song · 1999
(Un)Happy ends
Ieri ho provato a fare sexting con un tipo. Non era la prima volta: l'abbiamo fatto per diversi mesi, poi, dopo un suo calo...dell' "entusiasmo" non ci siamo più sentiti. Qualche giorno fa gliel'ho proposto di nuovo e l'abbiamo rifatto.
Ieri però lo sentivo assente, a scoppio ritardato (no, nel sexting non è una bella cosa)...insomma, non era con me, né con la mente né con il cazzo (probabilmente stava cercando di tenere insieme due conversazioni erotiche contemporaneamente, ma è solo un'ipotesi).
Se lui avesse fatto solo quello che in quel momento gli interessava fare e io avessi fatto un solitario a carte, la serata sarebbe stata sicuramente più soddisfacente per entrambi (ma bisogna avere l'onestà intellettuale di dirselo.... io c'ho provato...).
Devo ancora metabolizzare la faccenda (cioè scrollarmi di dosso il fastidio di essere stata trattata come un'ingenua) e forse ne scriverò ancora, spero più ironicamente di quanto riesca a farlo ora.
L'unhappy end di ieri mi ha portato a fare alcune considerazioni sparse e forse ancora un po' confuse.
La prima, più generale, riferita non tanto a questa mia vicenda personale o alle mie supposizioni, è che i social siano un mercato: fuori una/o, sotto un'altra o un altro. E questo mi fa abbastanza schifo. Magari succede anche in the real life ma qui nel virtuale assume proporzioni terrificanti o forse è solo più visibile. Una mercificazione di massa, la vittoria del capitalismo sui corpi.
La seconda è una riflessione su di me, ma si tratta sempre di un personale politico, cioè di raccontare i cazzi (o i non cazzi) miei per riflettere sulle dinamiche di oppressione ai danni di quella soggettività politica marginalizzata che sono le persone disabilizzate.
Ieri mi sono resa conto quasi subito che qualcosa non andava, eppure ho continuato imperterrita a scrivere porcate, pur consapevole del fatto che non stavano interessando ad un cazzo di nessuno, all'infuori di me stessa.
Perché l'hai fatto?, mi sono chiesta. È stata una dinamica simile, per certi aspetti, a quella che mi è successa con le (poche) relazioni sentimentali che ho vissuto. Mi sono fatta lasciare, non ho mai lasciato io, anche se in quasi tutte avevo capito che interrompere la relazione sarebbe stata la scelta più sensata da fare.
La risposta a quella domanda - perché l'hai fatto - me la sono data insieme alle mie compagne e compagni disabilizzati durante un laboratorio antiabilista, alcuni anni fa.
Perché una pensa:"E poi quando mi ricapita?". Quando, in questa fottutissima società abilista di merda, succederà ancora che qualcuno/a mi consideri sessualmente attraente?
E in nome di questo quando che appare più lontano di Plutone, una accetta. Accetta di passare come una cogliona che non capisce quando l'altro non è più interessato a lei/alla dinamica relazionale o accetta di stare in un rapporto che non la soddisfa più perché in entrambi i casi questo comporta l'essere ancora in relazione. Ed essere ancora in relazione, nonostante tutto, sembra essere una prospettiva migliore (sembra) del deserto che ti aspetta quando la relazione con qualcuno/a che ti ha fatto o ti fa sentire attraente termina.
Sono i danni dell'abilismo interiorizzato, forse. Che ti porta a credere di non essere all'altezza, di non reggere il confronto con le donne "normodotate". O forse no: è solo la consapevolezza che in questa società in cui l'abilismo è sistemico e strutturale, "incontrare" una persona che mantiene un minimo di educazione e non ti ghosta quando non è più interessata a te, è un avvenimento di cui ringraziare.
In nome di tutto questo, una manda affanculo il suo orgoglio e accetta.
Forse però non è il caso di accettare tutto. Non me lo merito. Io merito di più e non importa se il mondo non lo capirà mai. Noi, persone dai corpi non conformi, meritiamo di più.
Fine dei pensieri "a caldo", sparsi e confusi.
Torno al mio solitario con le carte. Che è meglio. (cit.)
Passeggiata nella Venezia accessibile
Oggi sono stata a Venezia con un'amica dopo penso 25 anni che non la visitavo:giornata stupenda, città sempre meravigliosa, sole bellissimo e...ponti accessibili!!! Non dappertutto, eh, solo sulle rive in prossimità di Piazza San Marco ma...uau!!!! (E resi accessibili con delle soluzioni dignitose anche a livello estetico, sebbene quando c'è in gioco l'accessibilità, chi se ne fotte dell'estetica) Ora una passeggiatina nella città delle gondole, volendo, me la potrei fare anche da sola e questa è una figata!!! Cerco di non pensare al fatto che forse ci sarebbero potuti arrivare prima che i anche ponti possono essere resi accessibili a tutte le persone. Ma mi dico anche che, per arrivare a questo traguardo, bisogna saper immaginare che anche persone con corpi e movimenti differenti dalla norma possano e vogliano spostarsi da un luogo all'altro, abitare e visitare gli spazi, tanto pubblici quanto privati e che ne abbiano il diritto. L'inaccessibilità urbana è frutto di una scelta politica: precludere a corpi fuori "dalla norma" la possibilità di abitare certi spazi. La teoria che sottende a questa scelta è che le persone che hanno questi corpi non siano adatte a percorrere determinati luoghi. Questa è discriminazione, questo è abilismo. Venezia ha fatto un passettino. Sarebbe bello tornare tra un po' e scoprire che le aree accessibili sono aumentate. Utopia?
Isterectomia portami via
E così il "bambino" che ho nell'utero è cresciuto di ben 4cm e a detta della ginecologa sarebbe ora di incominciare a pensare di "farlo uscire" e sbarazzarsene.
Isterectomia è una parola che fa paura ma nel giro di un anno e mezzo - cioè dalla prima volta che è stata pronunciata nella forma di una possibilità di intervento riferita al mio utero - ho avuto quasi il tempo di abituarmici o, perlomeno a non considerarla così terribile.
A livello simbolico non mi serve un utero per sentirmi "madre", cioè per sentire la spinta a "prendermi cura" di qualcuno/a e dare il mio contributo affinché possa imparare a muoversi autonomamente nel mondo e costruire qualcosa di bello per se stesso/a e per le altre persone.
Oltretutto il mio è un utero che non assolverà mai alla funzione per cui esiste (anche se, ironia della sorte, nonostante l'età e il pregiudizio dilagante riguardo alle competenze genitoriali delle donne disabilizzate, pare che le mie ovaie siano "ancora attive", come ha detto la ginecologa...Murphy e la sua legge colpiscono ancora) perché mancano un po' di presupposti perché io diventi madre. E non mi sentirei nemmeno meno donna, se me lo togliessero, credo. Ci sono già passata con la tetta: non mi sento meno donna perché ne ho una e non due, così come l'avere un corpo disabilizzato non incide (o meglio, lotto ogni giorno contro il mio abilismo interiorizzato perché sia così) sull'autopercezione della mia femminilità.
Solo che forse non si tratterebbe solo dell'utero perché in questi casi, mi ha spiegato la ginecologa, spesso i chirughi scelgono di togliere anche le ovaie, per prevenire il rischio di problemi.
Rispetto all'asportazione chirurgica delle ovaie Dr.Google, che non si dovrebbe mai consultare (ma siccome sono "bad", oltreché crip, io lo faccio sempre), confermando i miei timori, scrive:"L'asportazione delle ovaie (ovariectomia), specialmente se bilaterale, provoca una menopausa chirurgica immediata, causando un brusco calo di estrogeni, progesterone e testosterone. Le conseguenze includono vampate di calore, secchezza vaginale, calo della libido, rischio aumentato di osteoporosi, malattie cardiovascolari e possibili effetti sull'umore, spesso gestiti con la terapia ormonale". Da orgasmo multiplo, vero?
L'asportazione non è automatica ma conseguente a una valutazione del chirurgo, mi ha spiegato la gine.
Ma secondo voi, nel caso di una donna disabilizzata di mezza età (oddio, ma sono proprio io 😱😂), a qualcuno/a sorgeranno dubbi sul da farsi?
Due amiche "normaloidi", che avevano lo stesso mio problema, hanno scelto un'altra via: "assassinare il bambino" mediante cauterizzazione del vaso sanguigno che lo alimenta (voi del mestiere, perdonate le imprecisioni).
Nella città in cui viviamo non si fa, quindi hanno scelto di andare altrove, anche se sempre in regione.
Il post operatorio nel caso di questa operazione è molto doloroso. Lo so, perché un'amica l'ha subita e mi ricordo come stava nei giorni successivi all'intervento.
Immagino che il mio corpo, già di suo incline all'ipertonia, potrebbe reagire al dolore in modo da amplificarlo e questo mi spaventa.
Un corpo "fuori dalla norma" rende più complesse le valutazioni rispetto a quale sia la presa in carico migliore per la paziente.
Me lo spiegava oggi la ginecologa: nel decidere un intervento piuttosto che un altro si valuta qual è la cosa migliore per la paziente.
Sì, ma chi è che valuta cosa è meglio per me? (Solo) il/la professionista? Forse questo paternalismo ha un po' rotto le piccole e grandi labbra che ho, e anche il cazzo che non ho!
Ho avuto brutte esperienze in passato con medici e mediche: gente che forse, ragionandoci a posteriori, ha scelto l'intervento migliore per me (forse), ma di sicuro non è stata in grado di comunicarlo in modo efficace, rendendo ancora più doloroso quello che lo era già di suo.
Eppure sono stranamente serena. Forse è l'idea di avere sei mesi di tempo per decidere, quando in altre occasioni per prendere decisioni altrettanto gravose e importanti mi hanno dato tre giorni di tempo! Avere il tempo di informarsi per fare una scelta consapevole, spero, è già qualcosa.
Off topic L'ambulatorio ginecologico dove vado a farmi visitare è uno dei pochissimi in Italia (poco più di una decina, per quel che ne sappiamo) acccessibili a donne disabilizzate (quello di cui sto scrivendo, nello specifico, è accessibile solo a donne con disabilità motoria e residenti in questa città e provincia). Al personale che lavora lì è stata fatta solo una formazione di tipo tecnico, riguardo a come movimentare le pazienti e a come usare il sollevatore, nonostante il gruppo di donne che ha proposto il progetto e interloquito con Aussl e Comune affinché venisse realizzato, avesse fortemente spinto perché fosse obbligatoria una formazione sull'abilismo, la definizione di disabilità, le modalità corrette di relazionarsi con pazienti disabilizzate, ecc. Nonostante ciò devo ammettere che fino ad oggi il personale che ho incontrato ha saputo relazionarsi in modo adeguato. Fino ad oggi. Stamattina infatti, oltre alla ginecologa che lavora nel progetto e alla solita infermiera, ce n'era anche un'altra (di infermiera), che non avevo mai visto. Le due infermiere mi hanno aiutata a sdraiarmi sul lettino. Era giunto il momento di sfilarmi i pantaloni e le mutande (ero anche emozionata al pensiero che di lì a pochi minuti nella mia vagina sarebbero entrati uno speculum e un ecografo...capita di rado che penetri una cosa lì dentro, figuriamoci due!) ma non riuscivano ad alzare l'ultima parte del lettino perché potessi appoggiarci i piedi e usarli come perno per sollevare il bacino e permettere alle infermiere di spogliarmi. Alla fine ce l'hanno fatta a spogliarmi, immagino con un po' di fatica e, durante quest'operazione, l'infermiera "nuova del mestiere" ha detto all'altra, riferendosi a me e ai miei jeans: "Ma mettersi una gonna e un paio di calze, no?". Come ho reagito: fingendomi sorda oltreché disabilizzata a livello motorio ;) Come avrei voluto rispondere: "Ma fare in modo che gli ausili funzionino o avere più alternative comode per tutte nel caso in cui qualcosa non funzioni (che può succedere), no? Visto che oltretutto si tratta di un servizio ACCESSIBILE a donne disabilizzate". E sì che avevo scelto di indossare un modello con l'elastico in vita, pensando di facilitarle (by the way, anche un paio di collant sarebbero comunque stati da sfilare)! Quello che ho appena raccontato è una cosa piccola. Minuscola rispetto ad altre volte (e in altri luoghi) in cui, per esempio, mi è stato ripetutamente chiesto se fosse vero che non sono più vergine, perché la ginecologa in questione non poteva credere a questa straordinaria (nel senso di fuori dall'ordinario) notizia. O rispetto a quando è capitato che il personale medico e paramedico si rivolgesse a me con il tono di voce che si usa con i bambini molto piccoli o che, invece di parlare con me di questioni che mi riguardavano, si rivolgesse a chi in quel momento mi stava accompagnando. Tuttavia l'episodio di oggi mi fa riflettere sul fatto che a doversi adattare, a rendere la vita più semplice a chi appartiene alla maggioranza, sia sempre e comunque chi appartiene alla minoranza. Questo è stato il pensiero della sera...non so se c'ho la sindrome dell'attivista (alias spacca gonadi), ma forse avercela è cosa buona e giusta.
Qualche giorno fa ho letto il post di un tumblero, insegnante per giunta, che, scrivendo di AI e del fatto che secondo lui non siamo nemmeno più in grado di leggere un output (di un motore di ricerca), ha definito "mongoloidi" coloro i quali, appunto, non sono nemmeno più capaci di leggere (poi l'ho cazziato nei commenti e ha sostituito il termine con uno più accettabile).
Non è il primo né purtroppo sarà l'ultimo (a meno che qualche mente brillante non decida di sterminare tutti/e gli/le abilisti/e della Terra, cosa di cui non finirei mai di ringraziare) a usare termini riferiti (o che una volta si riferivano e ora non più, come in questo caso) alle persone con disabilità per offendere qualcuno/a.
Il caso, che sa essere molto intelligente quando vuole, ha voluto che mi imbattessi nel comunicato stampa di CoorDown, associazione per la difesa dei diritti delle persone con sindrome di down, che ogni anno, in occasione della Giornata Mondiale sulla sindrome di Down (il 21 marzo) lancia una campagna di sensibilizzazione.
Il video è già molto esplicativo ma voglio aggiungere un estratto del comunicato stampa.
"Dove nasce il linguaggio abilista? Il "ritardo mentale" così come il “mongolismo”, sono termini nati nel ‘900 e nel ‘800 in contesti medicalizzati considerati accettabili inizialmente, hanno assunto però col tempo una connotazione negativa attraverso l'uso dispregiativo che ne è stato fatto.
Le campagne di sensibilizzazione sulla disabilità hanno per anni cercato di ridurne o eliminarne l’utilizzo, sembrava che fosse una conquista alla portata, eppure stiamo assistendo a una sorprendente rinascita del loro uso, in parte perché persone in posizioni di potere e influenza hanno scelto di pronunciarle pubblicamente: da politici, CEO, fino a famosi podcaster, comici, stand up comedian, influencer, con una crescita di utilizzo sul social media X del 200% nel solo mese di novembre 2025 (Dati Montclair State University). Questa rinnovata visibilità contribuisce a legittimare l'uso di queste parole in ogni ambito della vita sociale: a scuola come insulto tra studenti, al lavoro come scherzo tra colleghi, nello sport come simbolo di fallimento (su tumblr...n.d.r.).
La maggior parte delle persone ritiene che il problema esista solo quando questa parola è rivolta a una persona con disabilità. Non è così: il danno non dipende dal bersaglio dell'insulto. Perché quando la disabilità viene usata come metafora della stupidità, della debolezza o dell’incapacità, rafforza l’idea che la disabilità stessa sia inferiore o ridicola. Ciò è doloroso e disumanizzante per le persone con disabilità perché aiuta a rafforzare gli stereotipi e i pregiudizi che affrontano ogni giorno. E il danno non è individuale: è collettivo. Il problema non è solo cosa una persona può provare quando sente queste parole, ma il danno culturale che producono".
Speriamo ci siano orecchie e cervelli che intendano!
Chissà come sarebbe stato se fossi nata dalla "parte giusta", quella della maggioranza, che detiene privilegi in virtù della sua presunta e sbandierata "normalità".
Forse avrei scopato di più e magari avrei avuto dei figli o figlie, senza provare a tirar su quelle delle altre.
Magari avrei avuto più "amori" o avrei faticato meno nell'organizzazione della quotidianità.
Probabilmente le fatiche sarebbero state differenti, private del peso aggiuntivo dello stigma, dell'appartenere ad una soggettività politica dal corpo non conforme, dai ritmi di vita non conformi e diversi dal ritmo unico della produttività.
Vorrei sbirciare per un attimo dal buco della serratura della sliding door o fare un salto in un universo parallelo in cui io faccia parte della "maggioranza privilegiata", per vedere se ce l'avrei un po' più semplice o ne avrei altre, di altri tipi.
Chissà...
24 ore
Inventarsi modalità di gestione della quotidianità diversi da quelle "standard", che tutti si aspettano a volte è difficile e spossante.
Io ce l'ho fatta a organizzare la mia vita senza l'ingombro di una badante h24 (preziosissimo sostegno, per carità, ma averla h24 significa dover gestire un rapporto di lavoro a casa tua, h24!):oss del comune, assistente personale a ore e la gestione di una sera a settimana in autonomia (ora, a dire la verità, vengo aiutata dalla mia "conquilina" ma ho sperimentato che potrei farcela anche da sola).
Il problema sono 24 ore: dal sabato sera alla domenica sera. Quel lasso di tempo da quando vivo da sola (e anche ora) lo gestisco grazie ad una bellissima rete di amiche (e qualche amico) che ospito e da cui vengo ospitata.
È un modo per essere aiutata in ciò che mi serve, ma è anche un'occasione per coltivare relazioni che nella frenesia della vita quotidiana rischierebbero di perdersi.
Da qualche tempo, però, faccio fatica a gestire quelle 24 ore. Sapevo che sarebbe potuto succedere: la disponibilità delle persone amiche fluttua nel tempo, è normale che sia così.
Eppure mi ha colta impreparata. Non so che strategie adottare, se non quella di tornare da mia madre nei weekend in cui "si mette male".
Sì, perché anche pensare di assumere qualcuno "a chiamata" non è mica semplice, e non solo per una questione economica, anche per il tipo di richiesta che farei.
Dovrebbe essere una persona disponibile a "tappare i buchi", anche dell'ulltimo momento. Difficile.
E pensare di puntare sulle tecnologie assistive per aumentare ulteriormente le mie autonomie è una strada da praticare, ma troppo complessa nell'immediato.
Stasera mi stavo perplimendo in questi pensieri, quando mi ha chiamata B., per sapere come stavo.
Le ho risposto che avevo le palle (che non ho) girate. All'inizio non volevo esplicitarle il motivo, ma poi l'ho fatto.
"Bisogna puntare sulla rete, ma in modo più sistematico di come abbiamo fatto finora" - mi ha detto - "Siamo in tante/i, se ognuna/o si prende un momento fisso nel weekend, la frequenza con cui ciascuna/o ti darà una mano, potrebbe essere meno di una volta al mese".
Difficile che funzioni regolarmente, ma solo il fatto che qualcuna l'abbia immaginato possibile mi ha fatto sentire più leggera.
Se riuscirai a sopravvivere all'abilismo, anche nelle dimensioni della vita in cui ti senti più fragile, diventerai invincibile.sarai libera
Vaneggiamenti antiabilisti
Oggi un'amica mi ha raccontato che suo padre è diventato una persona disabilizzata a causa di problemi neurologici che gli impediscono di camminare, per cui ha iniziato a spostarsi con la carrozzina.
Non ha dolori fisici, ma lui e soprattutto sua moglie hanno preso malissimo questa sua nuova condizione:non escono più di casa da giugno e lei sembra perennemente in stato confusionale. La mia amica mi ha chiesto qualche info, sia per capire che tipo di sostegni e servizi ci sono per l'autonomia e la vita indipendente, sia per "un accompagnamento in questa nuova vita, per immaginare di poter fare le cose ma in un modo diverso".
Pur non essendo mai stata "abile" posso capire che il passaggio dalla condizione di persona "abile" a quella di persona "disabilizzata" sia per molti/e uno shock. Ma la causa non è la nuova condizione fisica della persona.
Il vero trauma è il passaggio da una condizione di privilegio - quale è quello delle persone cosiddette "normodotate" - ad una condizione di discriminazione.
È ritrovarsi persone disabilizzate in una società costruita a immagine e somiglianza delle persone "abili".
La vera sfiga è che determinate caratteristiche considerate "fuori dalla norma" dalla medicina siano state connotate in modo fortemente negativo dal senso comune.
Secondo il sentire comune le persone disabilizzate sono "poverine", "sfortunate" o al contrario esseri speciali e meravigliosi solo perché hanno il coraggio di uscire di casa e magari essere soddisfatti della propria vita, nonostante l'enorme sfiga causata dalla loro condizione .
Ma soprattutto sono inadatte a partecipare alla vita sociale e politica.
Queste teorie (abiliste) hanno conseguenze molto concrete nella vita quotidiana: una maggioranza "abile" ha il potere di escludere una minoranza disabilizzata dal godimento di diritti e dall'assolvimento di doveri.
Tempo fa ho discusso su un social con una giornalista molto famosa e acuta su molti temi, ma che non dovrebbe scrivere di disabilità, perché il suo pensiero è terribilmente abilista. Ad un certo punto mi ha chiesto:"Le faccio una domanda diretta. Alla quale capisco che non sia facile rispondere, perché noi siamo il risultato delle nostre circostanze, ma le chiedo uno sforzo di immaginazione. Se lei avesse potuto scegliere, cosa che nessuno di noi può fare ma proviamo a immaginarlo, appunto. Lei avrebbe davvero scelto di venire al mondo con una disabilità grave o avrebbe preferito di no?"
Ecco l'incipit della mia risposta:"Sceglierei di nascere come donna disabile, ma in una società non abilista e non sessista".
Sono stata terribilmente prolissa. Tutta questa spataffiata si poteva riassumere in una frasetta super stringata: "La sola vera sfiga di noi persone disabilizzate siete voi, persone abiliste!"
Non sarà un'avventura - epilogo
A parte il fatto che: l'unico autobus che transita nei festivi stamattina non è passato all'ora indicata, sicché i circa 3km da casa alla stazione degli autobus ce li siamo fatti, lei a piedi e io sul mio bolide elettrico;
una volta arrivate in stazione nessuno ci ha saputo dire dove comprare il biglietto e abbiamo dovuto consultare l'oracolo del nuovo millennio per avere l'info;
non ci era nemmeno chiaro da quale binario partisse il nostro autobus, perché la nostra destinazione non compariva su nessuno schermo...
alla fine siamo partite, giunte a destinazione, visitato il paesello e dintorni, e ritornate sane e salve a casa!
Per questa volta chi l'ha visto non ci avrà😂
È venuta a farmi visita un'amica "da giù". Domani avremmo optato per una gita fuori porta, in uno dei paesini della Riviera della Mala. Molto carino, il paesello, con una passeggiata davvero romantica sul fiume e un suggestivo mulino ad acqua.
Ci sono già stata varie volte, ma sempre in auto e con la carrozzina manuale. Stavolta invece volevamo andarci in treno e con la carrozza elettrica, 95 kg di forza motrice!!!
Ho scritto alla Sala Blu di Trenitalia per prenotare l'assistenza per i passeggeri a "ridotta" (che poi si potrebbe discutere anche sul termine ridotta, ma non divaghiamo) mobilità.
La risposta è arrivata forte e chiara:"l’assistenza da lei richiesta NON è realizzabile in quanto la stazione di*** non è abilitata al servizio PRM (Passeggeri a Ridotta Mobilità) e presenta delle barriere architettoniche tali da non renderla accessibile (marciapiedi non a livello, rampe di scale per il sottopassaggio, assenza di ascensori, ecc…)".
Ho provato a cambiare destinazione, un altro ameno paesino di provincia, ma la risposta che ho ricevuto da Trenitalia è stata identica.
Siamo allora tornate alla nostra prima meta, cambiando mezzo di trasporto: raggiungeremo il paesino del Mulino Bianco in autobus, linea extraurbana...
🤣🤣🤣
Già, extraurbana ma ACCESSIBILE, stando a quanto scritto sul sito della società erogatrice del servizio di trasporto pubblico.
Speriamo non sia ACCESSIBILE come il servizio di trasporto pubblico urbano: oggi il primo autobus che è arrivato non si è accostato al marciapiede dove si trovava la fermata, più alto in quel tratto proprio per garantire la giusta pendenza per la fuoriuscita della rampa (se la distanza tra la rampa e il suolo è troppo elevata, le rampe elettriche non fuoriscono), bensì in mezzo alla strada. Ovviamente la rampa s'è inceppata e non è uscita. Inutili le mie richieste di fare marcia indietro e accostarsi decentemente.
"C'è l'auto della polizia dietro, non posso farla spostare, ma tra poco arriva un altro 11", ci ha assicurate l'autista, ripartendo senza di noi.
L'altro 11 arrivato "tra poco" non fermava nella mia zona. Venti minuti più tardi la mia amica "di giù" era praticamente assiderata (scorza sottile, queste donne del sud 🤣) ma all'orizzonte è comparso finalmente il NOSTRO autobus!
Ora, secondo le mie modestissime ipotesi, le RAMPE degli autobus URBANI dovrebbero essere più usate, manutenute meglio e quindi più funzionanti di quelle degli autobus EXTRAURBANI.
Ma se è vero questo, considerata l'esperienza di stasera...
...se domani sera non comparirà nessun post su questo profilo...
...
Chiamate CHI L'HA VISTA!!! 🤣🤣🤣
#ornella vanoni #elisa #carmen consoli
Storie di ordinaria follia istituzionale - parte II
Rientro a casa puntuale, anzi in anticipo, perché oggi è uno dei giorni in cui pranzo con una delle oss del SAD (omen nomen😂...comunque è un acronimo e sta per "Servizio di Assistenza Domiciliare) del Comune e ho paura di venire cazziata se darò sfoggio del mio proverbiale ritardo (inconfondibile segno di una mente creativa).
Mi viene incontro una delle rappresentanti sindacali della cooperativa del mio servizio, oss pure lei. È venuta per sottopormi un questionario sul mio progetto individuale (in pratica per sapere in cosa vengo assistita) e sul grado di accessibilità e di adeguatezza alle norme di sicurezza del mio appartamento.
Entriamo in casa, io indosso una giacca con alamari, un po' ostici da slacciare per me che non ho una buona motricità fine degli arti superiori (infatti non la indosso mai quando mi spoglio in autonomia).
Faccio accomodare la simpatica oss sul divano.
"Ciao AMORE*, ho saputo del nuovo lavoro, complimenti! Ti piace?", ecc. ecc., - mi chiede - il tutto condito con quella voce melensa da diabete all'ultimo stadio (non so se esiste un ultimo stadio del diabete, ma ci siamo capiti/e) che ben si sposa con l'AMORE di cui sopra.
Io inizio a raccontare del mio (non più tanto nuovo, in realtà) lavoro, quando mi accorgo di indossare ancora la giacca e chiedo alla oss se mi può gentilmente aiutare a toglierla.
"No, AMORE, mi dispiace non posso. Aspettiamo la tua oss, che dovrebbe essere qui a momenti" - risponde.
"Perché non puoi (sottotesto:MA PER COSA CAZZO SEI UN'OSS, ALLORA???!!!)?", le chiedo basita.
"Perché sono qui come rappresentante sindacale e non come tua operatrice, quindi non sono assicurata e non posso toccarti"...
...
...
Ok, come dice la canzone, devo stare molto CALMA!!!
"Non è che mi potresti solo slacciare i bottoni, che poi mi arrangio a togliermela da sola?", la supplico con gli occhioni da gatto di Shrek.
"No, che se poi ci facciamo male (ma chi? Io e te? Io e la mia altra ego? Noi e le nostre personalità multiple? n.d.r.) andiamo nei guai! Porta pazienza, tra poco dovrebbe arrivare la tua oss".
Ma come potremmo "farci" male (che tradotto è:come potrebbe succedere che io mi faccia male o che tu mi faccia male nell'atto di togliermi una giacca?)? Cioè, capisco che ci siano corpi differenti, alcuni più soggetti a fratture o slogature di altri, ma 'sta tizia conosce il mio corpo da anni e sa bene che è indistruttibbbbile!!!
"Ora devo andare, ciao AMORE!", ed è uscita.
La "mia" oss ha un senso della puntualità pari al mio, è arrivata con un quarto d'ora di ritardo, che non è molto in senso assoluto, ma in certe situazioni sì.
Mentre l'aspettavo, comunque, ho intercettato mia nipote che usciva dal bagno e ho chiesto a lei, che mi ha aiutata porconandomi contro in tutte le lingue del mondo, come solo una diciannovenne in transizione di genere (siamo tutte un po' stranette in famiglia🤣) sa fare, per aver osato disturbare il suo SACRO fancazzismo !!!
Quindi, ricapitolando il tutto in un piccolo bignami for dummies:
Se siete utenti di un SAD, pregate che nessun maccherone vi vada di traverso in presenza di una oss non assicurata per farvi assistenza, perché potrebbe essere l'ulltima cosa che ingoiate (e ci sono ultime cose molto più degne di essere ingoiate, credetemi);
se avete nipoti adolescenti o tardo adolescenti, che siano in transizione o meno, preservate la vostra SALUTE MENTALE, scioglietel* (c'ho un po' di remore a mettere gli asterischi da quando qualcuno mi ha detto che i lettori di schermo per persone cieche non li leggono. Devo verificare l'info, ma se fosse così, non sarebbe il massimo dell'accessibilità) nell'acido!
Per ora è tutto, stay tuned, stay QUEER!
*Piccola digressione sull'uso di suddetto termine da parte delle OSS del (very) SAD del mio comune di residenza (non generalizziamo, magari altrove è meglio...magari).
Oh...lo usano quasi TUTTE (a parte rarissime mosche bianche, tipo la titolare del mio servizio, che probabilmente sa che appellarmi così vorrebbe dire firmare la sua condanna a morte) ! ! ! INCREDIBBBBILE!!!
Mi chiedo: ci sarà una materia di studio, all'interno del corso oss (sempre del mio comune), dove insegnano a trattare gli e le utenti come rincoglioniti e rincoglionite???!!! Secondo me sì, ed è pure seguito con grande attenzione...si applicano!!!
"Vorrei incontrarti di persona". Prima o poi arriva sempre il momento in cui questa richiesta viene formulata nei luoghi in cui sono protetta dall'anonimato.
E tu sai che chi esplicita questo desiderio lo sta rivolgendo a una donna abile (e con due tette). E sai anche che quel desiderio probabilmente non nascerebbe nemmeno se chi te lo dice sapesse che dall'altra parte dello schermo c'è una donna disabilizzata.
È crudele perché certe volte una scopata potresti anche considerare di farla. Certe volte andrebbe anche bene. Anche se sai che non è la persona della tua vita, anche se certe sue uscite ti hanno fatto riconsiderare la castità sotto un'altra luce.
E quindi, sai che c'è? Che lo incontreresti anche tu di persona. Tu che sai benissimo quale sarebbe lo scopo dell'incontro (dove "scopo" è la keyword) ma anche a te andrebbe bene così. Perché non ha funzionato con chi ne valeva la pena, nonostante i tuoi sforzi e il tuo impegno, e allora manderesti affanculo tutto e ti prenderesti un po' di piacere, sebbene effimero.
Però sai che non andrebbe a finire con nessuna scopata, probabilmente, ma con tanto imbarazzo e uno che ti schifa. E sarebbe violenza e tu vuoi proteggerti da questa violenza perché anche il pensiero di avere le spalle grosse ha rotto il cazzo e le piccole e grandi labbra.
Non puoi averne certezza, ti direbbe la psycho, che manderesti affanculo pure lei. Certo, ogni persona è diversa dalle altre, ma tu hai visto quel film talmente tante volte che fatichi a credere ad un finale diverso. Non nei luoghi dove la gente non vede tutto il tuo pacchetto.
È crudele dire di no per proteggerti dalla possibilità (che per te è quasi certezza) di un rifiuto, quando invece vorresti dire di sì.
Arrivi a chiederti se non stai sbagliando, magari con lui sarebbe diverso, ti dici. Magari lui sarebbe diverso.
Ma il tuo grillo parlante ti mette in guardia dal fare cazzate, ti porta prove schiaccianti di come dovrebbe essere una donna dal punto di vista del tuo interlocutore. Sempre disponibile. E se non lo è, se "la conserva" e poi se ne pentirà. E quasi sicuramente una donna dovrebbe essere "normaloide", secondo il tuo interlocutore.
Cosa ti aspetti da gente così, che ti apprezzi? Che ti desideri, anche solo per una scopata?
È solo questo che stai incontrando nell'anonimato e, per la prima volta, stai vivendo quello che vivono le altre, nel bene e nel male.
Ma non ti è dato di viverlo fino in fondo, solo un assaggio. E questa è un po' un'agonia.
Ti ripeti che dovresti chiudere le comunicazioni, perché non porteranno a un cazzo (e non solo in senso figurato), ma non ci riesci. Ti fa piacere essere cercata e desiderata, per quanto in un modo ancora imprigionato dentro al solito schema patriarcale e abilista.
E poi adesso lo stronzo sta iniziando a capire cosa funziona e cosa no, con me. Cosa dire per farmi vacillare.
Non so che fare e ripenso ad A. e a come mi faceva stare. Ad A. che non ha scelto me, ma un fumetto. Un fumetto che non dev'essere poi così insulso se tra loro funziona.
Forse dovrei migrare altrove, forse prima o poi lo farò.