Racconti, saggi, traduzioni. Speciale: Dossier Ricardo Piglia e traduzione Tesi sul racconto. www.crapula.it A cura di: Anna Di Gioia, Luca Mignola e Alfredo Zucchi. Progetto grafico: www.chiaraperrone.com

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Ma ve l'hanno mai detto che Ulisse del buono Giacomo Joyce è un libro divertente? Dico, prima di tutto, satiresco? Secondo me non ve l'hanno mai detto.
Omero, Odissea XXIII vv. 104 – 112 Di Alonso Quijano Odisseo e Penelope Noi siamo omerici, prima ancora di essere nicciani, perché nella poesia omerica abbiamo trovato quella forza che il Novecento ha trasformato in mostro e oggi non sappiamo quasi più che cosa questa significhi. Parlo della fiducia. Il vuoto, hic et nunc il buco nero, si sta prendendo tutto. E così, per intenderci, amici auscultatori, ovunque voi siate, voglio trovarvi un giorno che recitate questi versi, come la più duratura speranza che possa farvi tremare, danzare, impazziere di gioia. Antefatto: Telemaco ha appena rimproverato la madre, incredula che quell’uomo, ancora sporco di sangue omicida e di vendetta, sedutogli di fronte, possa essere il suo Odisseo. Ed ecco le parola di Penelope: Allora gli rispose Penelope molto prudente: “Figlio mio, il cuore nel petto è rimasto sgomento, non riesco a rivolgergli una parola nè a interrgarlo nè a guardarlo in faccia. Ma se davvero è Odisseo e a casa ritorna, noi due senza dubbio potremmo riconoscerci anche meglio l’un l’altro, infatti tra noi ci sono segni, che nascosti agli altri noi due conosciamo.” Così disse, sorrise il paziente nobile Odisseo […] (Trad. di Alonso Quijano)
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