DOVE SI RESISTE (E SI AIUTA)
Di fronte a perdite di esistenze, aspettative, investimenti e prospettive non c'è alcuna coscienza da lustrare, nessuna supremazia mediatica da conquistare. E nessuna frase di circostanza da prendere in dono.
Ecco perché continuo ad abbracciare i Sibillini. Anzi, continuiamo.
Lo abbiamo fatto anche ieri, andando incontro ad un carico di giacconi, coperte, scarpe, giochi per bambini ed alimenti a lunga conservazione provenienti da Roma. Di prima mattina, un furgone si era mosso alla volta di Muccia con materiali da distribuire alle popolazioni del Maceratese più colpite dalla sequenza sismica iniziata il 24 agosto.
Negli ultimi anni con Gianfranco più volte abbiamo attraversato tanto il dolore quanto l'esplosione di quella che, ostinatamente, chiamiamo vita.
La telefonata di Luca, l'ennesima dal mese di ottobre, ci ha trovato pronti: pronti a sollevare scatoloni e pronti a raccontare ogni tappa. Un breve viaggio, ma di quelli che rimangono, con piacevoli “intrusioni”. Come quella di Cristiana, pronta ad aprire porte e squarci sul passato.
Pievebovigliana. La prima fermata, inaspettatamente, ha quasi il sapore di un punto non ritorno. Nonostante la disponibilità dei volontari, al rifiuto della Croce Rossa di ricevere merce non nuova (ma comunque in ottimo stato e soprattutto pulita), rimaniamo impietriti. Ci saranno motivi che a noi sfuggono, come spesso accade in queste circostanze. Aspetti “burocratici” o strettamente “igienici”. Però brucia. Brucia guardandosi intorno, fissando gli squarci sulle pareti da un lato e i lavori di allestimento di una nuova area abitativa dall'altro. Brucia, soprattutto negli occhi di Franco, di chi in poche ore ha caricato ogni singolo gesto, ogni scelta, ogni desiderio di essere utile e ha macinato chilometri solo per esserci.
Poi però ti domandi a cosa serva ciondolare nel rammarico. Allora riaccendi i motori, perché a Fiordimonte ci sarà pur qualcuno che sa a chi destinare questi oggetti. E quel qualcuno è Massimo Citracca, il sindaco di questo minuscolo borgo, dove alcune casette di legno allestite nel 1997 ancora ospitano signore affacciate alla finestra, sigaretta in mano e lo sguardo alla montagna. Un volto, quello di Massimo, forse il più brillante a quell'ora del mattino, che ci accoglie dicendoci “sì, lasciateci quello che riuscite”. Dallo sportellone sul retro iniziano a scendere indumenti, puzzle, un piccolo passeggino rosa e diverse confezioni di pannolini. Intorno, aumentano le presenze. E le strette di mano.
Ci aspettano a Cupi, a quasi 1.000 metri di altitudine. Saliamo osservando le ondulazioni di questa parte di Marche, comprese quelle di un vigneto adagiato sotto di noi.
Beniamino e sua moglie arrivano subito dopo, mentre qualche scatto alla loro azienda agricola (Pastorello, prendete nota. Ma per il sapore dei formaggi è d'obbligo un passaggio) ha già impresso una pozzanghera dove si riflette un trattore, le roulotte sul fianco o la foggia di una pianta affacciata sulla valle. Tiriamo giù diverse cose, lo stesso Beniamino - 64 anni di amore per i suoi animali - prova ad indossare un piumino oggettivamente troppo piccolo per contenerne le spalle.
Scivoliamo all'interno della sua stalla, dove ci racconta gli effetti delle scosse più deflagranti e l'agitazione dei suoi capi di bestiame.
Ancora più su, a pochi metri dal Santuario di Macereto, verso l'Azienda Agricola Scolastici e da Marco, che avevamo lasciato un mese fa con l'idea di organizzare una grande degustazione dei suoi formaggi, aspettando la primavera. Non immaginando, invece, che qualcosa avrebbe bussato violentemente un mercoledì notte ed una domenica mattina.
Ci sono i funzionari della Regione Marche che perlustrano ogni centimetro della sua abitazione e del laboratorio di produzione. Perché l'agibilità di una struttura non può e non deve essere un semplice tratto di penna su un foglio. A dire il vero, oltre che per un abbraccio, Marco era nel nostro itinerario per un consistente ordinativo di prodotti caseari, raccolto tra chi - da Fermo - ha voluto condividere questo cammino, anche soltanto scegliendo un pecorino stagionato o una ricotta salata. Prima di ripartire, lasciamo anche lì qualcosa, entrando nella tenda allestita a pochi metri dalla casa. Gli occhi, una volta dentro, catturano tutto, partendo dalle brandine e arrivando ad un minuscolo spiraglio di luce. Qui si immagina la notte, la temperatura che scende, le ultime parole prima di spegnere la fatica.
Aschio è un nome a me sconosciuto. Ma questa piccola frazione di Visso, di lì a pochi minuti, acquisirà lo status di “Capitale” del nostro girovagare. Checco, i suoi 91 anni da allevatore e una rivoluzione da fare a colpi di bastone; le casette in legno, anch'esse del 1997, incastonate tra ruderi e strutture sfigurate dal sisma; la mucca Standy (nomignolo forgiato da Cristiana per quel suo giocherellare con stendino e mollette colorate); l'accoglienza di chi resiste nonostante la latitanza di qualche istituzione (eppure qualcosina da mettere in sicurezza ci sarebbe): con tutto questo davanti è impossibile non innamorarsi e non promettere che sì, torneremo. Presto.
Di Villa Sant'Antonio alcuni di noi conoscevano la situazione. Chi invece incrocia per la prima volta quei cumuli di ricordi rimane confuso, in bilico tra il silenzio ed un balbettio improvviso.
Poi Visso, invalicabile nelle sue ferite. Una sorta di frontiera di una terra che oggi non c'è ma che continua a pulsare. Lo capisci dalla voce di Patrizia, che ci ha raggiunto da quella Ussita che insieme a pochissimi altri continua a presidiare. I luoghi che ami, dice, non si abbandonano. Ognuno prenderà il proprio tempo, soprattutto chi ha bambini e l'esigenza di non interrompere un percorso di studi. Ma chi può - e sente ancora il sangue vibrare - è tra queste rocce che deve ricominciare. Parliamo di come potrebbe ripartire qualcosa, di piccoli progetti che avranno bisogno del supporto di molti. Parliamo anche dell'idiozia di miseri uomini, che oltrepassano i controlli millantando una seconda abitazione da verificare, avendo in testa un solo scopo: fotografare, magari filmare la distruzione. Non per un'esigenza professionale, ma per puro voyeurismo da catastrofe.
Di Appennino resta il vuoto. Restano una donna gentile, nel suono delle parole e nel venirci incontro, che ci dice come se ne siano andati tutti. E restano paia di calzini appesi alla fermata di un bus che non si fermerà.
Roma è parecchi chilometri più ad ovest e la luce del giorno inizia ad affievolirsi. Il saluto, anche in questo caso, si trasforma in un arrivederci, mentre altri oggetti passano dal camion all'auto di Luca. Davanti a noi c'è ancora Montecavallo e quel suo scenario quasi fiabesco. Un piccolo presepe, come lo definiscono alcuni abitanti, con i quali ci fermiamo a ripercorrere le paure per il tremore, le telefonate senza sapere se la propria madre fosse ancora viva e anche le storture di un sistema che dilapida centinaia di migliaia di euro ad ogni calamità naturale. Mi dicono di riflettere sui lavori fatti vent'anni prima, subito dopo il terremoto di Colfiorito. Lavori di allestimento di aree attrezzate, dove centinaia di persone hanno poi vissuto per anni. Loro, a Montecavallo, consapevoli della periodicità di questi fenomeni sismici, erano già pronti e non avevano occultato pozzetti e tracce. Quindi, in poche ore sono riusciti a riattivare quanto necessario. Altri no. Altri avevano già ricoperto tutto ed oggi devono ricominciare da zero. Anche qui la zona rossa riguarda quasi tutte le abitazioni che, anche se dall'esterno sembrano essere in buono stato, dentro mostrano gli effetti dei continui movimenti di questa terra.
Una terra che ci lasciamo alle spalle prima del buio, ognuno con il proprio carico di emozioni. Rimettiamo a posto i frammenti, pensando a chi in quel momento starà piegando un nuovo maglione ma anche a chi ancora aspetta, ignaro dei meccanismi e dei livelli di comando, il necessario per avvicinarsi all'inverno. Qualcosa che lo protegga o che accompagni i sogni e le esigenze dei propri cari. Qui, dove si resiste (e si aiuta) senza riflettori.