Tired, Langston Hughes
I'd rather be in outer space 🛸

Love Begins
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@biancospino
Tired, Langston Hughes
Ormai non scrivo più, ho smesso di tenere le tracce delle mie zampe canine. Sono cambiate tante cose nel corso di questi due mesi di silenzio… l’amore è sbocciato fra le nostre dita intrecciate, la pazienza ha portato i suoi frutti dolciastri; una vita attende alle soglie delle porte del mondo, mi sussurra fervida il suo volto. E io continuo a remare, ancora e ancora, in questo perpetuo mare scontento. Ma a che prezzo barattare il mio canto per una vita banale?
Tu mi sei accanto, con una sicurezza così sincera che quasi non t’ascolto, gli amici, anche loro, si apprestano a battere docili pacche sulle spalle: sembra che non manchi nulla all’appello d’una vita sincera: ma poi? I soldi, il lavoro, gli studi: l’immensa fatica di restare al mondo.
Mi sono accorta che ti conosco sempre di più senza rendermene conto. Che ti cerco, che ti ascolto, che ti voglio sempre con più costante veemenza. Che sei una stabile dolcezza nelle mie giornate un po’ grigie. E sorprendermi nello scrutare con questa facilità i tuoi pensieri, atteggiamenti, mi sconvolge e rassicura al contempo come solo la tua nobile certezza sa fare. Il terrore di idealizzarti si pone duro, picchia a volte forte, sulla mia pancia: ma poi tu mi guardi, mi sorridi, ed ogni lacrima se ne va via, al curar sereno d’ogni tuo bacio, al cullar leggero della tua mano.
Sono stanca di questi incubi, sogni tormentati e contraddittori. Dimmi anima brava, cos’è che ti tormenta?
Forse mi sto ammalando perché ho smesso di nuovo di scrivere. Forse mi sto solo ammalando, ammorbando di silenzio. Che se potessi avere una diagnosi, forse, sarebbe del male nero del tacere.
Sono giorni che sento di starmi deprimendo. Paranoie, pensieri ossessivi e una forte e perpetua malinconia mi chiudono la pancia e mi bagnano gli occhi… ne ho paura.
A. Mi ha detto che noi non siamo le azioni che compiamo, mi ha detto che siamo un’essenza che manifestiamo e impariamo a conoscere.
Ho sempre creduto il contrario di questa affermazione: che fossero le azioni e le conseguenze che manifesti nel mondo a renderti ciò che sei.
Eppure viviamo in una eterna contraddizione, siamo fatti per mentirci, contraddirci, rivelarci ipocriti.
Vesto di giorno in giorno una maschera bellissima, fatta di nobiltà e meraviglia. Ma spesso mi capita di farmela sfuggire via - perderla alla folata d’un vento d’amara realtà- e mostrare un viso muto, smunto. Mostro in attimi di distrazione la mia umanità e in quei momenti, quando la magia si dissolve dal mio volto di marmo, ecco la delusione marcare quei volti che si scontrano con il mio.
Vorrei essere perfetta, lo vorrei così tanto… non sbagliare mai, essere il principio più onesto della Coerenza. Invece sono fra le più banali delle creature: Diabolè sogghigna e si diverte sulle mie spalle, pronta a sporcarmi, macchiarmi, pasticciare sulla mia bellissima maschera, io che vorrei solo essere burattina perfetta delle mie più alte intenzioni.
Con estrema facilità mi sono persa nella più buia delle domande: chi sono?
Cosa rende una persona, una bella persona?
Io? Io sono una bella persona?
Io che ferisco, io che mi beffo e derido. Io che ignoro, io che piango, io che rido e schiamazzo, io che assolvo e condanno.
Vorrei solo porgere in dono il fiore delle mie scuse.
Sono giorni di forte malinconia e solitudine, giorni in cui fatico ad essere solare e di buon umore, in cui i miei nervi si irritano anche con estrema facilità. Questa mattina mi sono svegliata, più riposata del solito, ma comunque assonnata. Ho deciso di vivere questo giorno dedicandomi, forse, un po’ a me. Mi sento meglio, meno triste del solito, eppure ci sono momenti in cui mi crogiolo in quel languore che come una vischiosa mistura bolle con lentezza nel mio petto. Come se anche oggi non fossi triste, la giornata non sarebbe vissuta nel modo corretto. Come se questa tristezza dovesse far parte della mia routine quotidiana. Sento spesso le insicurezze prendermi da parte e sussurrarmi all’orecchio sporche verità, bugie per lo più, che pungono come vespe aggressive. Ma poi mi ridesto, oggi sto meglio, oggi va meglio: io non voglio essere così.
Non so cosa mi stia succedendo, il lutto, l’insoddisfazione, la solitudine che sento a volte ritornano con prepotenza e cercano di inabissarmi nel silenzio.
Ma se oggi il sole ha deciso di coprirsi dietro una coperta di nuvole azzurre, vorrei essere io in grado di splendere e ripotare la luce.
In questi giorni ho smesso di scrivere, incapace di articolare i miei pensieri e questo malessere profondo e confuso. L’ho vissuto, lo sto vivendo, ma rifiuto in me l’essere d’ombra, essere fardello e pianto taciuto.
Cosa si fa quando cresci e scopri che tutto questo dolore è destinato ad essere vissuto in solitudine?
Ho paura di spaventarti, in qualche modo ferirti o farti del male. Ho il timore che lasciandomi andare a un semplice gesto durante quel giorno che dell’amore porta il nome, io ti possa - in qualche modo - terrorizzare. La spontaneità viene meno e il mio passo si fa cauto e lento, spasmodicamente rallento, mi faccio forse indietro. Da te non mi aspetto nulla, se non il vivere quel giorno in silenzio, vestendo l’affetto di falsa amicizia. Passo queste giornate ad osservare le rose, i cuori, gli stupidì regali che rasentano l’imbarazzo, ma ti penso e mi domando, forse mi perdo nell’astratto pensiero di un amore che porta il tuo nome. Mi concedo dei secondi di follia, di una realtà altra vissuta in piena fantasia, in cui io sono tua e tu sei mia e m’è concesso desiderarti, sfiorarti, parlarti, così perdutamente. Dopo averlo fatto mi ridestò dal sogno, ritorno in questo mondo fatto di paure e gravi solennità e m’allontano da ogni vetrina, da ogni pensiero, da ogni programma: perché tu non sei mia. E quel giorno farò finta di nulla, dissimulerò l’inganno, porterò sulle labbra questa fastidiosa bugia e la poserò di nascosto fra gli angoli dolci del tuo sorriso, sperando, forse, che tu un giorno te ne accorga.
Dov’è la mia poesia, adesso?
Che sia forse questo il momento del tuo rifiuto? E di nuovo si ripalesa il mio atteggiamento del folle, dell’innamorato logorato dal suo Immaginario e dalle infinite congetture. Paranoiche parabole solcano le mie tempie crucciate: e ti penso e ti scrivo, forse, solo fiumi di parole senza sosta nè ragione, poiché il fine non è quello di donare un senso alla mia narrazione, ma solo versare come lacrime opache questa mistura che ribolle nel mio ventre in attesa.
Vorrei disegnarti come il più bello dei fiori, lasciarmi andare al tuo respiro e alla tua fantasia. Vorrei confondermi con una tua sincera carezza, trasformarmi nel tocco che lieve sfrega la tua pelle morbida. Vorrei perdermi nelle tue iridi grandi, che sono l’erba ridente in cui vorrei poter riposare serena. Che sei un sole dormiente quando sei fra le mie mani, i tuoi tiepidi raggi non scottano mai le mie piccole dita ed io mi rimpicciolisco - divento di nuovo bambina - se sono al tuo fianco. Vorrei potermi nascondere negli angoli dolci del tuo sorriso, farci lì una piccola tana, rifugiarmi al suono leggero del tuo sorriso, sentirmi splendere alla musica del tuo riso. Vorrei baciare con delicatezza ogni tuo frammento, cullare le tue ombre la notte e sentirti realizzare la pace della quiete. Vorrei donarti i ricordi felici, abbracciarti come la brezza del mare d’estate e restarti vicino con silente dolcezza, perché con te - io che non faccio altro che ciarlare mille versi da poeticulo perso - sento finalmente di non dover parlare e lasciarmi andare al vento leggero del tuo verde giardino, che se tu lo volessi potrei porre con rispetto e lentezza le radici dei miei boccioli dischiusi, per vederli sbocciare al canto quieto della tua poesia.
La vita sembra sorridermi un po’, ma allora cos’è che mi spaventa?
Il lavoro sta ingranando, l’uni ce la possiamo fare. Posso essere una studentessa lavoratrice. Alla fine tutte le ore vuote le riempio con il lavoro, cos’è che mi spaventa? Il senso di responsabilità si fa macigno sulle mie tempie. Il mio sogno d’essere una persona economicamente indipendente s’è realizzato: e adesso cos’è che genera timore nel mio petto confuso?
mi lascio andare alla dolce fantasia che sei e che è l'emozione che mi si divincola in petto: un premuroso affetto e dolce apprensione. Ma poi - reduce o forse solita al disinganno - mi ridesto e penso a quanto tu possa essere, forse, l'ennesima mano pronta a non cogliere il mio bocciolo acerbo. Essere, forse, l'ennesimo fiore mai sbocciato
Perché sembra sempre tutto così difficile?
se la mia anima potesse esprimersi in musica, sarebbe certamente questo brano.
Angus MacRae · Vivarium · Song · 2022