Mentre Murphy giocava con la pallina che le aveva regalato, Sofia indossava un paio di pantaloni rossi che le scendevano morbidi fino a sotto le ginocchia, una maglietta con le maniche a tre-quarti che le lasciava la schiena libera, ed un paio di scarpe con il tacco che si era portata più per far contenta sua madre che per indossarle. Ai lobi un paio di orecchini che le pendevano sulle spalle, i capelli rossicci legati in una morbida treccia che lasciava liberi dei ciuffi ribelli sul viso, un filo di fondotinta per coprire le violacee occhiaie sotto gli occhi, su cui aveva aggiunto un filo di mascara. Sofia si guardò allo specchio, da tanto tempo non si vedeva così bella, così elegante, da tanto tempo ormai non si piaceva più. Non si era mai piaciuta, era sempre stata una perfezionista, con un’autocritica alcune volte esagerata. Il suo corpo, che ora era esile, somigliante più a quello di una ragazzina che ad una donna di 27 anni, per una volta le sembrava bello. Allora, sul ciglio della porta, decise di volersi sentire bella per una sera e frugò nella borsa che un attimo prima si trovava in fondo all’armadio, ma che ora le cingeva il braccio e trovò quello che cercava, un rossetto ormai vecchio, ma che profumava ancora come quando lo aveva acquistato, e con la mano ferma lo poggiò sulle sue labbra, che si colorarono di un rosso lucente, un rosso ciliegia