Intorno a me ci sono sempre le solite cose. Il comodino vecchio e ricoperto di riviste inutili e dimenticate, gli scaffali pieni di libri, alcuni dei quali con le pagine ingiallite, altri ricoperti di polvere, altri ancora, invece, talmente letti da avere alcune pagine staccate. È tutto terribilmente monotono. Per non parlare della applique sopra di me, con la sua luce fredda e slavata e i resti di piccoli insetti fulminati, lasciati a marcire sul fondo. Il corridoio davanti a me è buio, mi fa quasi paura. E poi quei quadri astratti dai colori accesi, troppo accesi, vicino alle nature morte fatte palesemente da un principiante, cupe e dal tratto grossolano. Il parquet, poi, con quei solchi così evidenti! Ogni volta che abbasso lo sguardo mi ricordano le artigliate di un gatto infastidito o di una qualche bestia feroce, un po’ come quelle che vedo in tv. Già, la tv. Talmente antica che potrebbe essere esposta in un museo d’antiquariato, a volte perfino mi stupisco che le immagini siano a colori. Mi guardo attorno, perché non posso fare altro, e vedo sempre le stesse cose. Io sono qui, accostato al muro, coperto da un copridivano di un giallo smunto che puzza di vecchio. O forse sono io a puzzare di vecchio. D’altronde, i signori Rossi mi hanno comprato circa venti anni fa. Qualche molla ormai è partita, il tessuto di cui sono fatto è scucito in alcuni punti e ogni volta che si siedono sopra di me, scricchiolo. Sì. Io scricchiolo. Ma in mezzo a tutto questo squallore, io sono certamente la cosa a cui i signori Rossi sono più affezionati, anche i loro figli, ovvio. Ogni sera si siedono sopra di me e guardano la tv, oppure nel pomeriggio schiacciano un pisolino. Il figlio più piccolo è parecchio irritante, devo dire. Quando inizia a saltarmi sopra, poi! A questo punto della mia vita, mi sento anch’io un po’ parte della famiglia. C’ero quando Giulia, la figlia più grande, doveva andare al suo primo giorno di scuola, oppure quando i signori Rossi le dissero che sarebbe arrivato un fratellino. Ho assistito a tutti i litigi, a tutte le risate. Ho finito di vedere tutti i film che loro non riuscivano a vedere, perché puntualmente si addormentavano. Non potrò mai dimenticare quella volta in cui mi rovesciarono del caffè bollente addosso. C’è ancora l’alone. Giulia ha ripassato a voce alta talmente tante lezioni che io stesso potrei parlare nei dettagli di Alessandro Magno. Forse la cosa di cui avrò più nostalgia sarà quell’albero di plastica che ogni Natale mi mettono affianco. La prima volta che l’ho visto sono rimasto estasiato. Con quelle palline dorate e argentate e tutte quelle luci… Ancora non ho capito il senso, ma so solo che mi perdevo in tutte quelle decorazioni e addobbi fino al punto di dimenticarmi di tutto il resto. E poi i regali di Natale, il camino acceso, tutto sembrava più caldo e accogliente, ma solo per pochi giorni, poi tornava tutto come prima. Pensavo che i signori Rossi ci tenessero a me, che non mi sistemassero le molle solo perché erano un po’ distratti. Io sono qui, e intoro a me adesso ci sono degli uomini. Mi stanno prendendo e trasportando fuori dalla porta. Giulia non mi guarda, sta facendo i compiti. Mi chiedo se mi stiano portando a riparare, ma io lo so che non è così. Avevo sentito il signor Rossi parlare di un divano nuovo, ma pensavo scherzasse. Piano piano mi avvicino all’uscita e il soggiorno si allontana da me. Guardo il comodino e non mi sembra poi così vecchio, è perfino sgombro dalle riviste. L’applique è spenta, a illuminare la stanza è la luce del sole, i raggi arrivano fino al corridoio. Non è poi così spaventoso. I colori dei quadri sono accesi e a guardarli bene si sposano con il resto della stanza, perfino con le nature morte. Il parquet è appena stato lucidato. Io però ho sempre lo stesso copridivano giallo che puzza di vecchio. Forse mi porteranno in una soffitta, oppure in una discarica. Speriamo solo che ci sia un albero di Natale vicino a me.