"KÄRLEK 65" , un film di Bo Widerberg
Mike Driver
occasionally subtle
Xuebing Du

No title available
Misplaced Lens Cap
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ
will byers stan first human second
Stranger Things
h
taylor price

Product Placement
Peter Solarz
he wasn't even looking at me and he found me
d e v o n
No title available
dirt enthusiast

Origami Around

Kiana Khansmith

PR's Tumblrdome

tannertan36

seen from United States
seen from Malaysia
seen from Netherlands
seen from Poland

seen from Mexico
seen from Türkiye

seen from Netherlands

seen from United Kingdom

seen from United States

seen from Malaysia
seen from United States

seen from Türkiye
seen from United States
seen from United States

seen from Israel

seen from United States
seen from Austria

seen from Türkiye
seen from United States
seen from Indonesia
@francesco-c
"KÄRLEK 65" , un film di Bo Widerberg
(Editoriale) Una volta morti, tornano persone. Umani, da fantasmi che erano. Le loro vite interessano quando sono finite, tanto più se la fi
Umberto Terracini ( 1895-1983 )
Presidente dell' Assemblea Costituente 🇮🇹
" Che cos' è per lei l' indifferenza ? "
" Vuol dire l' incapacità di vivere "
*intervista del 1980
Tiro ( Libano ) bombardata da Israele
L' ignavia europea
Pink Floyd - P i g s ( Three Different Ones )
P i n k F l o y d - S h e e p
Onore a quest' uomo dalla postura dritta
...non altrettanto a lei
Umiliare gli inermi, il fascismo di Ben-Gvir e la bancarotta morale di Israele
La scena vergognosa nei confronti degli attivisti della Flotilla è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania. C’è da chiedersi dove sono finiti tutti gli anticorpi della società che potevano arginare l’estremismo messianico e fondamentalista
Il fascismo ha un volto ed è quello di Itamar Ben Gvir, 50 anni appena compiuti con tanto di torta al cappio confezionata da sua moglie, ministro della Sicurezza nazionale nel governo israeliano. Il fascismo è l’umiliazione dell’ avversario inerme. Il fascismo è farsi vanto di questa umiliazione. Come ha fatto Ben Gvir, peraltro recidivo, quando si è accanito su un’attivista della Flotilla che aveva osato gridare «Free Palestine» mentre era in ginocchio, ammanettata e bendata al pari di tutti gli altri arrestati.
Il fascismo è maramaldeggiare con quel senso di superiorità beffarda e di dominio totale dei corpi di malcapitati attivisti pro-palestinesi.
Davanti a questo ennesimo scempio dei diritti a nulla servono le blande dichiarazioni di Benjamin Netanyahu che, bontà sua, ammette che il ministro «ha sbagliato», quando in qualunque paese civile si sarebbero pretese seduta stante le dimissioni o, in alternativa, si sarebbe proceduto a cacciare il responsabile di tanta infamia che disonora se stesso, l’esecutivo di cui fa parte, il paese intero. E ancora meno sono efficaci le prese di posizione del duo Meloni-Tajani che giudicano il gesto «inaccettabile», pretendono le scuse e convocano l’ambasciatore. Un buffetto davanti all’enormità di un atto che calpesta la dignità delle persone e fa strame dei progressi sul cammino della civiltà.
Quanto è avvenuto è la conseguenza logica di quel senso di impunità regalato alle frange estreme dell’ebraismo quando si permette ai coloni ogni tipo di nefandezza contro i palestinesi della Cisgiordania, quando non si paga dazio per le empietà commesse a Gaza, quando allo stesso Itamar Ben Gvir è stato concesso di vomitare il suo credo razzista e, insistiamo, fascista senza alcun argine eretto in difesa del decoro istituzionale. Il minimo che si chiede a un paese giudicato «l’unica democrazia del Medio Oriente» e che tuttavia si occupa ormai da tempo di mettere in discussione l’assunto con leggi come la più recente fatta su misura per i palestinesi che condanna a morte chiunque attenti alla vita di un ebreo.
È proprio attraverso la parabola politica di Ben Gvir che si può misurare la bancarotta morale di Israele. Il ministro è l’erede diretto del rabbino di origini statunitense Meir Kahane e fu coordinatore del movimento giovanile del partito da lui fondato, il Kach. Kahane nel 1984 riuscì ad essere eletto alla Knesset.
E per dire quale era la sensibilità di allora, quando prendeva la parola tutti i parlamentari (tutti) lasciavano l’aula, compresi quelli dei Likud, il partito di Benjamin Netanyahu che oggi condivide con gli epigoni di quella sciagurata ideologia le stanze del potere a Gerusalemme. Peraltro nel 1994, dopo che Baruch Goldstein, un colono seguace del movimento massacrò alla tomba dei Patriarchi di Hebron 29 fedeli musulmani intenti a pregare, il movimento fu sciolto e dichiarato fuorilegge.
Sciogliere un partito non significa eliminare il pensiero di cui si era fatto bandiera. Ben Gvir aveva nel salotto di casa il ritratto di Goldstein e lo ha rimosso per darsi un minimo di pulizia solo quando ha visto la possibilità di aprirsi le porte del governo. Di lui si ricorda anche un episodio sconcertante. Rubò l’ornamento del cappuccio della Cadillac di Yitzhak Rabin, reo di aver firmato gli Accordo di Oslo, per poi esporlo come un trofeo con un commento: «Siamo arrivati alla sua macchina, arriveremo anche a lui». Quindici giorni dopo Rabin fu assassinato da un estremista ebreo.
Sarebbe troppo lungo l’elenco delle provocazioni, gli scontri anche fisici con gli avversari, i soprusi sui prigionieri palestinesi, le pistole esibite come monito davanti agli arabi senza nessun motivo, le passeggiate intimidatorie sul Monte del Tempio. Il disprezzo per il popolo palestinese riassunto in una frase: «Il mio diritto, il diritto di mia moglie e dei miei figli di andare in giro per le strade di Giudea e Samaria (definizione biblica della Cisgiordania, ndr) è più importante del diritto di movimento degli arabi».
Nessuno ha mai fermato questo delirio che lo ha portato anzi su una delle sedie più importanti di Israele. C’è da chiedersi dove sono finiti tutti gli anticorpi della società che potevano arginare l’estremismo messianico e fondamentalista. Attenzione perché nemmeno l’episodio di ieri è l’ultimo piolo della scala di discesa nell’osceno. Ah già, ma Netanyahu ha detto che ha sbagliato. Sai che risate si fa Itamar Ben Gvir.
Gigi Riva , su " Domani " , 20/05/2026
---------------------------------------------------------
Nell’elenco degli ingiusti
Quelli come Ben-Gvir, a dispetto della loro prosopopea etnico-religiosa, non appartengono ad alcuna razza o religione. Sono, a qualunque latitudine e in qualunque epoca, dello stesso stampo: sono gli ingiusti. Sono i prevaricatori, i segregatori, gli sbeffeggiatori di chi è in ginocchio. Figure risapute e spregevoli, che nei romanzi non occupano mai il posto dell’antagonista, del vero cattivo: al massimo sono comprimari. Ben-Gvir non è don Rodrigo, se gli va bene può ambire a essere il Griso. Prende ordini, e per illudersi di poterne dare ha bisogno di infierire sulle persone inginocchiate, ammanettate, carcerate. Lo ha già fatto in passato, lo rifarà in futuro: gli viene bene. È la sua parte nella storia.
Ben-Gvir si vede ebreo nella misura in cui questo gli consente di sentirsi superiore agli altri. Come l’inquisitore quattro secoli fa, l’ideologo ariano un secolo fa, il khmer rosso mezzo secolo fa, e oggi il terrorista islamico, il suprematista bianco, il dittatore tribale africano, chiunque nel mondo si consideri superiore per nascita o per destino.
L’identità per queste persone è un’arma e al tempo stesso un alibi. Se infieriscono sugli altri, possono sempre dire di averlo fatto nel nome di un’appartenenza, di un “noi” indimostrabile (quanti ebrei, nel mondo e anche in Israele, disprezzano Ben-Gvir?), così da camuffare la loro responsabilità individuale dietro l’ombra di una bandiera, o di un Dio, o di un Libro. Ma no, per carità, non gli si deve concedere, ai Ben-Gvir, questa via di fuga. Non diamogli l’illusione di giudicarlo male in quanto israeliano o (come lui vorrebbe) in quanto ebreo. Lo giudichiamo male come essere umano. Punto.
Michele Serra , " la Repubblica " , 21/05/2026
...dai Michele fai un piccolo sforzo ! Non tergiversare. Perché non lo chiami NAZISTA ??? Quale migliore aggettivo per riassumere l' essenza di questo barile di merda ? Paura di metterti contro la proprietà del giornale in cui scrivi ?
🇵🇸 🇵🇸 🇵🇸 🇵🇸 🇵🇸
Sì… Felice di essere stato comunista
di Michele Serra
In questo periodo, commenti, convegni e scritti di vario genere hanno celebrato la nascita del Partito Comunista, nel gennaio 1921, al Congresso socialista di Livorno. Primo Piano è nato nel 1979 come bimestrale del PCI di Correggio, il Partito che nella nostra città ha conosciuto una lunga e ricca avventura politica. Abbiamo pensato di parlarne ricorrendo alla penna di Michele Serra.
------------------------
Tante sono le cose dette e scritte per i cento anni dalla nascita del Partito comunista italiano, morto tutto sommato piuttosto giovane: a settant’anni e senza lasciare eredi, perché sarebbe troppo triste, e anche ridicolo, considerare tali i partitelli minuscoli che ancora si fregiano del nome “comunista” (sono, in Italia, più di una decina. Per dire la tristezza; e anche il ridicolo).
Meglio dunque tenersi alla larga dal vintage spicciolo, dall’ideologia ridotta a reperto da bancarella. Preferisco dire che cosa davvero mi manca, politicamente e umanamente, di quel partito, che per mia grande fortuna ho potuto conoscere da vicino, e dall’interno, nei miei lunghi e meravigliosi anni all’Unità (dal ’76 al ’92) e prima ancora nelle sezioni comuniste frequentate da ragazzo.
Che cosa abbiamo irrimediabilmente perduto, perdendo il Pci? Abbiamo perduto la natura magnificamente anfibia – intellettuali e popolo – di quel partito, di quelle sezioni, di quella classe dirigente. Intellettuali e popolo sotto uno stesso tetto e in larga parte con gli stessi fini, la stessa volontà. In pieno evo populista questa commistione risulta quasi incredibile, tanto aspro, quasi furente è diventato (in tutto il mondo occidentale!) l’antagonismo tra cosiddetti “ceti colti” e cosiddetto popolo. Una cesura sociale e anche territoriale, sovente tagliata con l’accetta del pregiudizio, in modo da ficcare tra i “radical chic” anche professori di liceo che non arrivano a duemila euro al mese, e chiamare “popolo” imprenditori di ottimo reddito (e magari evasori fiscali).
Beh, questo genere di equivoco, oggi così evidente e nocivo (perché così in grado di travisare i rapporti di classe), in quel partito non esisteva e non poteva esistere. La cosiddetta base non avrebbe mai imputato a un dirigente la doppia laurea, la libreria di abbondante metraggio e neppure la giacca di tweed (il cachemire costava troppo, per un funzionario di partito). E neppure il dirigente più altezzoso avrebbe mai snobbato il corpo a corpo con la base, lo scambio spesso molto vivace di esperienze e punti di vista spesso non coincidenti. E poiché diventavano dirigenti anche ex operai, sindacalisti e cooperatori, nessuno poteva supporre che la selezione, dentro il partito, obbedisse a criteri di esclusione di chi proveniva “dal basso”. Molto semplicemente, l’alto e il basso erano componenti dello stesso materiale politico: il partito.
Molti intellettuali avevano la stessa puzza sotto il naso di adesso, molti “compagni di base” la stessa veemenza emotiva, eppure la casa era la stessa, era nelle stesse stanze che ci si incontrava, ci si accapigliava, ci si prendeva per i fondelli, e nessuno si è mai sognato di discutere quella commistione di tipi umani sulla base di una discriminante di cultura, di titolo di studio, di gusti estetici, di linguaggio, come poi è avvenuto, sciaguratamente, in anni a noi vicini. C’era evidentemente, del popolo, una visione molto ambiziosa, in quel partito. Il popolo doveva diventare classe dirigente, e per ciò stesso studiare, leggere, imparare a essere migliore di chi lo aveva oppresso.
Si litigava molto ma ci si offendeva poco, nelle sezioni comuniste, in mezzo a tutto quel fumo. La mia sezione era nel centro di Milano, si chiamava Perotti-Devani ma era allegramente soprannominata “Salotti&Divani” dagli stessi iscritti a causa del notevole numero di professionisti, professori, borghesi di sinistra che la frequentavano. Insieme a loro pensionati, casalinghe, studenti, impiegati, un falegname, un fotografo e numerosi operai, metalmeccanici della vicina fabbrica Ferro Tubi (un nome meraviglioso, quasi romanzesco). Non ricordo neppure l’ombra di polemiche “di classe”, nell’uno o nell’altro verso, in quel gruppo che si sentiva comunque vincolato a una comune identità. Eppure, le differenze di censo e di istruzione erano spesso stridenti. Ma a me, un liceale borghese che si affacciava per la prima volta, in modo così diretto, nel sociale, nella città così com’era al di fuori delle mie mura domestiche e della mia famiglia, quella varietà pareva una lezione straordinaria.
Tale mi pare tutt’ora, che tanto tempo è passato. Del resto, il segretario più amato di quel partito fu il marchese Berlinguer, che per tutti fu il compagno Berlinguer. Ebbe, il marchese comunista, il funerale più popolare della storia d’Italia. Non ricordo che gli abbiano mai mosso, neppure da destra, accuse di essere un radical chic, tanto era naturale, nella lunga storia socialista e comunista, la presenza di una élite intellettuale in un partito di massa. Ecco, questo è il vero lutto che fatico a elaborare, da orfano del Pci. Grazie alla lunga costruzione dell’idea gramsciana del partito come “intellettuale collettivo”, l’alleanza strategica tra cultura e popolo, tra una élite rivoluzionaria e una base ad essa complementare (l’una senza l’altra non era concepibile), era un dato di fatto. Era la constatazione di ogni giorno, di ogni riunione di quartiere.
Che cosa si sia perso, che cosa si sia rotto, è sotto gli occhi di tutti. Andai, da studente, nella casa di un delegato dell’Alfa, operaio comunista. Mi mostrò, con fierezza indimenticabile, la Storia d’Italia Einaudi acquistata a rate. Mi basterebbe questa singola immagine per sentirmi felice di essere stato un militante del Partito comunista.
Marzo 2021 , "Primo piano" mensile dei correggersi e non solo
(di Michele Serra – repubblica.it) – Povera Cuba, che sarà presa per fame dopo un assedio lungo tre quarti di secolo. Stretta tra la sua sto
" Tre cose desidero vedere innanzi alla mia morte, ma dubito, ancora che io vivessi molto, non ne vedere alcuna: uno vivere di republica bene ordinato nella cittá nostra, Italia liberata da tutti e' barbari, e liberato el mondo dalla tirannide di questi scelerati preti."
Francesco Guicciardini, Ricordi ( 1512-1530 )
📷 Francesco C.
Biennale , Fascismo , Buttafuoco ,Meloni ...
Quando un titolo equivale ad un editoriale...
Giorgio Dell' Arti
📷 di Francesco C.
La destra italiana è ancora fascista, sostiene Tomaso Montanari. E la presidente del consiglio viene da quel brodo di coltura