Torno qui, per non dimenticare cosa ho vissuto in questi anni (non c'è mai fine al peggio).
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Torno qui, per non dimenticare cosa ho vissuto in questi anni (non c'è mai fine al peggio).
Che fatica quest’anno. Lo dico ogni anno, come se gli anni precedenti non avessero compreso altre fatiche, altri momenti complessi, altre di
Parole Ordinarie x Persone Rotte
non so sempre trovare le parole giuste
2023, il mio Annus Horribilis
Che fatica quest’anno.
Lo dico ogni anno, come se gli anni precedenti non avessero compreso altre fatiche, altri momenti complessi, altre discussioni, altri intoppi.
Se penso al 2019, ad esempio, ora mi viene da ridere, perché ero sinceramente convinta che quello fosse stato il mio personalissimo annus horribilis, tra il mio cuore maciullato per mano di un uomo che in me vedeva un porto sicuro in cui sostare senza prendersene cura, un lavoro usurante a livello fisico e psicologico e, soprattutto, un forte senso di solitudine che viaggiava sottopelle come un parassita silenzioso e letale.
Quest’anno non è stato come quell’anno (e menomale, aggiungerei, visto che sono passati quattro anni e se le cose fossero state uguali avrei avuto tutt’altro tipo di problema – ché ciò che non cambia mi spaventa molto di più di ciò che cambia), perché se nel pieno dei miei venticinque anni la mia più grande paura era che nessuno mi avrebbe mai amato veramente, all’alba dei miei trent’anni la mia più grande realizzazione è che per amare veramente ci vuole una buona dose di consapevolezza di sé, ci vuole un grande lavoro d’introspezione, d’indagine e di coraggio.
Esco circa tre mesi fa da una relazione durata due anni, una relazione totalizzante, intricata, dove gli alti erano altissimi ma i bassi bassissimi, dove credevo che l’idealizzazione, per una volta, non fosse il perno attorno al quale giravano i miei sentimenti più profondi e radicati, perché quando sei dentro alle cose è difficile vederle per come sono veramente: diventano sfumate, i colori sono pastello e la superficie patinata, c’è sempre odore di bucato fresco e l’idea che niente e nessuno potrebbe mai capire cos’è che capita quando due persone si amano così tanto.
La cosa terribile della fine di una relazione, pensavo, non è la fine in sé, non è la presa di coscienza che quella cosa lì è esistita in un tempo limitato nonostante l’ambizione dell’assoluto e dell’eterno (diciamocelo qui, senza prenderci in giro: anche il più cinico dei cinici quando ama ambisce all’eternità, perché quella è l’essenza stessa dell’amore), piuttosto è lo scontro diretto, violento e incontrastabile con la realtà per quella che è e per quella che era.
Io sono una persona e tu sei un’altra persona, io ho i miei bagagli e tu i tuoi, in quel momento i nostri bagagli hanno lo stesso peso e viaggiare insieme è semplice, equilibrato, riusciamo a camminare allo stesso passo nonostante qualche inciampo.
A un certo punto, però, il mio bagaglio inizia a pesare di più, mi chiedi di mettere nel mio un po’ della roba che hai nel tuo perché altrimenti non riesci a proseguire e io lo faccio, sperando che a un certo punto io potrò chiederti lo stesso favore, ma tu ormai cammini più veloce di me, alleggerita dal peso che ora mi fa arrancare e mi fa chiedere “ma dov’è che sto andando?”. E mentre ti guardo sfumare da lontano mi domando se ti ho mai conosciuta davvero, se il mio ruolo fosse quello di compagna di viaggio o di portaborse. Che dolore.
La cosa brutta di quando ti lasci è l’impatto con la realtà perché è solo nella realtà che ti rendi conto a quali pezzetti di te hai rinunciato, perché in quel momento pensavi che l’amore avrebbe riempito quei pezzetti con altre cose altrettanto belle e, diciamocelo, almeno per me lo ha fatto, seppur per un periodo limitato di tempo.
A mio padre, durante un viaggio in macchina in cui perlopiù ho singhiozzato, ho detto: “Sono triste perché mi sembra di aver sprecato il mio tempo, di aver buttato via due anni della mia vita” e lui, di tutta risposta, mi ha detto semplicemente: “Isa, l’unico tempo sprecato nella vita è quello da cui non impari niente”.
Mia mamma, invece, in un momento di confronto molto profondo e intenso dopo un anno di grandi conflitti – altro tassello fondamentale per la ricostruzione di quest’annus horribilis, mi ha detto che guardandomi vede una donna che non ha paura di scegliere perché nella scelta vede tutte le sue potenzialità. “Isa”, mi ha detto, “ma tu lo sai che per il tipo di persona che sei, starti accanto è difficile ma è anche un tipo di fortuna che le persone insicure non riusciranno mai a percepire come tale”.
Le persone insicure, questi grandi esseri mitologici, anche se poi semplicemente lo siamo tutti, chi più e chi meno, chi per qualcosa e chi per qualcos’altro.La mia psicologa mi dice sempre che la mia sicurezza è così dirompente e carismatica perché parte dalla consapevolezza assoluta delle mie più grandi insicurezze, una specie di scudo protettivo che le mette a nudo prima che lo faccia qualcun altro. Faccio bene a pagarla 60 euro a settimana, perché non avrei mai saputo dirlo meglio.
In quest’annus horribilis, comunque, un sacco di persone hanno detto la loro su quello che mi riguarda, ho già citato mio padre, mia madre, la mia psicologa, che forse sono le persone in qualche modo più legittimate, ma tante altre non lo sono eppure si sono prese questo ruolo, come del resto spesso faccio anche io, quindi penso di aver diritto di lamentarmene solo fino ad un certo punto. Comunque.
Ieri sera mi sono chiesta: “Ok, Isabella, ma tu che cosa pensi?”.
Le risposte a questa domanda si sono rivelate molteplici, contraddittorie, caotiche, ma al tempo stesso delineano una crescita che mi fa tirare un gran sospiro di sollievo.
Che cosa penso, quindi?
Io penso che sono arrabbiata, frustrata, delusa, nervosa, rancorosa, malinconica, a tratti incazzata come una biscia, al tempo stesso sono tranquilla, consapevole, libera da un peso, finalmente uscita da una perenne sensazione di apnea. Mi sento bella più di quanto avessi mai fatto prima, mi sento riappropriata della mia femminilità, della mia frivolezza, della mia leggerezza.
Penso che se c’è una cosa che, in effetti, ho imparato quest’anno è che amare è importante così come lo è essere amati, ma ancor più importante è l’onestà intellettuale, in primis con se stessi, se poi si vogliono costruire rapporti reali, autentici, sicuramente un pizzico idealizzati sempre, ma solidi.
Penso che non smetterò mai d’innamorarmi, di romanticizzare, ma che sto imparando a individuare cos’è che non mi piace e cos’è che mi piace, nonostante il mio bisogno di avere una musa a cui dedicarmi e di essere una musa a cui dedicarsi.
Penso che il fatto di svegliarmi ogni giorno sapendo che, tutto sommato, quello che vedo allo specchio mi piace molto sia un grande privilegio, ma anche frutto di un grande lavoro che mi appesantisce sempre un po’, che a volte mi fa chiudere in casa senza voler proferire parola con nessuno, arroccata nella mia stessa malinconia confortevole ma limitante.
Penso che due anni non definiscano una vita e che io, con il mio amore per me stessa e per le persone che amo, all’eternità sono destinata ad aspirarci sempre. E che, forse, ci sono già dentro.
Aggiustare un vaso con l'oro
Non lo rende più forte
Non lo rende più utile
Smette comunque di esistere
Che valore ha?
Riuscire a stare immobili
Dentro una casa che crolla
A pezzi
Spariranno
Le paure solo quando
Anche noi crolleremo
Quercia, Crollo
Comunque sta pandemia mi ha insegnato che non devo mai più azzardarmi a fare la tinta a casa.
Sono stata 6 mesi con metà capelli rosso fuoco e metà castani, una merda.
Da quando non ci sei, ho questa convinzione di poter comprare la felicità : colmo la tua mancanza acquistando e accumulando roba, l'attesa dei pacchi non mi fa pensare a quando tornerai.
Ci sono tante cose che vorrei dire, che ho perso e dimenticato nel tempo.
Memo : bisogna avere pazienza.
Mi sembra assurdo come tutto sia cambiato in così poco tempo. Quel che prima volevo, ora non lo voglio più.
Il tuo stato di Whatsapp dice Available e c’è la tua foto sorridente, ma se ti scrivo non puoi più rispondermi.
Sono giorni complicati i giorni dello smarrimento dove ti cerchi in una sola persona e ti perdi in altre cento
Niccolò Fabi, I giorni dello smarrimento
Lasciate stare Giulia, guarda i vetri del tram Si specchia con le buste della spesa dell'Auchan Le occhiaie sulla faccia, sveglie posticipate, Finite le albi in spiaggia con l'amante di un estate E il suo ragazzo la sfiora lentamente E lei ricambia, fa finta di niente E forse un po’ il rimorso un po’ si sente Però leggermente, non rimpiange niente Lasciate stare Giulia, non è che vada fiera Quando la luce gialla o si accelera o si frena Decidere un momento, potrebbe non tornare, La voglia era un tormento come l'ansia d'ignorare
Scarda, Giulia
Lasciami qui Lasciami stare Lasciami così Non dire una parola Che non sia d'amore
CCCP, Annarella
Non è stato proprio bene mettermi a pensare : ho passato la notte sveglia con gli attacchi di panico.
Forse dovrei fare un bel respiro e metabolizzare quel che è successo in questi sei mesi.
Ritorna settembre Non cambia mai niente Non lo capisci che pensi al futuro Ma torna il presente Ma vuoi provarci per l'ultima volta Non si può vivere senza pensare ad una svolta
Scarda, Ventanni
Non lo puoi avere quello che non hai Se non fai ciò che non hai fatto mai Dal finestrino Guardavi il paesaggio Dito sul libro Gli esami di maggio A cambiare tutto ci vuole coraggio Farti capire ti sembra un miraggio
Scarda, Ventanni
Margot Tenenbaum was adopted at age 2. Her father had always noted this when introducing her.
The Royal Tenenbaums (2001) dir. Wes Anderson
Definitely me.