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Fare turismo virtuale e placare il Fernweh su Google Street View per poi scoprire che il mondo ipermoderno in cui viviamo non è che una borgata universale
Tempo fa fui attraversato da una piccola scossa di meraviglia e angoscia quando mi accorsi di riconoscere una città in cui non ero mai stato. Com’era possibile che quel certo panorama, in particolare un angolo di strada intorno alla Cattedrale del Santissimo Sacramento di Detroit, avesse qualcosa di familiare, come poteva quell’anonima strada accendere in me le luci incerte del riconoscimento? Dopo un po’ di resistenza interiore, dovetti ammettere che quel panorama l’avevo riconosciuto da un videogioco su cui passavo le ore da bambino: si percorrevano le strade di Detroit in pattuglia e nella scarnissima grafica 3D di quei tempi la Cattedrale era uno dei pochi edifici riconoscibili e non un astrattissimo parallelepipedo grigio.
I tedeschi lo chiamano Fernweh, il desiderio ardente di luoghi lontani: chissà se hanno una parola anche per indicare il desiderio ardente di luoghi virtuali. Servirebbe per indicare il sentimento che fa restare svegli la notte a percorrere su Google Maps e Google Street View i vicoli che conducono al porto di Osaka; o che rende irrequieti tutti i flâneur videoludici che, come me, battono le strade dello Stato di San Andreas, l’equivalente della California in Grand Theft Auto V, non per competere con altri giocatori, o per assecondare la storia immaginata dai designer, ma per esplorare gli anfratti di città immaginarie e possibili allo stesso tempo, scattare fotografie, bighellonare, forse sognare.
Continua su «IL»
Sull’ultimo «IL» del «Sole 24 Ore» parlo di città virtuali, potenziali, esoteriche, doppie e reali.
Inizia così:
«Tempo fa fui attraversato da una piccola scossa di meraviglia e angoscia quando mi accorsi di riconoscere una città in cui non ero mai stato. Com’era possibile che quel certo panorama, in particolare un angolo di strada intorno alla Cattedrale del Santissimo Sacramento di Detroit, avesse qualcosa di familiare, come poteva quell’anonima strada accendere in me le luci incerte del riconoscimento? Dopo un po’ di resistenza interiore, dovetti ammettere che quel panorama l’avevo riconosciuto da un videogioco su cui passavo le ore da bambino: si percorrevano le strade di Detroit in pattuglia e nella scarnissima grafica 3d di quei tempi la Cattedrale era uno dei pochi edifici riconoscibili e non un astrattissimo parallelepipedo grigio.I tedeschi lo chiamano fernweh, il desiderio ardente di luoghi lontani: chissà se hanno una parola anche per indicare il desiderio ardente di luoghi virtuali».
Sul numero di Rivista Undici in edicola c’è un mio longform in cui racconto il mondo dei gamer e degli streamer, ma soprattutto sul guardare gli altri giocare: come può una cosa così intrinsecamente noiosa essere il fenomeno più importante degli ultimi anni tra quelli «dove accade il futuro»? E perché io ci trovo qualcosa di simile all’ipnotico fascino delle televendite? Insomma, è una scusa per ragionare ancora di un tema che continua a ossessionarmi: la noia, la memoria, la presenza. Vabbè, il punto però è un altro: a corredo dell’articolo ci sono le fotografie Federica Sasso che sono fantastiche. Accostando i volti e i corpi di alcuni gamer adolescenti ai loro avatar, reali, potenziali, virtuali, le immagini catturano l’intensità di questi giovani. Mi sembra che parlino al presente, a questo mondo reale/virtuale che è il nostro, in maniera efficacissima, dolce e affilata a un tempo (forse bisognerebbe essere sempre dolci e affilati). Oltre, per contrasto, a fare uscire me, finalmente dirà qualcuno, come il rottame novecentesco che sono.
Il mio racconto comincia così:
«C’è un nodo segreto che lega noia e divertimento. Come se, invece di escludersi a vicenda, si rincorressero scambiandosi di posto fino quasi a confondersi. Sempre più spesso, ad esempio, mi sono scoperto a ripensare agli anni passati insieme ai videogiochi. Sarà l’età. E ogni volta mi ritrovo sopraffatto dalla vertigine del tempo perduto: certo, un tempo proustianamente perduto, sfilacciato dal morso nero dei giorni e degli anni, irraggiungibile se non in ricordi vaghi e ingannevoli. Ma perduto anche nel più immediato senso di “tempo perso”: davvero ho passato tutto quel tempo a giocare, seduto davanti a uno schermo, da solo con un controller in mano? E cosa me ne è rimasto? Succede qualcosa di simile con la lettura. Un dubbio, un’angoscia di mezza età direte voi: di tutti i libri letti, alla fine, cosa rimane? Certo, qualche effetto l’avranno prodotto su di me, non lo metto in dubbio, ma è così difficile riconoscerlo, individuarlo con precisione, quando ormai della maggior parte dei libri che ho letto da ragazzino non solo non ricordo nulla (o poco), ma spesso non mi ricordo nemmeno di averli letti. La lettura e il videogioco hanno anche un’altra caratteristica in comune: sono due attività tanto intense per chi le esercita (al punto di pensare che la vita vera, quella più autentica, più trasformativa, è la vita vissuta leggendo – o giocando), quanto noiose per chi le osserva da fuori. Il lettore e il giocatore visti dall’esterno sono sospesi in uno statuto esistenziale per certi versi unico: fisicamente presenti, lì, davanti a voi, eppure altrove, immobili eppure in viaggio, insieme eppure soli. Ma se guardare qualcuno giocare è noioso quasi quanto guardare qualcuno leggere, come accidenti è possibile che oggi lo streaming di videogiochi sia un business da milioni di dollari?»
Un mese di musica triste e nostalgia per la persona vera che mi ha portato via i passi falsi
Sul Figlio, l’inserto del Foglio, c’è un mio racconto di paternità e capitalismo della sorveglianza (sic), di rigurgitini e algoritmi, di Alba e Alexa. Ma soprattutto è una storia sulla fine della malinconia.
Inizia così:
«La scusa è la solita: se una cosa vuoi criticarla, devi prima provarla. Certo, come no. Intanto però si apre una breccia e in un attimo le mura crollano: quante guerre sono state perse così? Di sicuro è stata persa la mia contro il “capitalismo della sorveglianza”: all’inizio dell’estate ho comprato Alexa, l’assistente personale di Amazon. Il giorno dopo l’ordine (sono anche abbonato a Prime: ormai s’è capito che genere di uomo sono) mi arriva a casa questo piccolo altoparlante che posso interrogare come una specie di oracolo domestico: Alexa, in che cinema danno gli Avengers? e lei mi trova la proiezione più vicina. Alexa, che tempo farà oggi? Fa caldo, del resto è l’inizio di luglio, e la mia compagna e mia figlia sono appena partite per andare al mare dai nonni. Alba ha solo due mesi e l’afa dell’estate torinese sarebbe troppo faticosa per lei. Tanto le raggiungerò a inizio agosto: è solo un mese di solitudine (e di distanza), me la caverò. E poi, come in una commedia degli anni Sessanta, avrò la mia estate da scapolo in città».
Continua.
Da Sebald a Manuel Vilas, sempre più testi letterari sono corredati di foto. Perché queste immagini (spesso brutte) moltiplicano l’ambiguità. Ed emozionano
Uno degli incipit più triti della narrativa – se non il più banale in assoluto, quello che qualsiasi editor vi casserà perché stufo di leggerlo in centinaia di manoscritti – prevede che il protagonista prenda in mano una foto e inizi a ricordare la scena in cui è stata scattata. Siamo al livello della «marchesa che uscì alle cinque», l’esempio di pessimo inizio che una volta fece Paul Valéry. Questo è vero per le fotografie descrittenel libro, discorso diverso, invece, per le immagini direttamente inserite nei testi letterari. Perché, tra i libri più interessanti, innovativi e eccitanti che mi sia capitato di leggere da un po’ di anni a questa parte, molti di essi hanno al loro interno, a punteggiare la narrazione apparentemente senza criterio, delle fotografie? Penso, solo per restare agli ultimi, a Città sola di Olivia Laing, Nel mondo a venire di Ben Lerner o, fresco di traduzione per Guanda, In tutto c’è stata bellezza di Manuel Vilas in cui il rabdomantico ricamo tra memoria intima e collettiva è traforato da una manciata di struggenti foto di famiglia. Perché, invece del terribile effetto “diapositive delle vacanze”, ne ricaviamo un’emozione così intensa? Io un’idea me la sono fatta. Servono innanzitutto a farci capire che quelli che abbiamo davanti sono libri ibridi: non sono romanzi, non sono saggi in senso accademico, non sono storie inventate anche se sono raccontate in modo narrativo.
Anche se ormai pensiamo come degli ipertesti (o forse l’abbiamo sempre fatto: Proust “cliccava” su una madeleine e arrivava un ricordo di infanzia) saltando di link in link, con immagini, video, testi che si incrociano e contaminano, abbiamo però ancora l’abitudine a rappresentare la memoria come una serie di fotografie che si susseguono. Una sequenza di foto su un tavolo, una pila o disposte come un oracolo dei tarocchi; le polaroid che si scattava ogni giorno per combattere le sue amnesie a breve termine il protagonista di Memento, il film di Christopher Nolan; gli investigatori che appendono le foto degli indizi per risalire al killer in True Detective. Ecco perché, se dovessi fare una genealogia dell’uso delle fotografie nei testi letterari, il nonno sarebbe senz’altro Aby Warburg. Mnemosyne, il grande atlante del potenziale espressivo umano, nelle intenzioni di Warburg era composto da sessanta tavole ricoperte da una stoffa nera su cui erano appuntate una serie di fotografie di opere d’arte antiche, moderne, ritagli di giornale, dettagli di monumenti, francobolli. Il criterio organizzativo – e qui sta la bellezza del progetto e la genialità di Warburg – non è storico, cronologico, né strettamente tematico, ma per somiglianze di famiglia, per associazioni e collegamenti basati sulla regola “del buon vicinato”. Dall’accostamento delle immagini nascono delle illuminazioni critiche, delle intuizioni tanto profonde quanto radicali. Ho sempre visto il progetto di Warburg come il tentativo di scrivere un enorme, smisurato romanzo senza parole, composto unicamente con frammenti visivi (come solo di frammenti e citazioni, ma in questo caso testuali, è fatto il capolavoro di Benjamin su Parigi capitale del XIX secolo).
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Alcuni libri attraversano i paesaggi urbani, altri invece vi si smarriscono. Benjamin, Sebald e Ballard hanno trovato un erede: Iain Sinclair
Ho sempre sognato di scrivere una storia degli smarrimenti. Di come ci si perde in una città. Perché dei tanti modi di classificare la letteratura, non è ancora stato adottato questo: dividere il repertorio delle storie tra i libri che raccontano l’attraversamento di una città e quelli che raccontano il perdersi in essa. Alla seconda categoria appartengono le scritture fedeli al motto di Walter Benjamin: «Non sapersi orientare in una città non vuol dire molto. Ma smarrirsi in essa, come ci si smarrisce in una foresta, è una cosa tutta da imparare» (in Infanzia berlinese). Non a caso Benjamin è il grande santo protettore di tutti quegli autori che hanno fatto della città, e del perdersi in essa, la propria musa e il proprio oggetto privilegiato. «Ché i nomi delle strade devono suonare all’orecchio dell’errabondo come lo scricchiolio di rami secchi e le viuzze interne gli devono rispecchiare nitidamente come le gole montane», prosegue Benjamin, ed ecco che la città, le sue strade, i suoi palazzi, il centro e le periferie, le fabbriche e i passages pieni di vetrine, diventano di colpo paesaggio naturale da osservare con l’occhio laterale, visionario e naturalista a un tempo, del flâneur.
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Un'articolo del New Yorker ha definito il personal essay un genere giornalistico abusato. Possiamo davvero farne a meno?
Un saggio, etimologicamente, è un tentativo, un azzardo, è il collaudo di un’ipotesi; non pretende di dire l’ultima parola, né di essere emanazione di un’autorità. Anzi, autorità e autorevolezza – a cominciare da quelle di chi parla – sono le prime cose a essere messe in discussione. Se ci penso, mi rendo conto che il modo in cui leggo un essay, il criterio che tengo a mente, è il rischio che si prende l’autore. Rischio è una parola scivolosa, perché si pensa subito a prese di posizione eroiche, a minacce di morte, battaglie civili in ambienti ostili: ma non è questo tipo di rischio che mi interessa, non in prima battuta almeno. «Le cose migliori che scriverai saranno quelle che ti faranno vergognare», disse una volta Arthur Miller. Tutto quello che dirai sarà usato contro di te: a un certo punto l’essayist “sbraca”. O mette in scena lo sbracamento. Per questo è fondamentale la soggettività di chi scrive. Non a caso tra i padri del saggismo contemporaneo bisogna mettere gli antropologi e la loro idea di osservatore partecipante. Ma l’esperienza non può diventare a sua volta origine dell’autorità. O, detto altrimenti, non è che una cosa solo perché ti è successa diventa interessante.
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Cosa si nasconde dietro alla natura interattiva di “Bandersnatch”, l’ultimo episodio di Black Mirror?
«Il 28 dicembre 2018, Netflix rende disponibile sulla sua piattaforma di streaming video una puntata speciale intitolata “Bandersnatch” della serie ideata e scritta da Charlie Brooker, Black Mirror. La particolarità di questo episodio è la sua natura interattiva. Come nei vecchi librigame (o nel racconto di Jorge Luis Borges “Il giardino dei sentieri che si biforcano”), nel corso della storia vengono proposti una serie di bivi: a seconda delle sue scelte (fatte col telecomando o il cursore del computer) lo spettatore può influenzarne lo svolgimento. Quali cereali mangerà il protagonista, se accetterà o meno un lavoro, se ucciderà o salverà un altro personaggio. Cose così.Tre giorni dopo il lancio di “Bandersnatch” è il primo gennaio 2019».
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Storie di amore, amicizia e Master League.
«Ivanov si era formato come portiere nelle accademie sportive militari sovietiche. C’era praticamente cresciuto dopo che il padre, un ufficiale dall’Armata Rossa, era morto in Afghanistan. Scarso con i piedi, aveva però un senso della posizione straordinario: fu quell’istinto (forse trasmessogli dal genitore carrista) a farlo trovare pronto quel giorno e fargli bloccare la palla»
Per molto tempo mi sono addormentato tardi la sera perché giocavo a Pes. Il luogo in cui ho trascorso più tempo, negli ultimi vent’anni, sono i campi virtuali di Pes calcati in lunghe, interminabili nottate. E in altrettanto lunghe e interminabili giornate. Non c’è libro, autore, serie, film, fumetto che abbia consumato di più, e per più tempo continuativamente, delle varie, annuali, iterazioni di Pes. A dire il vero non c’è lavoro o fidanzata che abbia svolto o frequentato per più tempo di Pes. Se nel 1998, invece di inserire nella Playstation il cd masterizzato di un gioco di calcio giapponese chiamato Iss Pro 98 (come all’epoca veniva commercializzato Pes in Europa), fossi uscito con una ragazza (improbabile…) e avessimo avuto un figlio, oggi quel figlio avrebbe vent’anni. Probabilmente mio figlio giocherebbe a Fifa perché «Pes è da vecchi», quindi tutto sommato meglio così. Cosa facevate voi l’11 settembre 2001, dov’eravate? Io me lo ricordo: stavo giocando a Pes. Ero a metà di un rognosissimo girone di ritorno del campionato Master (e infatti quell’anno finimmo fuori dalla promozione), quando i miei coinquilini reclamarono il televisore per guardare ciò che stava succedendo a New York: facemmo in tempo a vedere il secondo aereo schiantarsi dentro la Torre Nord. Quando in seguito al crollo tutta Lower Manhattan era diventata «un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità» (come scrive Don DeLillo ne L’uomo che cade), per placare l’angoscia rimettemmo sulla Play per un torneo due-contro-due (partite in cui ogni squadra è controllata contemporaneamente da due giocatori). Ogni evento, amore, amicizia della mia vita adulta è segnato dalla presenza di Pes.
Perché?
(Continua su Rivista Undici).
Il pezzo della vita l’ho scritto per il numero di Rivista Undici in edicola in questi giorni. Parla di Pes. Sì, Pro Evolution Soccer, il gioco di calcio. Cos’è, cosa era, la sua filosofia, gli uomini che l’hanno creato, la sua storia («È un gioco da vecchi»), la guerra, persa, con Fifa, e quella, vinta, con la Storia. Da Winning Eleven all’ultima iterazione (dentro ci sono anche Kick Off, Sensible, pure I Play 3D Soccer).
È il mio modo per fare i conti con alcuni temi, e un paio di ossessioni: la noia, la malinconia, l’amicizia maschile, le passioni divoranti, i mondi immaginati, il nerdismo. La domanda è (anche) questa: come raccontare «la vita» attraverso qualcosa che a prima vista è il suo opposto, la sua assenza, come «il virtuale» (che può essere un videogioco, certo, ma anche la scrittura)? Oppure: come raccontare qualcosa di apparentemente futile, passeggero, evanescente (come una partita a Pes) eppure carico nella memoria di una temperatura emotiva a volte incandescente? Tempo perso, «passatempo», un’attività fatta per riempire un vuoto, si dice: che pure si rivela tutt’altro che vuota.
Il gioco, il videogioco in particolare, ha, ai miei occhi, qualcosa che lo accomuna alla lettura: cosa resta di tutto il tempo passato a leggere certi libri? Nulla. «Dov’ero» quando leggevo? Non ero qui, non ero con voi. Cosa facevo? Eppure ha prodotto degli effetti nel presente, per quanto difficili da riconoscere, per quanto impossibili da sbrogliare. E quindi: come scrivere di qualcosa di così futile, di cui non resta nulla se non delle tracce altrettanto evanescenti? Come scrivere della noia (la grande signora segreta di quest'epoca)? Dove sono stato tutto questo tempo?
Il mio primo avatar sui social è stato un disegno di Tom Gauld. Una di quelle sue piccole, geniali invenzioni grafiche di cui le sue tavole sono piene. Era una specie di Ufo formato da una manina verde che reggeva un libro. Non solo era simpatico e, come si dice, «iconico» (due qualità essenziali per un avatar), ma mi sembrava anche che fosse un giusto tributo a quello che ho sempre reputato un extraterrestre del disegno: le sue strisce che apparivano (e appaiono) sulle pagine culturali del Guardian e di altri giornali, o le copertine del New Yorker che ha disegnato, possiedono sempre quella sua inconfondibile ironia sottile eppure affilata, quel gusto per la parodia e la satira dei cliché e delle abitudini editoriali, un talento per la variazione ricombinatoria che l'avrebbe fatto amare da Eco o Fruttero & Lucentini. Nel corso degli anni ho condiviso le sue vignette innumerevoli volte, e come me centinaia di migliaia di persone nel mondo. Potete immaginare quindi la gioia con cui ho accettato l’invito di Mondadori a scrivere la prefazione all’edizione italiana di In cucina con Kafka, il libro di Gauld premiato quest’anno agli Eisner Award (gli Oscar del fumetto).
Sull’ultimo Rivista Studio, da poco in edicola, c’è un mio essay sul rapporto tra libri e tempi oscuri, tra scienza, libri di scienza, la bellezza e l’intensità a cui danno accesso, e l’ottusa resistenza del quotidiano, soprattutto quando prende la forma della chiacchiera vuota, della nebbia populista. C’è, in questo contrasto, forse, una piccola forma di resistenza, di ginnastica mentale e estetica, almeno.
Inizia così: «I mesi successivi alle elezioni politiche dello scorso marzo li ho passati ostaggio di Twitter. E di siti di news, di giornali, di maratonementana, di qualsiasi cosa, insomma, potesse placare la fame chimica di notizie sulla formazione del nuovo governo, o di un suo repentino disfacimento. Come un tossico sapevo bene che in realtà, invece di sfamarlo, non facevo altro che nutrire l’animale che c’era in me in quel momento, un gomitolo unghiato di sgomento e rabbia, paura e senso di colpa, impotenza e panico che mi lacerava. L’acqua è arrivata ai miei piedi, pensavo i giorni dell’insediamento del governo, la casa è allagata e, come con un rubinetto dimenticato aperto in bagno, per troppo tempo avevo ignorato i segnali del disastro in arrivo (il disagio, le diseguaglianze, le periferie, Brexit, Trump o che so io). Il momento dopo, però, pensavo che era proprio questo modo di vedersi assediati da un disastro imminente una delle cause di tale situazione. «Io sono solo, voi siete tutti,» dice l’uomo del sottosuolo, uno dei più scombicchierati personaggi di Dostoevskij: i suoi deliri paranoici, il sentirsi circondato da una massa ostile e sconosciuta da respingere con rabbia, ne fanno il vero eroe dei nostri tempi. E lui non aveva nemmeno Twitter».
I percorsi estivi del Tascabile.
Essay, il racconto del cambiare idea
Quando dico che tra le cose che mi piace più scrivere, leggere e pubblicare ci sono i saggi, finisce sempre che per spiegare cosa intenda esattamente devo ricorre a dei giri di parole o, alla fine, a degli esempi: questo o quel titolo, quella raccolta e non quell’altra, “pensa a Montaigne, non a un saggio accademico”. Insomma, un pasticcio. Usare i termini inglesi essay o personal essay è senz’altro più preciso, ma poi rischi di parlare solo ai già convertiti. Poi qualche giorno fa, ascolto Teju Cole presentare la sua raccolta di personal essays a Torino e lo sento citare Cambiare idea di Zadie Smith e lì mi si accende la lampadina. Un saggio, un essay, è il racconto del cambiare idea. Ecco fatto, c’è tutto. “Racconto” perché ha una struttura narrativa: come il romanzo, mettiamo, racconta la trasformazione di un personaggio da uno stato iniziale A a uno stato finale B, così il saggio racconta il passaggio da una certa idea su qualcosa a un’idea diversa. In questo è diverso dal saggio nell’accezione corrente che gli diamo in Italia che è, fondamentalmente, l’esposizione e la trasmissione di un’idea, un sapere (non il racconto del suo farsi, o del suo disfarsi, in me di quell’idea alla prova dell’esperienza); così come è diverso dal pamphlet che invece vuole convincermi, inculcarmi, una certa visione del mondo. Ed è personale perché questa trasformazione passa sempre attraverso il filtro dell’esperienza e della soggettività. Infine è un genere totalmente letterario, nei suoi esempi migliori, perché quello a essere messo in mezzo tra l’io e il mondo è il linguaggio, la sua densità, la capacità di provocare un’emozione nel lettore attraverso la scrittura: insomma, lo stile.
Sul Tascabile tento una piccola, temporanea mappatura dell’essay contemporaneo. Si può leggere tutta qui.
Sul numero 22 di Rivista Undici scrivo di trasformazioni alchemiche e del XXI secolo, di oro e piombo, di malinconia e splendore. Insomma, di lui: monsieur Zinedine Zidane.
Inizia così: «Era arrivato in estate. La Juventus l’aveva pagato 7.5 miliardi di lire dal Bourdeaux. Non si era inserito subito, forse per l’impatto con gli allenamenti molto intensi del preparatore Ventrone, forse per il 4-3-3 di Lippi che, in mezzo tra Conte e Dechamps, gli lascia poco spazio. Fatto sta che all’inizio Zinedine Zidane sembrava un po’ sperso. Almeno fino a ottobre, quando un infortunio di Conte spinge Lippi a cambiare schema e con il 4-4-2 e Zidane si sposta un po’ più avanti, dietro l’attacco. Quell’anno, quella stagione 1996-97, me la ricordo soprattutto per una cosa: per la prima volta vidi un uomo passare dallo stato di bravo calciatore a quello semidivino di campione. Davanti ai miei occhi, partita dopo partita, si era compiuta una trasmutazione alchemica di stato. Avevo vent’anni: abbastanza per spogliare lo sguardo delle ingenuità infantili, non troppi perché l’esperienza soffochi la magia».
Sabato 29 e domenica 30 settembre sono al Bookpride di Genova. Modero due interventi.
Sabato 29, ore 19: Sguardi viventi. Su David Foster Wallace, con Martina Testa e Daniele Giglioli.
Domenica 30, ore 11, Riviste in festa: un’età dell’oro?
Tutti sono benvenuti.
Sembrava un ferrovecchio editoriale, un formato inadatto al tempo della parcellizzazione social, e invece mai come ora la rivista…
Sembrava un ferrovecchio editoriale, un formato inadatto al tempo della parcellizzazione social, e invece mai come ora la rivista attraversa una vera e propria età dell’oro. Cartacee o digitali (spesso entrambe le cose), letterarie, d’attualità, verticali o generaliste, di nicchia o di massa, anche in Italia le «nuove riviste» iniziano a essere un bel po’, ma soprattutto iniziano a produrre una serie di firme, autori, ma anche idee, stili, approcci, che stanno contagiando riviste mainstream, giornali e case editrici che hanno visto nella «scena» un fermento di forze a cui attingere.
Tempo fa ho scritto per «Robinson» (l’inserto culturale di «Repubblica» che più di tutti rappresenta plasticamente questa comunicazione tra riviste e mainstream: disegnato da Francesco Franchi, già designer di «IL», è di fatto disegnato come un magazine all’interno di un quotidiano) questa sorta di mappa e piccola storia delle nuove riviste, soprattutto italiane.
Mi sono accorto che è l’ultimo di una serie di articoli che nel corso del tempo ho scritto su editoria, giornali, gatekeepers, frammentazione e discussione pubblica:Vita e morte della recensione (su «Studio»), Vivere senza critica (ancora su «Studio»), Il nuovo intellettuale pubblico (su «pagina 99»), Come internet ci ha divisi («pagina 99»), La fine della conversazione (su «IL» del «Sole 24 Ore»).
Quest’ultimo, che in qualche modo chiude il cerchio, è uscito sul numero dell’11 febbraio 2018 di «Repubblica».