QUELLE ARITMIE, MERAVIGLIOSAMENTE UMANE
A chi mi ha chiesto perché (e cosa significhi) “socialblog”, la mia risposta non può che essere legata a doppio filo ai fatti di Gorino, in provincia di Ferrara.
Voglio raccontare storie. L'ho sempre fatto, in varie forme e con approcci differenti. E non ho alcuna intenzione di cambiare direzione.
Ecco perché di fronte ad una nuova tipologia di respingimento, di fronte all'odio riversato sull'asfalto per l'arrivo di dodici donne e otto bambini, di fronte alle sconcertanti esitazioni delle istituzioni, l'istinto mi porta a ripercorrere un anno di incontri.
Incontri con persone in fuga, inserite nei vari progetti SPRAR (acronimo del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati, che ricade sotto il Ministero dell'Interno), che si sono avvicinate grazie all’aiuto di Marco Milozzi e Jolanda Dezi, oltre che di Alessandro Fulimeni, Serena Alessiani, Gianluca Del Papa e tutti quelli dai cognomi, per me, perduti.
Incontri vissuti con due amici fotografi, Gianfranco Mancini e Umberto Bufalini, ed altri che, scatto dopo scatto, hanno voluto capire cosa ci eravamo messi in testa. Anzi, cosa queste persone ci stessero mettendo in testa e, forse con ancora più determinazione e dolcezza, continuano a farlo oggi.
Le loro voci, i loro silenzi, quell'osservare immobili la superficie del mare, il frastuono di pentole nelle case, i concerti vissuti da diverse prospettive, gli odori e gli inviti.
Semplicemente, vite che si sono toccate. Senza alcun preavviso.
Tutto questo lo stiamo raccontando - a più mani e con il preziosissimo contributo di Noris Cocci, un altro grande compagno di narrazioni - in un libro ed in una mostra fotografica che sbocceranno nella seconda metà del mese di novembre all’interno del Premio letterario nazionale “Paolo Volponi” e che saranno riconoscibili con la denominazione ARITMIE.
Oggi, per me, parlarne è una forma di ribellione all'indecenza. È anche una spinta a capovolgere il senso di questo presente. Un senso distorto da fobie immotivate e svuotato da ladri di significato.
Ed è solo riportando le parole al centro di questo viaggio, dove mai per una sola volta mi sono sentito solo, che posso ricambiare ogni gesto che mi è stato regalato.
Le immagini, anche loro, continuano ad avere una funzione essenziale. Non per l'impatto emotivo, ma quanto c'è in loro da liberare.
Ecco, mi piacerebbe che lungo questa strada qualcuno avvicini la propria mano. E avvicini i propri occhi ai nostri. Sarebbe meravigliosamente umano.