da Joe Bousquet, Traduit du silence, 1941, trad. ita. Tradotti dal silenzio)«Pour traduire le silence, il faut vivre au-delà de son propre silence, entendre et retenir toutes les voix qui se taisent en nous.»
“Sono anni che aspetto una donna e che non so nulla di lei. Forse è venuta a trovarmi nel sonno e forse non avrò mai la certezza di essere stato guardato da lei tanto da vicino.
Forse è troppo malvagia per essere amata, forse troppo bella per essere vista. Se non ho ancora rinunciato alla speranza di conoscerla, è perché da tempo sono accaduti in me dei fatti singolari che soltanto la sua esistenza può spiegare: ogni pensiero che procede da me, per esempio, è fatto di ombra e se muta in parole è perché in quest’ombra c’è un volto in cui leggerlo con le labbra. Certamente questa indicazione è molto vaga e non basta a confermare il mio dire. Ma il seguito delle mie confidenze sarà più edificante e più d’una si riconoscerà nel fantasma interiore che invano supplicavo di strapparsi la sua veste di tenebre. Certamente sarà troppo tardi, almeno per me. Se non altro la chiarezza che avrei messo nel mio scritto avrà il posto di un’incertezza che non ho più la forza di sopportare.
Non dirò nulla della mia vita. Colei che amerò mi troverà sempre in lei stessa e non crederà alla mia esistenza se non a forza di provare indifferenza verso gli oggetti che mi circondano, a cui saprà che io stesso non ho accordato alcuno sguardo. Estraneo com’ero al mondo e certo che non vi fosse nulla in esso per appagarmi, abitavo la mia fame. Simile all’inerte massa di un vascello inabissato di fronte all’agitazione dei flutti, ero così poco mescolato alla vita dei miei simili. Per la verità non ero nulla di me. E, qualunque idea mi venisse, avevo per riconoscerla mia un vuoto così immenso da attraversare che mi ripiegavo in un’angoscia sconfortante, sempre pronto a piangere. Mi comprenda chi può; ero così profondamente inabissato nel mio indefinibile sentimento che l’espressione più sincera del dolore suonava falsa nella mia voce e pareva procurarmi una nuova specie di sconforto. La parola solitudine, per esempio, non mi rischiarava che la solitudine degli altri; e quando l’usavo pensando a me, era per sentire meglio intorno al mio cuore le tenebre indicibili in cui la sua nitidezza mi faceva sentire sprofondato. Piangere? Avrei pianto se le lacrime stesse non avessero avuto l’apparenza di mentire a un dolore infinito. Il mio essere era su di me. Il corpo mi pesava, greve come il cuore di cui si dice che è troppo gonfio quando l’eccesso del dispiacere sembra indurre chi soffre a fuggirlo.
Passante, fermati. Nel fondo dei tuoi silenzi di donna c’è un raggio nato per rischiararti queste parole di cui la più leggera coprirebbe mille notti con la sua ombra. Una mano di ferro, quando avevo solo vent’anni, mi ha dilaniato, non era nulla. Ho creduto di essere morto e questa illusione mi ha sempre separato dal cuore. Il cuore non ha mai saputo nulla di ciò che mi era accaduto, né che ero sepolto vivo e una metà di me stesso era la tomba dell’altra metà.
Ecco il miracolo. Amica mia, ero intatto, terribilmente intatto. Identico a me stesso in pensiero; terribilmente forte in questa convinzione, poiché essa poteva sopportare tutto il peso del mondo reale senza smentirsi. Tutto ciò che respirava, tutto ciò che amava, tendeva a schiacciarmi sotto il peso del mio corpo congelato, inutile. Ma il pensiero fu più grande di tutto quanto mi condannava all’oblio. Non c’era nulla che mi si opponesse e di cui il mio cuore non fosse l’origine. E’ molto strano: così facile a tal punto che non si sa come dirlo: l’uomo è in se stesso più grande e più forte di tutto ciò che è. E’ la grandezza, il divenire e la morte delle verità e delle cose, di cui è anche la sorgente.”