È lì con i capelli attorcigliati nella bacchetta, con qualche ciocca più corta sul davanti ad incorniciarle le guance e le tempie; è lì con le unghie prive di smalto, con le dita diafane della destra che trattengono una penna che sfreccia sulla superficie di un taccuino avido di informazioni; lì col viso privo di trucco, gli zigomi rosei, il naso spruzzato da qualche timida efelide. È lì ed è irriconoscibile, in quel suo scompiglio che ora sembra essersi fatto più ‘ordine’, irregimentato nella monocromia di un camice da stagista qualsiasi. Dopo un anno trascorso a consultare di nascosto tomi polverosi su tomi polverosi, ma soprattutto a decodificare e metabolizzare la natura stessa di un interesse che di principio ha lasciato attonita persino lei stessa, lo stage al San Mungo per aspiranti guaritori si è decisa a farlo. E lo ha fatto non senza la preoccupazione di ciò che eventuali compagni, vedendola lì, avrebbero potuto pensare o dire di lei. Lei che non è ancora riuscita a conciliare la propria concretezza con l’immagine che vorrebbe ingenuamente dare di sé; lo scarto tra ciò che realmente è e ciò che, al contrario, gli altri dovrebbero indebitamente pensare che sia.
Ha l’aria posata e leggiadra d’una che svolazza molto più nei salotti da the che dinanzi alle interiora rovesciate d’un Animagus ubriaco. È decisamente più Pryxie, in quel « Sei molto bella » con cui commenta l’attenzione che rivolge alla creaturina bionda che le sorride come solo le ragazze che non hanno mai avuto bisogno delle attenzioni maschili sanno fare — che sia genuina o meno la fiducia in se stesse.
Il complimento di lei le si schianta addosso con lo stesso impeto di uno tsunami, ed è celere il conseguente abbandonarsi dello sguardo sulle piastrelle del pavimento. Pur concludendo che deve essersi trattato solamente di una frase di cortesia, un leggero rossore altera lievemente la base cadaverica delle gote. Aumenta ora l’intensità con cui si aggrappa a se stessa e alle sue stesse braccia, affondando ancor di più dentro il camice: le clavicole adesso come spuntoni a costeggiare il bordo del soprabito.
Un so you agree; you think you’re pretty manca di calzare al momento, perché il fiotto rossastro che assalta un poco le guance altrui provocano di rimando una goccia di curiosità sulla spensieratezza con cui Phoebe s’è lasciata attrarre da quel dettaglio. Lo sguardo si offusca d’una lontana — eppure divertita — amarezza, ma ha la decenza di celare questo sotto le ciglia e stringersi semplicemente nelle piccole spalle. Chi ha osato non dirle spesso d’essere bella? […] « San Mungo è » Anche la piuma si ferma, ora, e le labbra vermiglie sospese su parole che forse non spetta a lei pronunciare. Altro dissenso cattura tra i capelli altri riflessi ramati. « Ho una bambina. » sceglie, alla fine. « E ho deciso dare a lei il mio tempo. Per qualche anno almeno. » Per quanto stia ammettendo quella che potrebbe essere una debolezza — tante Guaritrici sono madri e non tutte tradiscono la medicina pubblica, mpf —, lei suona serena nell’affermazione. « Ci fanno studiare cosi` tanto per abituarci a dormire poco, sai. » un`altra vibrazione divertita nella voce. « E` un super potere. » Altro che solo streghe.
« Una bambina… » sospendendosi « ma come fai con… » movimenti del capo che vorrebbero riassumere un ‘tutto questo’: gli orari, i ritmi frenetici. Tutto. È stata inopportuna? « Beh ti aiuta il… ‘padre’ » l’ultima parola pronunciata con l’urgenza di togliersela subito dalla bocca « …immagino », lo sguardo indagatore. « Sarà fortunata a prescindere » la figlioletta, s’intende « sembri molto grinzafica come madre » scatto di un angolo della bocca, la nonchalance a regnare sovrana sui lineamenti « è solo che coniugare le due cose… la madre e la guaritrice… » riportando ad alta voce un pensiero spontaneo.
« Ci ama. » con altri istante di silenzio a seguire. « Ma è comunque un mago. A loro non viene insegnato che genere di aspettative abbia la società per noi. Per fortuna ha me. » A insegnare, sì. « Molti Guaritori » lieve pausa « e molti pazienti » l’apprensione riluccica nello sguardo felino volto alla bionda « purtroppo non hanno la stessa Felix. » Accenna un sorriso quasi di scuse. « E forse ti sentirai di doverli imitare, per farti rispettare » lieve disappunto pennella la fronte levigata, ora, misto ancora a dispiacere. « Ma questa professione è già abbastanza esigente perché tu debba rinunciare anche a te stessa. »
La donna cita quella cosa con la ‘a’ e la sua reazione più immediata è quella di sollevare curiosamente le sopracciglia, patendo un disagio latente per il modo così diretto che lei ha di menzionare una cosa così intima. Amore. Perché a lei fa questo effetto ciò che per gli altri è motivo d’orgoglio e felicità?
Si àncora a quelle vibes decisamente femministe del discorso dell'altra strega, troppo perché lei — che in fronte ha leggibile, e a chiare lettere, un costante cipiglio da blondie, but never your barbie — non possa prorompere in un marmoreo « sì, è così.» accompagnato da cenni d’assenso del capo. Perché in poche sillabe l’altra figlia di Cosetta sembrerebbe aver riassunto le ragioni del suo dissidio interiore. Dissidio che, a quanto pare, ha tutta l’aria di avere radici secolari. Perciò si deciderà a parlare, e lo farà con calma e con ardore al contempo, infiammata da un qualcosa che sembra quasi mettersi in moto dentro le sue stesse viscere. « Io lo detesto il modo in cui hanno deciso che dobbiamo essere una cosa sola » così, a freddo, come se non l’avesse neanche premeditato. « E non lo sopporto » rincara la dose « il modo in cui questa cosa sola non va mai bene. Il modo in cui dobbiamo farcelo il doppio degli altri » leggi ‘il mazzo’ « per essere prese sul serio » non se ne rende conto, ma sta accompagnando il tutto con fervidi gesti delle mani, i capelli a briglia sciolta, il catalizzatore nella mancina, e qualcosa ad incendiarne lo sguardo «e alla fine finiamo per non esserlo mai realmente» prese sul serio «perché finisce che c’è sempre qualcos’altro che dobbiamo dimostrare» ancora gesticola «se siamo troppo intelligenti siamo ‘corvosecchie’ e possono metterci i piedi in testa. Se ci preoccupiamo del nostro aspetto siamo frivole, se non lo facciamo siamo sciatte. E non importa quanto i tuoi vestiti o il tuo modo di fare gridino al mondo che non ti interessa un grinzaficosecco di niente: le tue tette o il tuo c*lo finiranno lo stesso menzionati nel prossimo TimoCupido, e il tutto perché qualcuno ha deciso che devono starci, o che è questo che deve valere più di tutto ciò che di altro avresti da offrire al mondo, e... » si interrompe, la bolla in cui aveva la percezione di essere immersa implode. « Io... » si sospende così, aggrottando la fronte «ecco...» rabbia repressa, Coleman? Troppo tardi, direi. Si schiarisce la voce, incasinando i capelli attorno al catalizzatore che fissa nervosamente sulla nuca, rimandando indietro con le dita le ciocche più corte che incastra dietro le orecchie, seppur queste continuino a sfuggire dalle cartilagini.
È esile sotto l’ampiezza delle gonne o le morbidezze delle maniche a tre quarti, ma qualsiasi illusione di fragilità è accompagnata piuttosto dalla pienezza delle labbra e lo sguardo che ora offre quella attenzione che qualcuno — davvero — avrebbe dovuto dare ad Azalea molto tempo fa. Lei la trova bellissima. Il capo è inclinato, a riflesso del timore di ferirla o turbarla che accompagna la quieta fluidità con cui tenta raggiungerla. E lì, fronte a lei, osare dilungare la mancina verso la mano altrui — le dita sottili, morbide, curate, su quelle bianchissime altrui, a muto dimostrazione di sostegno. « Posso? » fioca poi. Se concesso, con tocchi delicatissimi, cercherebbe scostarle le ciocche via delle gote, accompagnarle dietro le orecchie — a rinfrescarla un attimo dopo quell’eruzione di rabbia troppo a lungo trattenuta. Adeguerebbe la presa — che non si fa mai intensa — ad eventuali disagi, evitandola del tutto se percepito il divieto.
La tenerezza di lei riapre l’imboccatura di quel buco addormentato tra le pareti del suo stomaco: sempre lo stesso, pronto a trasformarsi in voragine nell’urgenza e nell’impossibilità di essere mai colmato del tutto. E alle iridi ambrate di Phoebe, per un attimo, se ne sovrappongono altre azzurro mare. Materne. E non regge a quello scherzo crudele e beffardo giocatole dalla sua stessa mente. Colpita e affondata, ora che, con le ciocche incastrate dietro l’orecchio dalla premura della Guaritrice, si alza di scatto dalla poltrona per rassicurarsi con la certezza di avere quanto meno presa su quel pavimento; di avere qualcosa sotto i piedi, di non stare sprofondando. «S-sei... gentile ma... io... » la fronte corrugata, le dita diafane a cercare nervosamente un ancoraggio al proprio collo « è stato un piacere, Phoebe, ma ora... » è ossigeno che scarseggia e battito cardiaco che accelera. Rimane sospesa nell’ultima sillaba mentre, indicando con l’indice la porta, ne cercherebbe l’ampiezza dell’uscio. E intanto se lo ripeterebbe almeno cinquecento volte mentre dentro quel camice ingoierebbe a passi svelti quante più piastrelle del corridoio possibili: ‘i paladini non piangono Lea. E tu non devi fare come mamma: tu non devi piangere mai. Promettilo’. Promesso.