Non ho una faccia accogliente, mi capita di mostrare una tensione fissa, rimasta lì, scordata dopo qualche pensiero spaesato. (Il torto del soldato, Erri De Luca)
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@cipensopoi
Non ho una faccia accogliente, mi capita di mostrare una tensione fissa, rimasta lì, scordata dopo qualche pensiero spaesato. (Il torto del soldato, Erri De Luca)
ansia pro, ansia con
Nel tentativo di tenere a bada l’ansia (termine non usato a sproposito), ignorando le catastrofi ambientali, umane e sanitarie che sembra (sembra?) mi stiano facendo terra bruciata intorno, ignorando anche questo dolorino al cuore che i medici insistono a dichiarare inesistente ma che con le catastrofi di cui sopra va proprio a nozze, mi ritrovo nell’assurda posizione di cercare “allegra distrazione” in una lista di pro e contro per scegliere tra due lavori.
Io, che nei primi 10 anni di carriera ho imparato a dire sì a qualsiasi offerta, come manna dal cielo, anche se erano lavori che svolgevo contando i minuti che mancavano alla fine o, nei migliori dei casi, mi si accavallavano gli orari e mi si fondeva il cervello – perché non si sa mai, non mi posso permettere di rischiare – e che nei successivi 5 ho cercato di combattere quella stessa pulsione, imparando, al contrario, a dire no a ciò che non era necessario, ora sono qui che mi forzo a pensare che categoricamente non devo farli entrambi, perché se è anche fisicamente possibile incastrarli, non lo sarà mentalmente e che quindi è il caso che mi decida in base a questioni che mi fanno sembrare (ai miei stessi occhi) tanto borghese, nell’accezione più snob del termine.
Perché per la prima volta non si tratta di scegliere il male minore, bensì, a parità di orario, stipendio e sicurezza, il lavoro che mi piace di più.
Ma giacché mi sono evoluta dalle rivolte proletarie al filo-capitalismo, passando per degli estremamente disturbanti risvolti legali, ormai posso pure fare la borghese, quindi via:
...
Non copierò anche la tabella di Word che ho steso con inaspettata rapidità e che vede tra i contro dell'accettare il lavoro più chic "darla vinta a tutti quelli che mi han rotto i coglioni in questi anni perché lavorare in patria per gli stranieri pare brutto" e tra i pro dell'altro, l'ergermi a giudice morale di coloro che muovono, appunto, quella critica. Comunque da questa lista basata su termini di valutazione veramente deliranti, sembra proprio che il mio sangue operaio avrà la meglio, "squadra che vince non si cambia". Ma prima di una decisione finale, sarà opportuno cercare di chiedere rassicurazioni in merito al mio attuale posto di lavoro, che se c'è una cosa certa lì dentro, è che le certezze fanno presto a scemare.
Ah!
Pensavo di poter scegliere! XD
Po'era cogliona.
ansia pro, ansia con
Nel tentativo di tenere a bada l’ansia (termine non usato a sproposito), ignorando le catastrofi ambientali, umane e sanitarie che sembra (sembra?) mi stiano facendo terra bruciata intorno, ignorando anche questo dolorino al cuore che i medici insistono a dichiarare inesistente ma che con le catastrofi di cui sopra va proprio a nozze, mi ritrovo nell’assurda posizione di cercare “allegra distrazione” in una lista di pro e contro per scegliere tra due lavori.
Io, che nei primi 10 anni di carriera ho imparato a dire sì a qualsiasi offerta, come manna dal cielo, anche se erano lavori che svolgevo contando i minuti che mancavano alla fine o, nei migliori dei casi, mi si accavallavano gli orari e mi si fondeva il cervello – perché non si sa mai, non mi posso permettere di rischiare – e che nei successivi 5 ho cercato di combattere quella stessa pulsione, imparando, al contrario, a dire no a ciò che non era necessario, ora sono qui che mi forzo a pensare che categoricamente non devo farli entrambi, perché se è anche fisicamente possibile incastrarli, non lo sarà mentalmente e che quindi è il caso che mi decida in base a questioni che mi fanno sembrare (ai miei stessi occhi) tanto borghese, nell’accezione più snob del termine.
Perché per la prima volta non si tratta di scegliere il male minore, bensì, a parità di orario, stipendio e sicurezza, il lavoro che mi piace di più.
Ma giacché mi sono evoluta dalle rivolte proletarie al filo-capitalismo, passando per degli estremamente disturbanti risvolti legali, ormai posso pure fare la borghese, quindi via:
...
Non copierò anche la tabella di Word che ho steso con inaspettata rapidità e che vede tra i contro dell'accettare il lavoro più chic "darla vinta a tutti quelli che mi han rotto i coglioni in questi anni perché lavorare in patria per gli stranieri pare brutto" e tra i pro dell'altro, l'ergermi a giudice morale di coloro che muovono, appunto, quella critica. Comunque da questa lista basata su termini di valutazione veramente deliranti, sembra proprio che il mio sangue operaio avrà la meglio, "squadra che vince non si cambia". Ma prima di una decisione finale, sarà opportuno cercare di chiedere rassicurazioni in merito al mio attuale posto di lavoro, che se c'è una cosa certa lì dentro, è che le certezze fanno presto a scemare.
Nel senso che sembra una scimmia ma è fatta di pesce?
ahahahahahaha!
Compleanno in famiglia
Raccolta fondi per bonifico a mio zio, perché sì, perché mia nonna ha addestrato così le figlie e tanto fosse mio fratello farei uguale. (sto già facendo uguale, per una cuginetta che ho visto 2 volte nella vita).
Scoperta del livello di delirio ma anche dolore (incompreso, poiché autoinflitto) in cui i miei “parenti preferiti” vivono e sprofondano sempre più, con conseguenti reazioni a catena logoranti per tutti.
Provare ad ignorare l’ennesima proposta di altra parente, ma sentire immediatamente nella testa la voce di mia madre che dice “ma lei non ha nessuno...”. Che evidentemente mamma si sta evolvendo nella nonna di cui sopra. Oppure la mia coscienza fa le imitazioni per non prendersi responsabilità.
Invecchio.
E non posso manco piagne’ a letto perché mi bagnerei i capelli appena lisciati.
Comunque auguri.
I’m “six digit ICQ UIN” old… ;)
Allora prima ero al telefono con l'idiozia e a un certo punto mi fa “scusa ma adesso ti devo salutare che sto entrando in Gallera”.
Ai piani alti sappiatelo: io ho raggiunto il mio livello massimo di resistenza alle malattie e alle magagne. Sì, sono una schiappa, sì, c’è ben di peggio, ma tant’è. Ho rotto le dighe, quindi per favore cominciamo a risalire, perché non riesco ad affrontarne altre.
Ho riso più del dovuto.
If grandmothers around the world had a rallying cry, it would probably sound something like “You need to eat!”
Photographer Gabriele Galimberti’s grandmother said something similar to him before one of his many globetrotting work trips. To ensure he had at least one good meal, she prepared for him a dish of ravioli before he departed on one of his adventures.
“In that occasion I said to my grandma ‘You know, Grandma, there are many other grandmas around the world and most of them are really good cooks,” Galimberti wrote via email. “I’m going to meet them and ask them to cook for me so I can show you that you don’t have to be worried for me and the food that I will eat!’ This is the way my project was born!”
The project, “Delicatessen With Love”, took Galimberti to 58 countries where he photographed grandmothers with both the ingredients and finished signature dishes.
He acted as photographer and stylist during each shoot with the grandmothers, taking a portrait of both the women and the food they made for him.
From top to bottom:
Inara Runtule, 68, Kekava, Latvia. Silke (herring with potatoes and cottage cheese). Grace Estibero, 82, Mumbai, India. Chicken vindaloo.
Susann Soresen, 81, Homer, Alaska. Moose steak.
Serette Charles, 63, Saint-Jean du Sud, Haiti. Lambi in creole sauce.
The photographer’s grandmother Marisa Batini, 80, Castiglion Fiorentino, Italy. Swiss chard and ricotta Ravioli with meat sauce.
Normita Sambu Arap, 65, Oltepessi (Masaai Mara), Kenya. Mboga and orgali (white corn polenta with vegetables and goat).
Julia Enaigua, 71, La Paz, Bolivia. Queso Humacha (vegetables and fresh cheese soup).
Fifi Makhmer, 62, Cairo, Egypt. Kuoshry (pasta, rice and legumes pie).
Isolina Perez De Vargas, 83, Mendoza, Argentina. Asado criollo (mixed meats barbecue).
Bisrat Melake, 60, Addis Ababa, Ethiopia. Enjera with curry and vegetables.
VeroNo
Qualche giorno fa, un ragazzo che conosco appena, ha scritto una stronzata su internet ed è rimasto travolto da non calcolati effetti collaterali, in cui è stato messo a rischio il suo posto di lavoro, gli sono state imputate malefatte random completamente dissociate da ciò che aveva effettivamente scritto, ha subìto, volente o nolente, un certo voltafaccia dai colleghi che hanno comunicato il proprio dissociarsi, senza provare nemmeno minimamente a difenderlo o a far notare che sul lavoro non ha mai fatto niente di sbagliato, anzi.
Beh, per questa storia ci sono stata male pure io, perché mi ci sono rivista e sapevo immaginare fin troppo bene come poteva sentirsi. Soprattutto ricordo lo sconcerto e l’incredulità di quando vedi costruire un’infrastruttura di puttanate a tuo carico, talmente improbabili che non ti spieghi come possano anche esser state pensate, figuriamoci credute.
Ecco, la stessa “compassione” l’ho avuta per Dio*, ieri, chiamato in causa come non mai e usato come vessillo per scopi antiumani, immotivati, insensati, ingiustificabili, intrisi di un odio frustrato e gratuito, spacciato per bontà d’animo diretta proprio dall’alto. (Livello Jihad insomma, dal quale si credono tanto lontani.)
Io sono una pezzente di Cristiana, ma in confronto a questi millantati cattolici mi sento una martire. Quasi quasi non mi servirà nemmeno il repentino pentimento in punto di morte alla Bart Simpson, vista la scalata in graduatoria che potrei fare, solo perché quelli che si credono secchioni, per aver “imparato a pappagallo”, potrebbero avere meno crediti/più debiti di me.
“Padre, perdonaci, perché non sappiamo quello che facciamo.”
*che penso sia quantomeno un ossimoro.
In tempi moderni mi sarebbe andata peggio.
Un articolo su un giornale locale mi salta agli occhi per il nome del protagonista: “aspetta, ma non è che è..?” scruto le foto di facebook e sì, andando a quelle più vecchie riesco a riconoscerlo: il tipo di terza che fissavavo inebetita al mio esordio alle medie. Gravoso atto per il quale dovetti subire qualche mese di coretti persecutori dalle sue compagne di classe, evidentemente più fan di me. All’epoca non si chiamava bullismo, non l’ho classificato come tale prima di oggi e, diciamocelo: se sentirmi chiamare costantemente “belliiiiiiina” è il massimo che ho subito, mi è andata di lusso. Mi è andata stra-bene perché continuando questo viaggio nella memoria, ripesco anche che ad un certo punto si venne a sapere che la preside aveva interrotto le lezioni di quella classe per fare una gran predica al trio di grupies. E No, non ero stata io a denunciare il fatto: come tutti i ragazzini di oggi, mi ero ben guardata dall’andare a lamentarmi con qualcuno, a fare la spia. Anzi, fu solo allora che mi sentii costretta a raccontarlo a mia mamma, temendo che lo venisse a sapere da un prof. A tutt’oggi non ho idea di chi avesse cantato: se ci fossero insegnanti così attenti da rendersi conto di ogni cazzata o alunni così maturi e perspicaci da capire quando fosse il momento di rivolgersi ad un adulto. Ma quello che più mi stupisce di questa storia è che, all’epoca, una cazziata dalla preside è riuscita a porre fine alle “ragazzate” di quelle tre, senza neppure una rivalsa da parte loro per il sospetto che io avessi fatto la spia. Mentre mi vengono i brividi al pensiero di come sarebbe andata, se fossi nata 20 anni dopo.
PS: comunque una delle tre me la sono ritrovata tra i piedi in quarta liceo e le ho detto ciò che da bambina le avevo risparmiato. :D
PPS: Il tipo è tutt’ora piuttosto fico.
Clancy Brown, Highlander (1986)
Minchia mi era sembrato Gabriel Garko
pure a me!
(Via TheNotiziari su Facebook)
Il fastidio.