Peter Freeman
C'è anche chi si era detto convinto che il regime iraniano alla fine sarebbe caduto e per questo aveva persino speso parole di miele per il discendente dei Pahlavi: andava bene lui, andava bene chiunque purché...
Ma il regime non è caduto, anzi: se mai qualche voce si era levata dalla società iraniana, ora cala un silenzio tombale; "donna, vita, libertà" giace sotto un cumulo di macerie, di Pahlavi non si hanno più notizie.
E c'è anche chi paragona l'accordo (fragile, forse scritto sull'acqua come spesso accade di questi infidi tempi) sottoscritto dagli emissari di Trump e dagli uomini di Teheran a una riedizione del patto Ribbentrop-Molotov. Ci vuole un po' di fantasia a calar giù il paragone ma comprendo che tutto, a partire dalla volontà di Israele per poi passare alla postura iraniana (sull'uranio ma non solo), fino all'insipienza del presidente Trump, spinga verso scenari non rassicuranti.
Tuttavia coloro i quali fin dall'inizio hanno parteggiato per il "regime change" e per il risolutivo colpo di maglio del civile Occidente su quell'oscura teocrazia sciita, per la cancellazione a suon di bombe "nunc et semper" di Hamas e poi anche di Hezbollah, a loro tocca prendere atto che qualcosa non ha funzionato. Vi è da sperare che qualche dubbio si insinui nelle loro non troppo brillanti menti.
Quell'area del mondo rimane un immane casino che nessuno è in grado di gestire o di far progredire e tutte le ipotesi che erano in campo, anche le più compromissorie, si sono sgretolate a fronte del richiamo della foresta del ricorso alla forza militare. E ogni giorno va un po' peggio. Dal 7 ottobre (ma anche prima a ben leggere gli accadimenti) a oggi ogni passo, ogni scelta sono stati compiuti a favore della guerra.












