Angela Burón
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@gattinaviola2016
Angela Burón
Non porto mai rancore, mi piace gattonare leggera
dietro questa maschera
c'e’ un uomo e tu lo sai
con le gioie, le amarezze ed i problemi suoi
e mi trucco perché la vita mia
non mi riconosca e vada via
A volte mi sento quasi speleologo.
Mi dilungo in profonde riflessioni per cercare di comprendere e apprezzare il mio animo, le mie idee e pensieri e proprio come uno speleologo mi sembra di scendere sempre più nelle viscere, in grotte sempre più oscure e tenebrose per portare una strana tenue luce che forse non le aveva mai sfiorate.
E capita spesso di soffermarmi in riflessioni sulle maschere che tutti portiamo (come in alcune delle ultime domande anonime).
Nietzsche, ricordo, scrisse “tutto ciò che è profondo ama la maschera. Dammi ti prego una maschera ancora! Una seconda maschera.”
Indubbiamente il portare una maschera è una sensazione affascinante, forse anche utile o necessaria a volte, la maschera nasconde, cela tutto ciò che di oscuro o fantastico (dipende spesso dai punti di vista) c’è in noi, profondità che spesso temiamo nessuno potrebbe comprendere pienamente (a volte nemmeno io stesso le capisco completamente).
In realtà è intenso il desiderio di trovare una persona che non solo sappia abilmente sfilare dal nostro viso una maschera dietro l'altra e portare alla luce, nuda e indifesa la nostra anima tenebrosa, ma che possa soprattutto amare ed apprezzare davvero ciò che è fuoriuscito.
Un blog, una chat e internet stessa sono in fondo la più grande, complessa e attraente delle maschere, ma nello stesso tempo possono anche rivelarsi quella non-maschera definitiva, che in realtà è il vero nostro essere, perché come Wilde, anch'io penso che fornendo ad un uomo una maschera, costui probabilmente ti dirà la verità.
Quest'ultima delle infinite maschere consente allora di liberare davvero quello che è profondamente celato in noi mostrandolo al mondo e alla luce indagatrice dei pensieri altrui ?
Siamo forse tutti attori?
Chi sono io in verità? Uno, nessuno, centomila.
Ed ecco le mie verità, con la v minuscola, ovviamente.
Spesso nel liberare i pensieri mi contraddico persino, ma in fondo sono grande e contengo moltitudini. Moltitudini che premono per uscire e dire la loro opinione.
Il mondo intero in fondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne, tutti, non sono che attori (trovo veramente impossibile passeggiare tra i dilemmi della mia anima e non citare Shakespeare), ma il piacere è poter recitare ogni tanto il nostro vero e profondo io; perché quando si incontra una persona speciale si desidera fortemente spalancare insieme gli oscuri cassetti segreti dell'anima ed essere per una volta davvero nient'altro che se stessi.
Non per cercare la perfezione nel riflesso dello specchio rappresentato dalla società e dalla gente che ci osserva quotidianamente, ma andare oltre, come Alice e magari rompere addirittura lo specchio e giungere nel mondo aldilà, dove nessun desiderio, nessuna passione nessun pensiero debba essere mai nascosto. Per vivere davvero, anche se per pochi attimi, tutta la propria personalità.
Questa è una di quelle rare volte in cui sento quasi inadeguata la parola scritta, in questo momento mi piacerebbe veramente essere di fronte alla persona che sta leggendo, magari persino ognuna di esse, guardare i suoi occhi e parlare di tutto questo (e magari molto altro) per potermi davvero esprimere pienamente.
Sfuggire da questa piccola, adorabile prigione che è lo schermo, dalla gabbia dei tasti per volare libero guardando negli occhi ogni interlocutore.
Perché in fondo si deve sempre assolutamente prendere la vita cum grano salis…
Più possibilmente una fetta di limone e una abbondante tequila.
“Non so che viso avesse, neppure come si chiamava; con che voce parlasse, con quale voce poi cantava; quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, ma nella fantasia ho l'immagine sua…”
Rido.
Quelle note di Guccini, sparate nelle mie cuffiette da viaggio, sembrano scritte per lei.
Osservo distrattamente quelle gambe eleganti, oscillare nel vuoto al ritmo di una danza immaginaria, imposta dal nostro vagone sferragliante.
Mi sembra di udire il frenetico tamburellare di quelle unghie curate, impegnate in una di quelle conversazioni tra amanti, che strappano risolini e sussurri divertiti.
Lui la sta sicuramente attendendo alla fine del binario, con la promessa velata di un dopo cena piccante.
Me lo dice quella mano nervosa che di tanto in tanto corre verso la sottile caviglia, quasi a spalmare una crema immaginaria dal profumo di mughetto.
La penso a prepararsi di fronte allo specchio, ancora senza gonna, intenta a rimirare quel rossetto ben dato.
Tutto è curato alla perfezione per lui, che la scompiglierà e la sporcherà con la sua verga.
L'immagine troppo forte mi strappa una smorfia eccitata, me ne accorgo cercando di camuffarla, nasconderla ad un pubblico fortunatamente assente.
Nel deserto del vagone lascio che la mia fantasia prenda il sopravvento; la vedo con la schiena sul morbido altare del piacere, dove lui la condurrà, mentre con i tacchi volti al soffitto si lascia sfilare le mutandine.
Lei, impeccabile professionista, niente può difronte al desiderio urlante di lui.
Vedo i suoi preziosi anelli perdersi tra la riccia chioma del suo amante, mentre finge disperatamente di proteggere il suo prezioso scrigno da quella lingua furente.
Immagino quelle ginocchia ossute avvinghiate ai lombi possenti di lui, che la scuotono ritmicamente sgualcendone le vesti.
Ne vedo i seni, orlati da una camicia bianca oscenamente aperta, spogli e maltrattati da quella mano virile ed insinuante.
Mentre lei si prostra carponi e si lascia strattonare i capelli da lui, vedo sfilare la mia stazione.
Come sospinto da una gigante molla, mi trovo di colpo in piedi nel corridoio.
Con la mia immagine spettinata riflessa nel finestrino, realizzo che a fare sesso ero io e non lei; me lo dicono le mie labbra secche e morsicate, il mio respiro affannato.
Volto la spalle a quella dea, perché la vera immagine di lei non offuschi la mia ben più audace fantasia.
“Sarà lei a guidare la mia mano solitaria stasera!” penso caracollando felice sulla banchina poco affollata della stazione.
È alle scale che una voce parla con me;
“Hey tu, hai dimenticato lo zaino…”
Sono al quarto gradino quando realizzo e volto lo sguardo verso quel suono.
Tra le tante gambe passeggianti riconosco quelle perfette della mia musa in bianco e nero, che si affrettano per raggiungermi.
“questo è tuo!” aggiunge.
Vacillo, mentre quella dita sfiorano la mie; per un attimo la fantasia mi è nemica, vedo quella mano impugnare il sesso del fantomatico amante, in un movimento inequivocabile.
L'immagine, inadatta a quel gesto gentile, mi disturba assai e mi fa balbettare un grazie sterile.
Mi pento dei miei pensieri peccaminosi, della mia maldestra ed assetata fantasia.
“avrei dovuto dirle: Senti, senti io ti vorrei parlare…” ed invece le mie vocali sono mute, parlan solo gli auricolari.
Capisco così che l'attimo è davvero fuggito e con lui quella preziosa occasione; solo la mano mi resta come magra consolazione.
(glfra - In treno)
Era la sua eroina, la immaginava così ogni sera nella sua fantasia ormai troppo spregiudicata.
Non aveva il coraggio di parlarne con nessuno, temeva le risate di scherno, quelle destinate a chi insegue un'utopia; ma la voglia di cercarla, quella si era tanta.
Doveva pur esserci in qualche punto dell'emisfero, quella figura seducente, la compagna dei tanti rossori notturni.
Una mattina prese il coraggio a quattro mani; la tavola grafica fece il miracolo e… “puff” il suo sogno divenne fumetto, prendendo concretezza e mistero.
Usò i social per cercarla, in un mondo virtuale in cui tutti sanno tutto, sperava che qualcuno ne conoscesse il nome. Niente…
Tappezzò i portici, mentre andava al lavoro, ma solo scherzi squillarono al suo apparecchio.
Dopo i bar e l'università capitolò, a Bologna non c'era!
Prese il treno di Natale, quello che riporta i pendolari verso il panettone e la famiglia.
A Forlì scese pensando al suo vecchio cane ed alle feste che a breve…
Fu solo il tempo di un pensiero che qualcosa urtò deciso la sua spalla.
Lieve ed esile come una libellula, quella donna era sbucata dal nulla, correndo verso un treno perso.
Non poteva credere al fato… ella era li, in carne ed ossa, più seducente del fumetto, normale come un sogno che lavora.
“Maledizione era l'ultimo, addio vigilia…” sussurrò sconsolata, “… e tu scusa!”.
Lui mise una mano in tasca d'istinto per sentire se c'era ancora; il fumetto era sempre li, sgualcito dalle delusioni ma vivo.
Lo strinse per farsi coraggio, più forte, pregando la sua lingua perchè urlasse il suo stupore finché …
“Marco! … Marco è il mio nome e il tuo?” Tutto d'un fiato quasi a liberarsene.
“Eleonora” le rispose quasi interrogativa.
Il tumulto che sentiva, nel silenzio che ne seguì, era dettato dalle capriole del suo cuore.
“Esisti! Ne ero certo” balbettò, “Esisti!” le esultò in faccia.
Lei arricciò la fronte, senza poter trattenere un sorriso stupito.
“Si…ed ho anche la testa più dura della tua spalla”
Furono gli occhi ad incrociarsi adesso, a spingere la lingua persa di Marco.
“Dove andavi?”
“Da delle amiche a Pesaro, al cenone delle sfigate… ma ormai niente vigilia”
“Io a casa dal mio cane, i miei mi aspettano solo domani… se ti vanno due auguri davanti a un caminetto?”
Non poteva averlo detto davvero, perfino le sue orecchie erano incredule.
“Beh, se l'alternativa é brindare da sola in questa stazione… sei quasi la manna dal cielo!”
Paolo per qualche secondo cercò di chiudere la sua mandibola esterrefatta, poi con una risata constatò che, se quello non era un si, gli assomigliava molto.
Fu così che mezz'ora dopo la sua eroina stava accendendo il fuoco in quella casetta troppo fredda, mentre lui arrangiava qualcosa di commestibile, seccando il ceppo natalizio appena ricevuto in dono dal suo capo.
Fu la lingua sincera del suo Black, sui lineamenti da sogno di lei, a strappare loro il primo sorriso complice; i modi semplici di entrambi a rompere il ghiaccio.
Poi furono il vino del capo e lo spumante, che lei estrasse dalla borsa, a fare il resto.
Il tempo, in cui lui raccontò la sua Forlì e lei la sua Pesaro, volò ben oltre la mezzanotte e il viaggio in auto verso le marche, riscaldato dalle risa e dai buffi aneddoti della vita bolognese di lui.
Alla meta, Marco spense il motore lontano dall'ultimo lampione e sperò in più di un semplice grazie.
Eleonora scrisse il suo numero sul dorso della mano di lui e poi, come da copione, poggiò le labbra su quelle di Marco.
“Buon Natale” aggiunse sottovoce.
Marco cercò in tasca un modo per non svenire, stringendo ancora con tutta la sua forza quel talismano cartaceo.
“Posso chiamarti anche domani?” La chiese incredulo;
“Si … a patto che tu mi dica cosa intendevi per "allora esisti”…“
Marco trasalì; spalle al muro estrasse titubante lo spiegazzato fumetto dalla tasca e si liberò di un peso.
"Da tre mesi, ogni notte la sogno e ogni giorno la cerco”
Eleonora aprì il foglio e si riconobbe in ciò che vide, bella e sensuale, la dea che avrebbe sempre voluto essere.
Alzò dal foglio uno sguardo esterrefatto e…
… e vissero felici e contenti!
“E dai papà … raccontami il finale!”
“Domani che adesso è tardi”
“Uffa…Non posso dormire senza sapere se il principe riesce a farsi sposare dalla principessa!”
“Ma Marco non è un principe”
“E che importa…è il "mio” principe!“
"Davvero?…adesso dormi!”
“Papà?…lo sai che anche mamma a casa di nonna, in un libro, conserva un fumetto spiegazzato, con una donna bellissima come nella tua storia?…
(glfra - le bambine sono avanti!)
Real life.
© Emanuela Cau autoportrait Torino 2018
Picture: Simonetta Pavanello
Notte….
Art
Eric kroll
“Poi c'era lei, la follia, il peccato quello che non avrei mai pensato di poter commettere, mi portava nei meandri delle tenebre con lussuria perdizione” WEB
Complicità, perdere il confine tra le fantasie che hai sempre sognato e quelle che non avresti mai pensato di avere. WEB
Nobuyoshi Araki
Cosa aspetti?......sali!....cretino
La gatta
….E comunque il tacco
è sesso…..
❣️