Casa Coleman è immersa in una quiete surreale. In cucina, nel salone, nelle camere, non sembra sussistere traccia alcuna che lasci prevedere l’imminenza delle giornate natalizie, fatta eccezione per un piccolo Bonsai sul marmo del piano cucina su cui è stato distrattamente apposto un filo di luci bianche. Haze e Isaac Coleman siedono uno accanto all’altro davanti ad un monotono servizio di porcellana, lasciando che sia il rumore delle posate e dei liquidi rovesciati distrattamente nei bicchieri a riempire l’abisso di silenzio che si frappone tra loro.
I. «Buono il polpettone?»
H. «È un ‘sì, ma so che non l’hai cucinato tu’»
Isaac Coleman, un filo di barba sugli zigomi pronunciati, passa un lembo del tovagliolo sulle labbra prima di schiarirsi la voce con una solennità che non gli appartiene. Il tono di un martire consapevole di essere in procinto di far detonare il suo ordigno.
I. «Viktoria verrà a stare qui, settimana prossima»
Haze Coleman, quindici anni il mese dopo, deglutisce a fatica un pezzo di polpettone, sforzandosi di non strabuzzare gli occhi e di non accennare al minimo segno di alterazione. Dentro, il gelo.
H. «Perché? Non ce l’ha una casa?»
I. «Ci sposiamo. L’anno prossimo»
H. «Scusa, quando pensavi di dirmelo?»
H. «E allora si vede che non hai tempismo, perché è un bel momento di mer*a»
I. «Azalea, ti prego di non cominciare»
H. «Non chiamarmi in quel modo»
I. «Haze, non cominciare per favore»
H. «Di non cominciare a fare che cosa esattamente, papà? A rivendicare il diritto di non avere una donna diversa tra i bolidi ogni volta che torno in questa casa per le vacanze?»
I. «Fino a prova contraria questa è casa mia»
H. «Ma davvero? Scusami tanto, tolgo il disturbo allora»
Fa per alzarsi strattonando violentemente la sedia all’indietro poggiando sul tavolo i palmi di mani che hanno già cominciato a tremare. Si sforza di mantenere la lucidità mentre voltandosi di scatto dall’altra parte tenta di svincolarsi dalla presa di Isaac, dita cinte intorno al suo polso.
I. «No, adesso tu siedi e finisci»
I. «No, adesso tu siedi e finisci, mi hai sentito?»
Lei dal canto suo inizia a muovere il braccio lasciando che ogni molecola del suo corpo accompagni lo strattonamento — irrisorio — di quello del padre. Non riuscendo comunque a divincolarsi decide di desistere.
H: «Altrimenti che fai? Mi picchi? Mi sbatti fuori di casa così da poterla tranquillamente trasformare nella succursale di un bordello?»
L’eco dello schiaffo è talmente forte che sembra schiantarsi contro le pareti, insidiarsi dentro gli sportelli, morire a contatto con le stoviglie nei cassetti. Arriva tanto forte quanto imprevedibile e quando si ridesta le è necessario uno sforzo quasi titanico per non portare la sua, di mano, al volto, laddove la guancia dalla punta dell’orecchio allo spigolo delle labbra ha già iniziato a formicolare.
I. «Lo vedi cosa mi fai fare? Mi fai fare e dire cose che non voglio!»
H. «Sai qual è il tuo problema?»
Lo dice con una voce quasi robotica, guardandosi dapprima le ginocchia e solo dopo trovando il coraggio di alzare lo sguardo e di cercare le sue stesse iridi dentro quelle del padre.
H. «Che non hai i co****ni, ecco qual è il tuo problema. Perché se ce li avessi, diresti sì, volevo darti uno schiaffo perchè non ti sopporto, perché non ti ho mai voluto. Perchè non ho mai saputo e non ho mai voluto fare il padre. E ammetteresti che mi tieni qui dentro solo perché ti senti in colpa. Perché pensi che io sia l’agnello sacrificale con cui puoi giocarti la possibilità di una redenzione agli occhi del padre eterno, ma hai fatto male i conti. Perchè se pensi che me ne starò qui a farmi bistrattare da quelle sanguisughe di conto correnti che girano per le stesse stanze in cui girava mamma credendoti il brav’uomo che non sei, mi sa tanto che ti sbagli di grosso».
I. «Tua madre sarebbe molto delusa nel vedere chi sei diventata»
Tira fuori la bacchetta, puntandogliela immediatamente contro. Braccio teso, cuore in gola.
H. «Ma non può vederlo. Non può vedere neanche il padre che non sei mai stato, quindi direi che nel complesso non ti è andata tanto male, eh Isaac?»
I. «Metti giù quell’affare»
H. «Se la nomini anche solo un’altra volta in mia presenza ti faccio diventare un pezzo del mobilio»
I. «Era m-i-a moglie»
H. «Non l’hai m-a-i amata! Aveva bisogno di te e tu non c’eri!»
H. «Hai appena detto che era tua moglie, c***o!»
I. «Abbassa quella cosa, non puoi usare la magia fuori dalla tua scuola»
H. «Vuoi fare una prova?»
H. «Ma veramente? Sei diventato un esperto di diritto del mondo magico? Non facevi lo sbirro per quello babbano?»
I. «Non vorrai farti espellere!»
H. «Che c’è, hai paura che ti rovini la luna di miele con quella sciacquetta?»
H. «Vaffanc**o papà. Vaffanc**o davvero»
Lascia la stanza retrocedendo a passo svelto, pur continuando a mantenere la bacchetta puntata contro il pullover blu di Isaac fino all’incipit delle scale. Una volta arrivata in cima si barricherà in camera sua a doppia mandata, riempirà un borsone delle poche cose in suo possesso e sgattaiolerà fuori dalla finestra. Camminerà senza voltarsi indietro, mentre fuori nevica ed il mondo, completamente estraneo alle sue sorti, si appresta a festeggiare una rinascita che per lei avrà sempre e solo il retrogusto amaro dell’abbandono.