A cold never bothered her anyway. Bring home Frozen Fever today along with 11 other of your favorite shorts: http://di.sn/6180hNly
Aqua Utopia|海の底で記憶を紡ぐ

Kiana Khansmith

⁂
ojovivo

Discoholic 🪩
Cosimo Galluzzi
Keni

JVL
"I'm Dorothy Gale from Kansas"

tannertan36
almost home
let's talk about Bridgerton tea, my ask is open
One Nice Bug Per Day
Game of Thrones Daily

No title available
Three Goblin Art

roma★
we're not kids anymore.

if i look back, i am lost
Jules of Nature
seen from France
seen from Tunisia

seen from Germany

seen from Malaysia
seen from United Kingdom

seen from Malaysia

seen from Maldives

seen from Australia
seen from Spain
seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from Syria
seen from Malaysia
seen from United States
seen from United States

seen from United States

seen from United States
seen from Ukraine
seen from Uzbekistan
@gloriasoelefleury
A cold never bothered her anyway. Bring home Frozen Fever today along with 11 other of your favorite shorts: http://di.sn/6180hNly
E penso a te.
Sono al buio, immersa in vicoli che mi appartengono, che mi conoscono, che mi cercano, mi sfiorano, mi leggono come se fossi graffito pieno di parole, di virgole, di punti esclamativi, interrogativi. Il sorriso sul viso. Trentadue denti che racchiudono torrenti, moscerini, tramonti ed albe, la tua voce tremante, imbarazzata, la mia fintamente sicura, tanto non puoi sapere l'intreccio del mie mani, delle dita dei miei piedi, lo squarciamento di quel velo di Maya che, con un taglio di Fontana, hai effettuato nella mia anima mediterranea. E cammino, cammino senza meta né perché, tanto la città è mia, tanto mi protegge, mi rassicura, mi ama, mi dona nuovi sentieri da percorrere. Cosa ne sai. Ma cosa ne vuoi sapere tu. So. So quel poco che mi serve per arrossire d'imbarazzo o di eccitazione, so abbastanza per distrarmi dalle mie pulizie, dai miei vermi, dalle mie corrosioni, so così tanto da avere l'istinto di correre senza mai fermarmi, non di rabbia, non d'ansia, sono un'anfora e la tua voce mi ha così tanto riempito da avere bisogno di "sbroccare", di gettare via l'acqua da me, altrimenti perdo il senno, la sanità mentale, anche se a te non importa, tu non l'hai. E continuo, continuo, continuo. Mi ritrovo di fronte ad una cattedrale, intorno a me il vuoto. La tua voce risuona nel nulla. Sono al buio, e penso a te.
Benvenuta :)
Grazie mille! :D
Smettila di farmi innamorare di te.
Smettila di farmi innamorare di te.
Ogni istante, ogni risposta, ogni sguardo,
smettila di far perdere il senso dei miei no,
dei miei basta, dei miei cambiamenti d’umore.
Smettila di sfiorarmi con le dita anche da lontano,
farmi dimenticare di essere mia, solamente mia,
e prendere anima e mente.
Smettila di farmi dimenticare la tua beltà
E valorizzare le tue capacità, la tua intelligenza,
entrare con violenza dove il sangue è ancora caldo,
e ferirmi per cicatrizzarmi.
White Noise
Perché hai quest'andatura? Perché oscilli le braccia in questo modo? Perché non mi mostri le tue carte, non strucchi le tue maschere?
Perché, perché, perché?
Dammi tregua, fanciulla. Non puoi pretendere di strappare tutto in un sol attimo. Ho mura e castelli, cavalieri pronti a gettare olio a chi tenta di invadere le mie difese. Sto fantasticando. Ho solo parenti di carton gesso. Basta un pugno per farci un bozzo. E mi tremano le gambe, le mani, di continuo, le intreccio per non farlo notare. Nascondo i miei sguardi vuoti dietro la visiera di un borsalino troppo grande. Sai, l'ho preso in un reparto maschile, ancora mi chiedo perché si trovasse solo lì. Nascondo i miei respiri dietro getti di fumo che invadono i miei polmoni, e niente mi fa sentire più completa di quel veleno nei miei polmoni. Quali sono i miei problemi? Perché me lo chiedi? Non sono abbastanza evidenti? Da bambina sognavo di vomitare onde e ricoprire tutto quel che mi circondava. Il disgusto per ogni gesto, per ogni suono, per ogni parola, uno schifo che non ha ancora trovato una motivazione né una pace, continua imperterrito a crescere dentro un corpo troppo femminile per poterlo trattenere. Le mia dita sulla tastiera sembrano suonino un pianoforte, musica ricordante il disordinato rumore degli artisti di un futurismo ben troppo lontano da questo periodo storico che dovrebbe appartenermi.
Ero serena, fino a poco fa. Adesso sento l'acidità del caffè ribollirmi nello stomaco. Le miei bipolarità devastanti.
Roma capitale, sei ripugnante.
Cammino speditamente, non ho nulla da perdere. Sguardi mi sfiorano, mi cercano, si intrecciano, ma io cerco te. Come la brezza marina nell'afa di questa città, piena di smog e confusione. L'oceano. Io cerco te. E ti sto correndo contro, incontro.
Il tuo trucco sulle guance, quel verde di trifogli sparsi sul tuo viso preciso e delicato, disegnato, ballavi senza freni su note di un violino elettrico, di una cornamusa, di una musica celtica. I filamenti dei tuoi capelli disegnavano figure geometriche ed astratte, ricadevano dolci per poi volare ancora, e ancora, e ancora, il ritmo dei tuoi salti e della tua risata, i tuoi sguardi felici. Un san Patrizio che più volte ho richiuso dentro gli abissi del mio cuore, che risaliva in superficie, come le bolle d'ossigeno nell'acqua, mentre annaspi lottando contro quel vortice che ti costringe a restare sotto. É la prima immagine che ho di te, quella che più mi ha colpito. Il bisbiglio della tua voce, il sussurro leggere, il suono delle tue urla, il tuo corpo sotto il mio, le parole e le promesse, niente mi avevano scavato dentro come quel ballo in cui eri completamente nuda, viva, vera, molto più rispetto ai nostri momenti. Come se non ti fossi mai abbastanza sciolta come in quel maledetta danza, che mi ha preso l'anima, rubato l'identità, la sanità mentale, e di cui non ho mai trovato riscontro nella vera te.
Amore mio. Si, ti ho idealizzato. Eri l'energia pura di cui necessitavo e di cui non ero neanche consapevole. Eri il flusso di polvere soffocante, entrante nei miei polmoni, lasciandomi a soffocare in un angolo. Quella sera non mi hai neanche vista. Hai incrociato il mio sguardo ed era come se vedessi il muro, il vuoto, il nulla.
Ed io ti ho amata. Masochista.
Dal nulla, ci siamo ritrovate. Dal nulla, ci siamo baciate. Dal nulla, abbiamo scopato. E non eri più quella danzatrice irlandese.
Sono un'anima stupida, dubbiosa, sciocca. Questo lo sai. Ne sei sempre stata consapevole. Ed io volevo quello sguardo, quella danza, e non guardavo chi eri, cosa eri, cosa amavi, quanto mi amavi, quanto mi offrivi. I tuoi immensi stimoli da me messi da parte solo per paura, per terrore di incontrare quella realtà che mi spaventava, che mi distruggeva. Mi pregavi, supplicavi, ti offrivi ed io prendevo tutto quel che potevo prendere, ti prosciugavo, lasciandoti vuota, senza nulla in cambio, una bambina viziata che urlava i suoi capricci.
Adesso guardami: ti offro la mia tavola imbandita. Ti offro tutto quel che prima non hai visto, e non solo per mancata volontà; io non avevo nulla da concedere. Ero vuota, bisognosa, prendevo e pretendevo, idealizzavo e morivo dietro a sogni di onnipotenza e vanagloria, ero vittima della mia incapacità. Della mia inettitudine. Come un Brentani che sogna la proprio Angiolina e non vede la puttana che è, io sognavo la mia danzatrice celtica e non vedevo quel che eri realmente, le sfumature più colorate del trucco colante sul viso.
Cos'è cambiato, mi chiederai. Cos'è che ti rende così certa di poter prendere la realtà in pieno petto e affrontarla senza paura. Ti ricordi quando hai urlato, fuori da un pub hipster del Pigneto, cosa volessi fare, cosa desiderassi veramente, perché non ero in grado di fare un diamine di progetto? Lo so. Lo so. Lo so. Adesso lo so. Voglio sbatterti ad un muro e prendermi tutti i baci, voglio ascoltare i tuoi turbamenti e i tuoi desideri, le tue noie quotidiane, i tuoi cliché detti per noia, i tuoi discorsi profondi. Voglio sentire il tuo sguardo su di me, voglio fare filosofia su qualsiasi minimo dettaglio ridendone con te, voglio il tuo sarcasmo e la tua ironia, la tua dolcezza e la tua tristezza.
E voglio tutto questo perché sono piena, sono certa, sono sicura, so di quel che ho bisogno, quel che cerco. Ho urlato la mia rabbia inespressa su un fiume senza confini, pianto tutte le mie lacrime e i miei dolori e miei insensati attacchi d'ansia, d'asma, sono affogata in un mare di perché e di odio, e ne sono rinata. E vaffanculo ai miei sogni di preludi e violenza.
Io cerco te.
Lettrice, ora sei letta
Italo Calvino, sei una notte d’inverno un viaggiatore.
"Lettrice, ora sei letta. Il tuo corpo viene sottoposto a una lettura sistematica, attraverso canali d'informazione tattile,visivi, dell'olfatto, e non senza interventi delle papille gustative. Anche l'udito ha la sua parte, attento ai tuoi ansiti ai tuoi trilli. Non solo il corpo in te è oggetto di lettura: il corpo conta in quanto parte d'un insieme d'elementi complicati, non tutti visibili e non tutti presenti, ma che si manifestano in avvenimenti visibili e immediati: l'annuvolarsi dei tuoi occhi, il tuo ridere, le parole che dici, il modo di raccogliere e spargere i capelli, il tuo prendere l'iniziativa e il tuo ritrarti, e tutti i segni che stanno sul confine fra te e gli usi e i costumi e la memoria, la prestoira e la moda, tutti i codici, tutti i poveri alfabeti attraverso i quali un essere umano crede in certi momenti di stare leggendo un altro essere umano"
Amelia
In questo preciso istante, sono nel letto di una camera piena di poster di AC/DC, Nirvana, una Courtney Love un po' sfatta, ed io nuda, a pancia in giù. Poco fa ero in dormiveglia, ripensando a tutti i miei esami che da domani avranno luogo, e dal nulla, senza un motivo apparente, ho sentito la tua lingua accarezzarmi la schiena, farmi sussultare come in quel letto, il tuo odore che si mescolava con il mio. Dove sei, ora? Cosa stai facendo? Non ti pensavo veramente da tanto. Non in questo modo. Ti avevo nascosto nel cassetto dell'amanti dimenticate, e dopodiché non ti avevo cercato più, stanca, sfinita di vedere i tuoi occhi grigi, i tuoi capelli rossi e mossi, accarezzanti il viso, in quelli crespi e scuri della mia compagna di stanza. E la tua ragazza, la tua ragazza come sta? Ti sorride e ti ascolta come facevo io, pazientemente, o ti fa passare le pene dell'inferno, facendoti sentire piccola, inutile e insignificante? Ti fa ansimare, le fai vedere i paradisi più corporali, sporchi, lussuriosi, o senti il peso dell'estraneità del suo corpo? E tuo padre, tuo padre, come sta? Quel bambino con più anni alle spalle di miei e i tuoi messi insieme, è ancora nel pieno della sua battaglia contro te, contro tua madre, contro la tua libertà di esprimerti come meglio credi, contro il mondo che sembra avergli affidato tutte le sconfitte che non avrebbe mai voluto, o è riuscito ad arrendersi alla serenità di accettare le sfumature della vita? Mi giro sul fianco destro, le mani tra la guancia bagnata e il cuscino, come un feto nel grembo materno, cerco di proteggermi dalla violenza di questi ricordi, dai tuoi sorrisi, dal nostro parlare fitto su un pavimento sporco, quello della tua camera, della mia, di una festa, dai discorsi accompagnati da alcool, da sogni, da musica, dal mio sassofono, dalla tua voce dolce che accompagna le mie note. Ti ricordi? Ti osservano rapita quando accettavi di cantare per me. Avvicinavi le tue labbra carnose al mio lobo, e dopo averlo baciato, sussurravi piano sporchi e dolci complimenti sul mio seno, sulle mie spalle, sulle mie gambe. Di fronte agli altri, ovviamente. Da sole li urlavi al mio penetrarti. "Hai la voce più bella che abbia mai sentito. Le tue pause, il tuo accelerare, niente mi incanta di più di ascoltarti parlare.". Eravamo in un piazza piena di gente, sole a guardarci negli occhi, a leggere brani di quel diario che mi son regalata ad Amsterdam. E ci divertivamo a ballare nude i Negrita, rotolando verso i nostri sud, ascoltando il rumore della nostra felicità, e niente mi regalava orgasmi più forti del piacere disegnato in quel grigio strada dei tuoi occhi. Quante volte ti ho chiamato Ariel, piccola sirenetta che non riesce ad amarsi per quello che si è. Avevi la sua stessa innocenza, fanciullezza, i suoi stessi capelli, come coperta sul mio torace nudo quando ti lasciavo spazio, quando mi obbligavi a farlo, e i tuoi baci che mi lasciavo piccole macchie e brividi. I miei ansimi e i tuoi sguardi persi, rapiti dalle mie espressioni incontenibili. Ma tu non sei Ariel, non hai sedici anni, ne hai molti di più. Ed io non sono Erik, io sono una donna dalla pelle candida, gli occhi azzurri e i capelli biondi, niente di più diverso. La coda di pesce non è il tuo problema, e le mie gambe non sono il tuo desiderio più impellente. Adesso, non ricordo i motivi per cui ci siamo allontanate. Cosa ti ha fatto dimenticare la voglia di prendermi e sbattermi a quell'armadio, cosa mi ha fatto dimenticare il desiderio di ascoltare ogni tuo piccolo ed inutile discorso? Cosa ci ha cambiate, Amelia? Cosa mi nega quel brivido adesso che riguardo quelli occhi grigi? E la poesia, e la musica, tra noi, che fine ha fatto? Perché è scomparsa? Ci siamo maciullate, abbiamo infranto i sogni di due ragazze ormai non tali, ci siamo urlate gli epiteti più crudeli, colpito le nostre piaghe più dolorose, affermato la nostra supremazia, e lo abbiamo fatto senza un motivo reale, senza un perché. Ma stavamo davvero bene, insieme? Che bisogno avevamo? Ventitreenni con fisime adolescenziali, e dopo due anni da quando ti conosco, posso affermare con sicurezza: siamo due psicopatiche. Domani ho gli esami. La tua lingua non mi sfiora più.