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he wasn't even looking at me and he found me

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Mathilde Biron
Annie [#5] 1967 Graphite on paper Ed Ruscha
Nobuyoshi Araki
Frank Horvat, "La Véronique," breakfast with pills (1999)
Frank Horvat, mode Saint-Laurent pour Vogue France, Armenonville, Eure-et-Loir, 1970
Paris by Night series. Stripper Rapha Temporel at the Crazy Horse Saloon, Frank Horvat, 1962
Krzysztof Kieślowski
Saul Leiter,
Jay, 1957
Lotti contro la tua superficialitĂ , la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico eccessivo di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d'acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto piĂą bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l'affronti con larghezza di vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male.
Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.
La capisci male prima d'incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l'incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell'incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato. Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è, veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci.
Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia così importante, la storia degli altri, che si rivela priva del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l'intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri?
Devono, tutti, andarsene e chiudere la porta e vivere isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano piĂą vicini alla realtĂ delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza?
Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando. Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di aver ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita. Ma se ci riuscite… Beh, siete fortunati.
Philip Roth, Pastorale americana, 1997
*Fotografia di Naomi Savage, un giovanissimo Philip Roth (1968)
Natalie Karpushenko
« Quelle ombre che si vergognavano d’esser ombre si affollavano in un minuscolo luogo, una strada, con attorno spazi immensi che sfuggivano all’infinito. » ─ #GianniCelati, Quattro novelle sulle apparenze (1987)
« Il fatto è che noi ci serviamo della fantasia tutti i momenti per interpretare le cose, cercando di capire quello che è fuori dalla nostra portata; e tutto il nostro sistema emotivo dipende da come immaginiamo ciò che non è sotto i nostri occhi.
Quando abbiamo paura, quando siamo a disagio, quando siamo gelosi, quando facciamo progetti, entra in gioco l’atto di fantasticare. Quando siamo innamorati non facciamo che ripassarci il film delle fantasie sull’essere amato, e anche quando riflettiamo cerchiamo aiuto nell’immaginazione o nella fantasticazione.
Il fantasticare è così assiduo che lo diamo per scontato. Però se si inceppa abbiamo un campanello d’allarme, che è la noia: la noia è una specie di una nebbia mentale che blocca gli slanci immaginativi, e rende fastidioso anche il flusso di stimoli che viene dai sensi e dal mondo esterno. » ─ #GianniCelati, Università di Trento (2005)
[ Amare, dormire a occhi aperti, aspettare miracoli, questa fu l'unica mia politica.]
Jean Cocteau, da Il mio primo viaggio - Traduzione di T. Guiducci
ph Man Ray, Jean Cocteau - The Metropolitan Museum of Art, New York
Wojciech Zamecznik (1923 - 1967) • Akt| 1960-65