Ti piacciono le città come Varsavia, Dublino, Vienna. Ti piacciono i cieli grigi solo perché vuoi essere tu a colorarli. Le frasi le scrivi sempre di sera e ti fanno sempre piangere. Non ti senti bella però ti senti intelligente, anche se lo neghi. Le stagioni per te sono stati d’animo. Lasci sempre i vestiti sulla sedia e la tua camera è perennemente in disordine. Ti piacciono i giochi di parole, i tuoi pensieri sono in rima. Sogni di andare lontano. Sogni di circondarti di persone proprio come te. Hai imparato tutto da sola. Ti sei costruita tutto da sola. Aspetti sempre qualcuno che venga a salvarti ma intanto ti salvi da sola. Non ti trucchi molto, ma ti piacciono i rossetti scuri. Ascolti un sacco di musica. Troppa musica. Conosci un sacco di cose. Troppe cose. Sei polemica. Troppo polemics. Dopo il liceo sono sicuro che studierai giurisprudenza. Credi nell’amore ma non riesci mai a trovarlo. Hai paura dei sentimenti, hai paura di parlare. Hai paura anche della tua ombra. Hai paura che ti facciano del male. E soffri. Soffri tanto, ma in silenzio. Soffri per colpa della tua paura, per la tua paura di vivere. Perché in fondo a te il dolore piace e non lo temi davvero. Se ti fanno del male infatti ti rialzi sempre. Sei forte. Così forte che ti fai del male da sola. C’è una forza dentro te che spezza le vene. Per questo vuoi renderti fragile. Così non ti farai più del male. E potrei sommergerti di altre informazioni su di te. Ogni dettaglio. So tutto. So anche che leggi più libri contemporaneamente ed ora vuoi che io ti abbracci. -Chiara.
Ho letto L’insostenibile leggerezza dell’essere tre volte. Per tre volte mi sono immersa nella vita di Tereza, di Tomàs, di Franz e di Sabina, che si svolge, in tutta la sua complessità, sullo sfondo della primavera di Praga, negli anni Sessanta. Per tre volte, la lettura mi ha lasciata confusa, affascinata e profondamente turbata.
Milan Kundera descrive con una semplicità disarmante l’essenza più profonda dei suoi personaggi, scavando nell’animo di ciascuno di loro, che in realtà non è altro se non l’animo di ognuno di noi.
Rimarrai sempre il termine di paragone per le mie emozioni. E più passa il tempo, più diventi lontano, più lontane diventano quelle emozioni. Adesso non riesco. Sono sbagliata io, o sono sbagliati tutti gli altri, o sono sbagliati i contesti. Forse sono sbagliati i contorni: le luci, i suoni, i paesaggi. Questo non lo so. Eppure ti tengo lì, come il soprammobile più prezioso: l'unico che aveva mosso l'irremovibile, rimanendo, per sua natura, fermo.
“E se il pianto di gioia fosse solo un modo come un altro di comunicare la natura vagamente masochista dell’essere umano? E se fosse la non accettazione della felicità assoluta per lasciare sempre un po’ di spazio alla ricerca, all’inafferrabilità? O, magari, siamo così pervasi da sensi di colpa latenti che, quando la felicità si presenta al nostro cospetto, crediamo di non meritarla?”
—
Sara Cassandra - L’inganno dei doppiatori. (via cassandrablogger)
Pensi sia possibile desiderare disperatamente di innamorarsi ma senza riuscirci? E pensi sia normale rifiutare il ragazzo che sognavi da una vita perché improvvisamente non ti interessa più? Pensi sia normale desiderare qualcosa,ottenerlo ed in seguito non volerlo più? Perché sono perennemente e implacabilmente insoddisfatta? Perché voglio sempre di più e sempre di meglio? Ti sono grata se saprai rispondermi.
Il desiderio più profondo dell'essere umano non risiede nell'appagamento del desiderio, ma nel desiderio stesso. Il desiderio è inquietudine, dinamicità, pienezza vitale, il suo appagamento è quiete, stasi, noia. E non si tratta di volere sempre di meglio, o sempre di più. Si tratta di volere sempre. Perché qualcosa di perennemente incompiuto è qualcosa che perennemente ci attrae a sé. Ciò che è compiuto non ci dà neanche il tempo di volerlo, perché è già presso di noi. Il traguardo che segna la fine della corsa si brama solo mentre si corre, dopodiché, una volta calpestato, rimane solo un bel ricordo.