"Ma'! Io esco!" Gridai, con ancora in bocca l'ultimo pezzo di ciambellone mezzo masticato.
"Hai finito di fare colazione?" Urlò di rimando mia madre, impegnata a stirare le camicie di mio padre, nella stanza da bagno trasformata, per l'occasione, in lavanderia.
"Bene, allora metti la tazza nel lavandino e vai. Ma ricorda di tornare per l'ora di pranzo. Puntuale, altrimenti tuo padre te le suona un'altra volta."
"Contaci, ma'. Ciao!" E uscii alla stessa maniera di sempre: scaraventandomi giù per le scale.
Erano le nove e trenta di una bella mattinata di sole. La giornata prometteva bene, sperando che poi avrebbe mantenuto. Trovai i miei amici al solito posto, ad attendermi, seduti sui gradoni della fontana di Piazza del Castello. Il nostro quartier generale. "Forza, Pietro! Sei sempre l'ultimo ad arrivare. Manco fossi la sposa!" Fu la calorosa accoglienza di Tonino.
"Veramente sono il penultimo. Che fine ha fatto Bomba? E' sempre il primo ad arrivare!" Risposi, non potendo fare a meno di notare l'ingombrante assenza.
"Come non viene? Che cazzo vuol dire? Dai, andiamolo a chiamare, altrimenti facciamo tardi."
"Ma che sei diventato sordo? Ho detto che non viene. I suoi lo hanno messo in punizione. Non lo fanno uscire. Ci ha già provato il Tasso a chiamarlo. Dai Tasso, raccontaglielo." Lo esortò Tonino.
"E' vero, Pietro, ci sono passato prima di arrivare qui. E quella stronza della madre mi ha pure tirato un secchio d'acqua dal balcone!" Disse il Tasso cercando di assumere l'espressione più innocente di cui fosse capace.
"Ma che è ancora incazzata per la storia del fiume? Dai, racconta come è andata!" Lo esortai. Sapevo che poteva essere una storia divertente. Del Tasso non c'era mai da fidarsi, gliene succedevano di tutti i colori.
"E' andata così: stamattina mi sono svegliato presto e quando sono arrivato alla fontana, non c'era ancora nessuno. Ho pensato che fosse strano, Bomba arriva sempre una mezz’ora prima di noi tutti. Allora sono andato a vedere se gli era successo qualcosa. Ho suonato il campanello, una decina di volte, ma niente. Non si è affacciato nessuno."
"Allora cosa hai fatto?" Domandò Schizzo, anticipandomi. Gli altri lo guardarono stupiti e ridacchiando. Io lo guardai e basta. Il Tasso invece, strano a dirsi, si incazzò e disse: "Ma cosa cazzo dici: e allora? E allora sei tutto deficiente! A te l'ho raccontata appena dieci minuti fa la storia!"
"Ero distratto, non ho sentito la fine."
"E allora? Ridevano tutti, ho riso pure io! Mica sono scemo!"
"No che non sei scemo, lo sanno tutti. Sei deficiente! Sei matto come un cavallo, Schizzo. Ecco cosa sei." Ora il Tasso era davvero inferocito.
"E piantala! Finisci di raccontare." Lo esortai.
"Dunque, visto che, secondo me, il campanello non funzionava, ho iniziato a gridare forte: Bomba! Bomba! A quel punto è uscita fuori quella stronza della madre. Era una furia. Mi ha guardato a brutto muso e mi ha detto: "Che cavolo hai da urlare, maleducato? Cosa cerchi?" "Cercavo Bomba, avevamo un appuntamento." Risposi. Non l'avessi mai detto! Si è incazzata come una biscia. Faceva la bava dalla bocca, tanto era cattiva. "Brutto teppistello balordo," Mi ha risposto, inviperita, "Mio figlio ha un nome e non è quello che hai usato tu. Vedi di ficcartelo bene in quella tua testolina di legno. E non venire mai più a chiamarlo. Non voglio che esca con voi piccoli delinquenti. Ieri è tornato a casa bagnato fradicio e ora i vestiti gli vanno stretti, tanto si sono ritirati." Non ci ho visto più e gliele ho cantate: "Guarda che a tuo figlio, i vestiti gli andavano stretti pure prima! Lo ingozzate come un maiale!"
Ragazzi, dovevate vederla! E' diventata paonazza, le si sono gonfiate tutte le vene del collo, ho avuto pure paura che esplodesse. A iniziato a farfugliare cose senza senso, ha riempito un secchio d'acqua e me lo ha tirato addosso. Mancandomi, per fortuna. "Vattene, brutto disgraziato! Vattene e non farti più vedere!" ripeteva. Ma così forte che pure le vicine di casa si sono affacciate.
"E tu? Che hai fatto? Te ne sei andato?" Chiesi. Ma la risposta era scontata: il Tasso voleva avere sempre l'ultima parola. A tutti i costi.
"Che cazzo di domande fai, Pietro? Certo che me ne sono andato. Che altro potevo fare?"
"Senza dire nulla? Non ci credo! Quella tua linguaccia non riesce a stare ferma."
"Beh, qualcosina ho detto..." Rispose, guardando altrove.
"Vaffanculo tu e quel rotolo di coppa di tuo figlio! Ecco cosa ho detto!"
Ridemmo a crepapelle, felici come bambini. Anche perché eravamo davvero bambini. Un vero peccato essersi persi quella scena meravigliosa.
"Però Bomba, in questa storia, non c'entrava niente. Non dovevi mandare affanculo pure lui." Obiettò, non senza ragione, Sergetto.
"Tu sei sempre incazzato. E pure nero."
"Senti, Sergetto, non ti ci mettere pure tu, altrimenti mi incazzo di nuovo e te le suono." Ringhiò.
Gli saltammo tutti addosso e lo riempimmo di cazzotti sulle spalle, ridendo sguaiatamente. Era uno dei tanti modi per cementare la nostra amicizia. Sicuri che non sarebbe mai terminata.
"Certo che la madre di Bomba è proprio una stronza. Fosse per lei, non lo farebbe mai uscire di casa. Lo farebbe imbalsamare, piuttosto. Povero Bomba." Disse Tonino, quando ci fummo calmati.
"Mia madre dice che lei beve come una spugna. Per questo è così. E' più ubriaca la mattina, che la sera." Rincarò la dose Sergetto, mentre, con la coda dell'occhio, seguiva i movimenti furtivi di un grosso gatto nero.
"E il padre allora? Il padre non fa un cazzo dalla mattina alla sera! Se ne sta tutto il santo giorno al bar, a bere mezzi litri e a giocare a carte con i suoi amici. Mio padre è convinto che, prima o poi, farà una brutta fine." Rincarai la dose.
"Se continua in questa maniera, più prima, che poi. Inoltre...Guardate! Un gattaccio nero! Porta sfortuna! Pussa via, bestiaccia!" Disse il Tasso, cambiando repentinamente discorso. Raccolse una bella pietra da terra e la lanciò contro l'animale che se ne stava andando per i fatti suoi. Ma non lo prese. Il Tasso non ci prendeva mai. Non avrebbe colpito neanche un camion con rimorchio.
"Lascialo in pace, che ti ha fatto di male?" Lo rimproverai.
"Io li odio i gatti! Non li posso soffrire!"
"Tu odi tutti gli animali, Tasso!"
"Questa è una cazzata, Pietro! E pure bella grossa. I cani, per esempio, mi piacciono! Lo dice anche mio padre: il cane è obbediente, fedele, pure se lo prendi a calci, ritorna sempre. E si farebbe ammazzare per difenderti. Il gatto invece è ladro e traditore."
Che volete farci? Vivevamo in un piccolo paese. E nei paesi, la fiera del luogo comune rimane sempre aperta. Anche la Domenica. E si fanno degli ottimi acquisti. Che, a ben guardare, non è che nelle città se la passino meglio. O peggio.
"Allora anche tu. Se ti prendono a calci, rimani sempre fedele." Lo attaccai, cercando di metterlo in difficoltà, senza sapere bene dove andare a parare.
"Che c'entra? Mica io sono un cane!" Si difese.
"Però neanche il gatto è un cane!" Si intromise Schizzo.
Perdio se aveva ragione! Lo aveva steso con quattro parole. Non c'era modo di replicare a quella fulminante osservazione. Ce ne restammo per una mezz'ora sulle scale della fontana a cazzeggiare. In pratica si faceva di tutto, ma senza fare niente. Lo so che non è facile da spiegare e neanche ci provo. Dico soltanto che era uno dei nostri abituali passatempo. Non costava nulla e, tutto sommato, era pure divertente. Divertente fino ad un certo punto, perché poi stancava. Soprattutto se hai dodici anni e le cose che vorresti fare sono così tante. E anche l'energia è così tanta che a metterle insieme e ad infilarle di forza nel poco tempo a disposizione proprio non ci riesci. Neanche se ti ammazzi.
"Allora? Cosa facciamo adesso? Mica possiamo passare tutta la mattinata a romperci i coglioni su queste scale puzzolenti!" Disse improvvisamente Tonino. Aveva sempre l'argento vivo addosso. O, se preferite, i diavoli al culo.
"Quando? Adesso, dici?" Risposi distrattamente.
"No, non adesso, Pietruccio, tra una settimana! Guarda che oggi sembri proprio rimbecillito. Certo che adesso! Allora: cosa facciamo?"
"Adesso niente. Io, ieri sera, le ho prese di brutto. Sia per i vestiti bagnati, che per il ritardo. Se non torno a casa in tempo per pranzo, mia madre mi da una bella ripassata. Lo ha promesso. E lei dice che le promesse vanno sempre mantenute."
"Anch'io lo ho buscate di santa ragione. Mio padre si è tolto la cinghia dei pantaloni e mi ha lasciato certi segni sulle gambe che sembrano frustate. Nemmeno Gesù le prese così tante, prima di morire. Pure io devo tornare prima di pranzo."
Sapevo che tutti noi avevamo buscato la nostra razione giornaliera. In quei tempi era la regola. Le buscavi ad ogni occasione. Era un metodo in voga. Il non plus ultra tra i vari metodi educativi. Anzi, mi correggo, l'unico metodo testato scientificamente. Testato sulla nostra giovane pelle, naturalmente. C'erano si delle variazioni sul tema che riguardavano la durata, l'intensità, gli strumenti usati, ma il metodo non fu mai messo in discussione. Funzionava? Chissà, non ne conoscevamo altri. Fossero stati solo i tuoi genitori a dartele, mezza pena, ma te le davano tutti quelli che pretendevano di insegnarti qualcosa: il maestro di scuola, il parroco, i ragazzi più grandi. Loro lì ad insegnare e tu a prenderne. Interrompere questa specie di catena di Sant'Antonio, prosperante sul picchiare i bambini, toccò a quelli della mia generazione: una volta investita del ruolo di genitore. Si sostituirono le botte con fiumi di parole. Parole che avrebbero dovuto spiegare ai nostri figli quello che, troppo spesso, neanche noi avevamo compreso. Con risultati non dissimili da chi aveva usato il precedente sistema. Insomma, anche noi facemmo un bel po' di danni. Con il retrogusto amaro di chi dovette reprimere a forza la voglia di menar le mani.
"La mia bella idea ce l'avrei..." Disse Tonino, dopo averci rimuginato sopra a lungo, girando intorno alla fontana.
"Spara!" Lo esortò il Tasso, fissandolo con estremo interesse.
"Andiamo al fosso a pescare con le mani!" E il suo volto asimmetrico si illuminò tutto.
"Allora non hai capito un cazzo!" Rispondemmo in coro.
"Dobbiamo essere a casa per pranzo, se vogliamo arrivare vivi anche all'ora di cena." Aggiunsi.
"Siete voi che non capite un cazzo! Come sempre. Dicevo di andarci dopo mangiato. Anch'io ho la ritirata. Ci vediamo verso le due, le due e trenta e andiamo a pescare. Ma voglio che proviamo anche a richiamare Bomba, Hai visto mai che la madre abbia cambiato idea."
"Io col cazzo che vengo a chiamarlo. Se quella mi becca, sicuro che mi massacra." Disse il Tasso, con estrema decisione.
"Vacci tu, Pietro. Tu sei l'unico che stai simpatico a quella vecchia megera. Una volta ti ha persino invitato ad entrare in casa!" Mi supplicò Sergetto.
Era vero. Tra noi, ero l'unico che avesse varcato quella soglia. Una volta sola. E mi era bastata. Non avevo alcuna intenzione di farlo di nuovo. Non mi era piaciuta affatto quella casa. Mi faceva sentire a disagio. Quell'unica volta che lo feci ebbi l'impressione di essere entrato in una di quelle cappelle da ricchi che giganteggiavano nel cimitero del paese. Roba da farsela sotto dalla paura. Era successo l'inverno passato, poco prima del Natale. Ero andato ad aiutare Bomba con i compiti di matematica. Me la cavavo bene con i numeri, lui invece era una rapa. Completamente negato. La madre, in verità, mi accolse con un gran sorriso e mi trattò come se mi conoscesse da sempre; anche se era la prima volta che mi vedeva. Se fosse stata ubriaca, come dicevano tutti, non lo so, so che a me parve normale. Infatti non fu lei a non piacermi, fu la casa. Metteva paura! Sembrava quella della Famiglia Addams. Buia, finestre appena socchiuse, quasi ad impedire all'aria di circolare liberamente, e ad avvisare la luce ed il sole che lì dentro non erano affatto i benvenuti. Pulita da morire, luccicava, non un granello di polvere, neanche a pagarlo oro. Ordine perfetto, non trovai una cosa fuori posto, sembrava come se... come se fosse disabitata.
O abitata da cadaveri. Come una tomba, appunto. Neanche Bomba mi piacque là dentro. Aveva lasciato gli scarponi fuori della porta d'ingresso, indossava un brutto pigiama a righe e, ai piedi, portava delle stupide pantofole da vecchio. Ricordo bene che pensai: cavolo, sono solo le tre del pomeriggio e si è già vestito per andare a letto. No, quello imprigionato là dentro, non poteva essere il mio amico Bomba. Ma la cosa peggiore di tutte, quella che non potrò mai dimenticare, campassi anche cent'anni, e che mi sono sognato più volte, svegliandomi poi di soprassalto, terrorizzato e fradicio di sudore, fu quella specie di altare, come quello della Cattedrale, ma un poco più piccolo, sistemato in un angolo del salotto buono. Sopra c'era una foto della sorella di Bomba, quella morta di leucemia due anni prima e decine... che dico decine, centinaia, forse migliaia di candele accese tutto il giorno. Al solo vederlo mi si drizzarono tutti i peli delle braccia e fui percorso da un brivido gelido dai piedi alla nuca. Spaventosissimo! Altro che Belfagor, il telefilm che mandavano la sera del giovedì in televisione. Pure Belfagor mi spaventava, ma molto meno.
L'unico momento bello di quella indimenticabile giornata, fu quando, finito di fare i compiti e fatti i saluti di rito, aprii l'uscio di casa e l'aria fresca dell'esterno mi inondò la faccia e i polmoni. Mi ripulì il naso da quella puzza rancido che regnava incontrastata in quegli ambienti e ti si attaccava addosso come un esercito di zecche fameliche. Molti anni dopo, facevamo già le superiori, Bomba, che non era uno stupido, nell'invitare a casa sua uno che frequentava la sua stessa classe, ma che veniva da un altro paese, lo accolse con queste poche, sagge parole: Prego, entra. E non preoccuparti, questa casa è inospitale al massimo anche per chi l'abita. Descritta come se fosse stata fotografata.
"Va bene, io ci vado, ma lo chiamo da sotto, dalla strada. Se lo lasciano uscire, bene, altrimenti andiamo solo noi." Dissi, tornando dalla gita mentale.
L'accordo era stato stipulato. Ci attendeva un bel pomeriggio di pesca sportiva, senza attrezzi, mani contro pinne. Alla pari. Senza trucchi e senza inganni. e, forse, visto che si trattava di stare nell'acqua, ne uscivano avvantaggiati i pesci.
Fui l'ultimo ad arrivare all'appuntamento, come da copione. Erano le tre meno un quarto, avevo finito di mangiare per tempo, ma mio padre mi costrinse a lavare la sua auto. Lo fece passare come un supplemento di pena per il ritardo del giorno prima. In compenso, non giunsi da solo, Bomba era con me, sorridente più che mai. Per quel giorno l'aveva scampata. Non era stato troppo complicato, la madre, quando mi vide, lo lasciò libero senza opporre resistenza. Non posso negarlo, le chiacchiere e le malizie di paese, assorbite mio malgrado, mi indussero a supporre che avesse bevuto e, di conseguenza, avesse dimenticato tutto. Non dimenticò comunque le solite raccomandazioni, quelle tipiche di ogni madre di allora: state attenti per strada, guardate prima di attraversare, non accettate caramelle dagli sconosciuti, non fate tardi per cena, con l'aggiunta, ad esclusivo uso e consumo del suo pargolo, di: vedi di tornare bagnato un'altra volta e tuo padre ti scortica vivo! Ragazzino avvisato, mezzo salvato.
Il nostro arrivo fu accolto come una vera festa. Ci furano urla, abbracci, complimenti, baci...No, baci no, non ci si baciava tra noi, non spesso, era da froci! Fu soprattutto Bomba il festeggiato. Bomba il figliol prodigo. Anche se nessuno di noi sapesse, in realtà, cosa cazzo significasse prodigo.
"Cosa hai combinato, grissino? Sei scappato di casa?" Disse Tonino arruffandogli la capigliatura.
"Com'è che hai fatto? Ti sei calato giù per il discendente del tetto?" Lo punzecchiò Sergetto.
"Si, a rate!" Aggiunse il Tasso.
Bomba si voltò verso di lui a brutto muso e ringhiò: "Zitto tu, testa di cazzo!"
"Cosa vuoi da me ora? Cosa ti ho fatto?"
"E hai pure la faccia tosta di chiedermelo? Hai fatto incazzare mia madre, ecco cosa hai fatto! E quando è rientrata in casa me le ha date un'altra volta. Come se non le avessi prese già abbastanza. Si è incazzata con te, ma sono stato io a prenderle al posto tuo. Ti sembra giusto?" Bomba era furioso e triste, allo stesso tempo.
"Certo, sei bravo a dare la colpa agli altri! Mai che fosse colpa tua, sempre di qualcun'altro! Stammi bene a sentire, cocco di mamma: se tua madre è una matta, è ugualmente colpa mia?"
Bomba era vicino al punto di ebollizione. Si accostò minacciosamente all'avversario, con gli occhi iniettati di sangue e i grossi pugni serrati lungo i fianchi. Lo sovrastava di buoni venti centimetri e di almeno venti chili. "Senti, piccolo bastardo," Gli disse con tono calmo. "Tu prova ancora ad insultare mia madre e io ti butto via quei quattro denti storti che hai a forza di cazzotti!"
La tensione aveva raggiunto il livello di guardia. Il Tasso le avrebbe prese, sicuro, ma, di certo, non si sarebbe tirato indietro. Piuttosto si sarebbe fatto ammazzare. Era colpevole, vero, non si insultano le madri degli amici, mai, o, almeno, mai in loro presenza. L'aria era diventata irrespirabile, pesante, minacciosa. Fu Schizzo a dare una sterzata alla situazione.
"Sentite, voi due cazzoni," Disse rivolto ai belligeranti, "Se proprio ne avete voglia, potete pure rimanere qui a gonfiarvi di botte, ma noi non vi aspettiamo. Sicuro. Ce ne andiamo al Fosso di Campo per pescare. Fottetevi voi e la vostra voglia di menar le mani." Si alzò da dove era seduto e si avviò da solo verso l'uscita del paese.
"Ehi! Aspettaci, cornutaccio! Dove vuoi andare solo soletto? Cecato come sei, facile che ti perdi al primo incrocio!" Gli gridò dietro il Tasso. E, subito dopo, rivolgendosi al suo nemico:"Su, andiamo Bomba, che quel matto di un nasone è capace davvero di piantarci qui."
"Tanto lo raggiungeremmo giù al passetto, con la proboscide impigliata tra i fitti rami del biancospino." Rispose Bomba, cingendo le spalle del tasso con uno dei suoi enormi arti superiori.
Funzionava così da bambini: un attimo prima eri pronto ad azzannarti al collo per un nonnulla, l'attimo dopo andavi d'amore e d'accordo. Non c'era tempo da sprecare per rancori e musi lunghi. Certi atteggiamenti li avremmo imparati da grandi.
Dieci minuti dopo eravamo giù al fosso. Il nostro paesello era assediato dai corsi d'acqua. Ce ne erano per tutti i gusti e tutte le tasche. Una manciata di case su un pezzo di tufo con i piedi costantemente a mollo. C'era, appunto, il Fosso di Campo, c'era il Fosso del Pappagallo, Fosso Cupo, Rio Miccino e sua maestà il Tevere. Un altra categoria. Confronto al Tevere, gli altri erano delle misere pisciate di cane. Per essere belli, erano belli, niente da ridire, si snodavano tortuosi in mezzo ad una vegetazione rigogliosa ed incontaminata, si sporgevano da pericolosi strapiombi fino a cadere di sotto in splendide cascate, da dove tuffarsi era una gioia infinita, anche se, ogni volta il culo ti si stringeva dalla paura. Erano belli, ma il rubinetto da cui uscivano era ben misero. Non sarebbero mai passati di grado. Mai sarebbero diventati dei veri fiumi. Ci liberammo dei vestiti e delle scarpe ed entrammo in acqua. Gelida come la morte.
"Formiamo le squadre e facciamo a gara a chi ne prende di più!" Propose il Tasso, che era un pescatore formidabile. Imbattibile. Una volta, in tv, vidi un documentario dove c'era un orso che pescava salmoni. Beh, il Tasso avrebbe fatto il culo pure a quell'orso!
"D'accordo, ma tu ti becchi Schizzo. Schizzo era una pippa, ma, tanto, lui da solo valeva più di tutti noi. Anche con una mano sola.
Infatti."Per me non c'è problema, tanto non avete scampo. Vi mangio in un boccone come pescetti fritti!" Rispose il Tasso.
"Sei il solito sbruffone, voglio vedere quando ti toccherà mangiare Bomba!" Lo schernì Sergetto.
Formammo le altre due squadre, io con Bomba e Sergetto con Tonino, visto che stavano sempre insieme, manco fossero fratelli. Ogni coppia poteva scegliersi il tratto di fosso che avrebbe battuto, ma una volta scelto, non poteva sconfinare. Io e Bomba ci prendemmo uno spazio tra due curve, dove l'acqua scorreva sotto un fitto manto di crescione selvatico. Non era molto profondo e, allungando le mani, ci si arrivava abbastanza bene. Lo avevamo già battuto in precedenza e qualche barbo, o qualche cavedano, lo avremmo di sicuro preso. Tonino e Sergetto si appostarono tra le radici di un salice, che sprofondava nell’acqua calma e melmosa. Il Tasso, come al solito, si recò a passo deciso verso quella che era la sua personale riserva di pesca: una parete di arenaria profondamente scavata da un'ampia ansa del fosso. Era una miniera di pesce, lo sapevamo tutti, ma non c'era modo di incastrare le prede addosso alla parete. Per riuscirci dovevi, per forza di cose, essere un drago. E lui lo era. Una volta, l'estate scorsa, aveva persino tirato fuori una trota che faceva più di un chilo.
"Tu appostati qui, dove inizia la curva, Schizzo. Infila sotto le mani e cerca di prenderne almeno uno. Io mi immergo dove la buca è più profonda." Ordinò il Tasso al suo compagno di squadra.
"Col cazzo che ce le metto! Non si vede niente, ho paura di beccare qualche serpente!"
"Si che ce le metti, non ci sono serpenti, altrimenti che sei venuto a fare?"
"Ti ho già detto che non ce le metto!"
"Se proprio non vuoi metterci le mani, mettici l'uccello, basta che ci infili qualcosa. Tanto per partecipare." Urlò il Tasso, che, nel frattempo, ne aveva già preso uno e gettato sulla riva.
"Farò di meglio, userò questa!" Disse trionfante Schizzo, tirando fuori una forchetta nascosta nelle mutande.
Il Tasso lo fissò sbalordito, con un altro bel barbo in mano, poi scoppiò in una fragorosa risata. "Correte," Gridò "L'uccello di Schizzo ha tre punte!"
Lasciammo di corsa le nostre postazioni ed andammo a sincerarcene di persona. Schizzo stava piantato in mezzo alla corrente, a gambe divaricate, con indosso soltanto un paio di logore mutande a giro collo e la forchetta sollevata in alto, sopra la testa. Sembrava la controfigura di Nettuno. Non il dio del mare, ma il pescivendolo del paese, che tutti, per prenderlo per il culo, chiamavano così. Era un'immagine pietosa.
"Che cazzo te ne fai di quella forchetta? Cosa credevi? Che li pescassimo già cotti?" Lo apostrofò Tonino.
"Sollevo i sassi dal letto del fosso e ci infilzo le alborelle e gli altri pesci che ci trovo nascosti sotto." Rispose Schizzo tutto impettito.
Non starai dicendo sul serio, vero Schizzo?" Domandò Bomba con la bocca spalancata dall'incredulità.
"Certo, stupido ciccione che dico sul serio! Ed ora fuori dalle palle, che devo lavorare." Disse sollevando con cautela una grossa pietra. Non trovò che acqua. Acqua pure sotto alla seconda e alla terza e alla quarta. Stava perdendo le speranze e la pazienza, quando la trillante voce di Sergetto richiamò la sua attenzione. Si era calato le braghe fin sopra le ginocchia e, saltellando sul posto, cantilenava;" Schizzo! Guarda che bel pesce! Prendilo! Prendilo!"
Schizzo partì di scatto verso di lui, brandendo la forchetta come un pugnale d'assalto, ma io e Bomba fummo lesti ad afferrarlo al volo. Faticammo non poco per calmarlo, ma, alla fine, ci riuscimmo. Quel matto nasone era imprevedibile. Di sicuro glielo avrebbe infilzato davvero come una salsiccia. Sergetto, dapprima, sembrò non capire, pian piano iniziò a realizzare la gravità della situazione e fu assalito alla gola da quella fifa blu che era sempre in agguato dietro le sue spalle. Attese preoccupato la quiete dopo l'accenno di tempesta, si coprì con cura i genitali e disse con una voce incrinata dal tremolio. "Certo, Schizzo, che tu sei proprio suonato. Cosa ti ho fatto di male?"
"Niente." Rispose Schizzo, che, nel frattempo, era tornato quello di sempre: l'alieno incomprensibile.
"Allora perché volevi darmi una forchettata?"
"Perché te la meritavi. Mi stavi prendendo per il culo."
"E allora? Qual è la novità? Ci prendiamo sempre per il culo!"
"E allora la forchetta me l'ha data mio padre. Mi ha detto che lui, da piccolo, i pesci li prendeva con questa."
Questo era Schizzo. Un attimo con noi, l'attimo dopo perso chissà dove. Dire che era inafferrabile era dire poco. Capirlo era invece impossibile, ma a noi piaceva e non sentivamo il bisogno di doverlo capire per forza.
"Come faceva a prendere i pesci, tuo padre?" Chiese timidamente Bomba. Non riusciva a capacitarsene.
"Con la forchetta, idiota! Quante volte devo ripeterlo?"
"E come no! Con la forchetta, tuo padre, al massimo ci piglia le tagliatelle che cucina tua madre. Ma quelle non valgono, sono già morte!" Lo stuzzicò Tonino.
Improvvisamente un rumore alle nostre spalle ci fece ammutolire. Era come se qualcosa stesse colpendo la superficie dell'acqua con estremo vigore. Ci voltammo tutti di scatto. Il rumore proveniva da un piede che percuoteva insistentemente il fiumiciattolo. Il piede sembrava quello del Tasso, sembrava, perché il resto del corpo era come inghiottito dalla buca da pesca. Quel battere ritmico era un segnale, lo sapevamo bene. Il Tasso doveva avere per le mani qualcosa di veramente grosso e non lo avrebbe mollato neanche a costo della vita. Afferrare la gamba e tirarlo fuori era compito nostro. Ci precipitammo in suo aiuto, Bomba lo afferrò per bene e lo cavò in un istante da quella scomoda e pericolosa situazione. Una volta fuori, tossì tre o quattro volte di seguito, snocciolò una sfilza di bestemmie e ci ammonì: "Che cazzo aspettavate ad aiutarmi, brutti stronzi? Volevate farmi affogare?"
Scusaci, Tasso, eravamo distratti! Schizzo voleva fare la festa a Sergetto a forza di forchettate!" Mi scusai per tutti.
"Potevate lasciarlo fare. Uno di meno a papparsi questo ben di Dio!" Esclamò, facendo uscire anche le mani dall'acqua con un notevole sforzo.
Lo stesso sforzo che dovettero fare i nostri occhi per non schizzare via dalle orbite, tanto fu lo stupore e l'ammirazione. Quello sgorbio di ragazzino teneva ben saldo per le branchie un cavedano gigantesco. Faceva quasi paura, tanto era enorme. Sarà stato lungo almeno tre metri! Beh, forse non proprio tre, forse due! No, no, a guardarlo meglio forse... forse... non avrei saputo dire quanto fosse lungo, ma giuro che sembrava un pescecane!
"Sei un grande, Tasso!" Si complimentò Schizzo, dandogli una gran manata sulla schiena nuda, che quasi gli fece mollare la presa.
"Stai attento, stupido di un matto! Se me lo fai sfuggire, ti tengo sott'acqua finché non lo ripeschi! Ci volesse pure una settimana."
"Basta pescare, ora bisogna festeggiare. Facciamoci una fumatina!" Disse Tonino, strizzando l'occhio e facendo la faccia furba.
Lo guardai stupito. Evidente che ne stava sparando una delle sue. Nessuno di noi aveva mai fumato. "Stai cazzeggiando!" Dissi.
"Sicuro! Cosa ci fumiamo? La vitalba secca?"
Si diresse verso la riva, dove avevamo abbandonato i vestiti, raccolse i suoi pantaloncini e ne estrasse sei sigarette: "Queste ci fumiamo! Altro che vitalba."
Ammetto che ero spaventato. Curioso e spaventato. Non riuscivo ad immaginarmi che effetto avrebbe potuto farmi. Oltre al non trascurabile fatto che, se per un mal'augurato caso, i miei fossero venuti a saperlo, mi sarebbe convenuto fare fagotto e scappare di casa.
"Come le accendiamo?" Lo sapevo, era un appiglio debole, ma anche l'unico che mi venne in mente. Volevo prendere tempo.
"Con questi!" Rispose ridendo e mostrando una manciata di fiammiferi da cucina.
"Va bene, fumiamo." Ero stato sconfitto. Ma ci avevo provato. La coscienza era a posto. Avevo tentato di resistere, si vede che era così che doveva andare.
"Ve lo scordate! Io non ci penso nemmeno! Quella roba fa male. E se lo sa mio padre, mi appende per i piedi fuori dalla finestra!" Fece Sergetto terrorizzato.
"Di che ti preoccupi? Tu abiti al pianterreno!" Rispose il Tasso, che aveva persino perso interesse per la sua preda straordinaria.
"Mio padre, stavolta, davvero mi scortica vivo!" Piagnucolò Bomba
"Che cazzo vuole tuo padre? Lui sta sempre con la sigaretta in bocca!" Disse Tonino, che, intanto, si era già rivestito e aveva preso posizione a cavalcioni su un grosso tronco ricurvo che sfiorava il pelo dell'acqua.
"Si, ma lui è grande. E può fare quello che vuole. Io invece sono ancora piccolo e devo fare quello che vuole lui. Non credo che questa faccenda gli andrebbe a genio."
"Piccolo? Hai detto piccolo, Bomba? Tu non sei mai stato piccolo. Sei il doppio di tuo padre. Forse dovrebbe essere lui a fare quello che dici tu!" Dissi, tanto per darmi un tono. Cercando di mascherare le mie paure, ridendo di quelle degli altri.
"Insomma, fate un po' come vi pare! Io ne ho portate sei, una ciascuno. La mia, ora, la accendo e me la fumo tutta. Cosa cazzo potrà mai farmi?" Tagliò corto Tonino.
Inutile dire che ci avvicinammo tutti. Ognuno recando con se il proprio bagaglio di eccitazione, di paura, di riluttanza, di trasgressione. Prendemmo in mano la nostra prima sigaretta. Non c'erano femminucce tra noi. tirarsi indietro non era previsto dalla legge. La nostra legge. Era una vera sfida da grandi. Tutti lì a romperci che non si doveva, che faceva male, ma, nello stesso tempo, tutti che fumavano come camini. Qualcosa non quadrava. Possibile che gli adulti fossero un branco di cazzari? I nostri genitori compresi? Non poteva essere. Probabilmente eravamo soltanto troppo piccoli per capire, o, a sentir loro, troppo stupidi. Prendemmo la nostra sigaretta e un paio di fiammiferi a testa, tanto per stare sicuri.
"Accendi prima tu!" Ordinai a Tonino.
"Perché prima io? Accendi tu per primo!"
"Sei stato tu a portarle. E' stata tua l'idea, quindi tocca a te!" Temporeggiavo. Avevo fifa, ma guai a farlo vedere.
"Accendiamo tutti insieme." Propose il Tasso.
La proposta fu approvata all'unanimità.