Il libro non finito di Casa De Martiis
Il prototipo è di sicuro la Roma degli anni Venti: con la società degli “amici al caffè” dipinti da Amerigo Bartoli mentre siedono uno accanto all’altro nella terza saletta di Aragno e sono poeti, letterati, pittori in concione antiaccademica e post-futurista che montano la guardia di un sentimento estetico distaccato dai tempi vigenti e pure emblema puntuale di un’epoca difficile con i suoi propositi di gusto e la sua distinta vocazione artistica.
Plinio De Martiis, con sua moglie Ninnì Pirandello, erano invece giovani ribelli nella Roma amara dei primi anni Quaranta, appena liberata dall’esercito americano e ancora grondante il sangue versato nella guerra clandestina sui selciati della “città aperta”.
E furono tanto eredi quanto contestatori di quell’ ambiente intellettuale di liberal-conservatori che li aveva preceduti e che dopo le passioni d’avanguardia si era tenuto manzonianamente ben lontano dai tumulti e dalle più ferventi lotte civili (vedi i “patròn” del quadro di Bartoli: Cardarelli, Soffici, Baldini, Barilli, Cecchi, Longhi con tutto il mondo di “Valori Plastici”) mentre emergevano invece le avanguardie di una giovane temperie artistica tutta drammaticamente coinvolta sul piano morale ed esistenziale ( tra questi Pirandelllo, Mafai, Leoncillo, Ziveri, Scialoja, Guttuso, Turcato, Consagra, Scarpitta, Dorazio, Perilli e tutti gli altri).
Continuità di una esperienza e pure soprattutto volontà di rottura col passato per il bisogno di una espressione liricamente misurata con il sentimento del tempo e l’alta tensione della vitalità contemporanea: essere assolutamente moderni senza perdere, e per non perdere, la più intima aura dell’arte.
Ed ecco allora la storia non dimezzata di Plinio De Martiis , da leggere in filigrana sui passaggi del lungo dopoguerra ideologico nell’Italia del secondo ‘900. Dopo l’ansioso “bisogno di realtà”, con l’America democratica di Hemingway e Dos Passos, la Francia di René Clair, Matisse e Picasso, la Spagna di Garcia Lorca e dei fotogrammi di Robert Capa, si consumava la luce di una cultura agganciata a ideali libertari e fantasmi rivoluzionari di giustizia.
Anche in Italia, come nel resto d’Europa, tutto ciò si impastò più del dovuto “a sinistra” col miraggio del comunismo russo, fin tanto che questo durò, non senza cocenti disillusioni e la ripresa di un cammino in salita per una generazione rimasta orfana dei miti collettivi d’avanguardia nell’enfasi di una “solitudine dell’arte” misurata sul contrasto tra esistenza individuale e nuovi riti e miti della civiltà di massa.
Di questa tumultuosa esperienza umana e culturale, vissuta a pieno ritmo, Plinio è stato tanto un osservatore attento quanto un esplicito “comédien et martyr”. Uomo di teatro, militante politico, fotografo, gallerista, sensibilissimo cacciatore di talenti, editore dilettante per troppa passione: tipi come lui non si incontrano ad ogni angolo di strada.
La sua esistenza in presa diretta con la comunità artistica di Roma ne ha fatto naturalmente un protagonista di eventi culturali d’eccezione. Primo fra tutti, il singolare e preveggente incontro di sensibilità estetiche che mise in sintonia valori acuti dell’arte di New York ( prima Johns, Kline e Rauschenberg, poi Twombly) con i fermenti espressivi più originali maturati a Roma (Burri, Rotella, Scialoja, Novelli, Consagra, Scarpitta, per fare solo qualche nome prima della effervescente fioritura degli anni Sessanta: con Kounellis, Schifano, Ceroli, Festa, e tutti gli altri).
Sempre presente, in posizione laterale e guardinga come per essere più acuto e istantaneo nelle intuizioni e nelle scelte, Plinio ha composto più vite in una (forse sette, come i gatti che tanto prediligeva) in un sintetico diorama di sequenze scenografiche che rispecchia esperienze individuali tanto distanti tra loro e pure attraversate da una analoga maniera di vedere e di stare al mondo, vale a dire di uno stile. Ci ritrovi l’ ironia, l’ eleganza, la discrezione come contrappunto di una teatralità spettacolare che non tralascia mai di raccontare visivamente il dramma della pianta umana secondo una indagine topografica appuntata senza psicologismi sulla cronaca e i documenti della esperienza vissuta.
Del “clima felice degli anni Sessanta” per esempio, ma non solo, Plinio De Martiis è stato l’amalgama, il testimone e l’antefatto. E solo a lui poteva spettare il compito di aggiornare alla misura della Roma anni Cinquanta e Sessanta la poetica immagine degli “amici al caffè” (la sua “università” l’aveva fatta sui tavolini di Canova e Rosati) con l’originale effervescenza di pensieri e di opere che hanno fatto il vanto dell’arte italiana nel mezzo secolo appena trascorso.
Per intima vocazione, Plinio compose e concepì il ritratto del mondo artistico circostante in unità parallela al ritmo ondeggiante della sua vita: come l’ occhio di un osservatore che raffigura mentre partecipa a ciò che intende rappresentare.
Vita di gallerista o vita di artista fanno tutt’uno col suo personaggio di regista e primattore, ché tale si volle come gli fu possibile sfuggendo alle classificazioni professionali. Di queste navigate professioni aveva quasi pudore o timore: e ragionava, guardando al futuro, con l’occhio fisso alle testimonianze di una esperienza perduta in gioventù col fracasso avventuroso di Casa Bragaglia (che tale fu sempre il suo modello: tanto che a modo suo realizzò una “Casa De Martiis”) secondo le regole di una bohème animata tra la gente assieme ai compagni di strada che di volta in volta erano amici, artisti, poeti, e attori.
Romano di adozione, Plinio De Martiis diceva di somigliare al carattere della città, un po’ sprecona, distratta e incapace di capitalizzare. Aveva ragione. Mezzo secolo di esibizioni, di trovate, di scoperte hanno attraversato una esistenza in fuga (“non mi voglio autorappresentare”, diceva) proprio mentre gli cresceva attorno l’albero frondoso della sua attività. Via del Babuino, Via Ripetta, Piazza del Popolo, Via Principessa Clotilde, Piazza Mignanelli, Via Pompeo Magno, Passeggiata di Ripetta, Via di Sant’Anna, sono alcune delle stazioni dove è passata traccia de “La Tartaruga” (il nome della galleria lo pescò nel 1954 a sorte e il caso volle fosse prescelto proprio quello escogitato da Maccari) e dove si è esibita o è maturata tanta parte dell’arte che abbiamo ammirato nello scorcio del secolo appena passato.
Propositivo e però sfuggente, De Martiis aveva tanto in uggia i movimenti e le tendenze per quante gliene toccò di tenere a battesimo iniziale (solo qualche data per non dimenticare: 1959, ”Giovane pittura di Roma”, con Rotella, Bignardi, Perilli, Novelli, Accardi, ed altri; 1960, Jannis Kounellis; 1961, Mario Schifano; 1962, ”La materia a Roma”, con Festa, Angeli, Scarpitta, Burri, tra gli altri; 1964, Mario Ceroli, e “Otto giovani pittori romani”, con Fioroni, Bignardi, Angeli, Festa, Kounellis, Mambor, Tacchi, Lombardo; 1965, Pino Pascali; 1968, ”Teatro delle mostre”; 1979, ”Mostra di sei pittori”, con Piruca, Abate, Di Stasio, Marrone, Panarello e Pizzi Cannella; poi, negli anni Ottanta,vennero Gandolfi, Bulzatti, Frongia e Ligas) non senza ricusarne la messa in piega come moneta del gusto o della ideologia corrente.
In ciò consisteva il suo temperamento laico, di incorreggibile bastian contrario, sempre più o meno in fuga dai rituali delle case madri o dalle convenzioni di parte e di partito: le sue erano in genere “fughe in prigione”, come quelle di Malaparte, ma per quel carattere andava comunque bene così.
Gallerista per amore (“faccio le cose solo per passione, se no non le faccio”) Plinio aveva una nozione toccante e sintetica del fatto artistico ed un particolare gusto dell’immagine come intersezione dell’istante effimero con la forma pura. Sempre pieno di dubbi concepiva la sua attività come implicazione globale: vita, arte e una buona dose di follìa chiamate a darsi la mano fino al 1968, quando con lo spettacolo provocatorio del “teatro delle mostre” c’è il distacco annunciato dalle poetiche del comportamento e dell’ambiente e si accentua il fastidio per il linguaggio più che prevedibile dell’arte povera o concettuale.
Ancora una volta sul finire degli anni Settanta, De Martiis avrebbe ripreso a coltivare una idea della pittura come “piccolo vizio solitario” al di là di ogni tentativo neo-movimentista come poi invece accadde quando si diffuse il gusto postmoderno dello anacronismo o della più chiassosa e vincente transavanguardia. E pure in questo caso entrò in gioco la passione al di là del mestiere e del puro affare: scoperte e massacri, lavoro e vita con gli artisti andavano assieme come il piacere disinteressato di pubblicare una rivista inattuale (dai caratteri longanesiani con singolare impasto di passato e presente nella collezione di testi e immagini) a titolo di autobiografia non scritta, ma incisa nel dramma della esistenza.
Così per Plinio anche la fotografia era un appunto e un documento, ma soprattutto un momento decisivo della sua espressione, un segnale di quel complesso modo di “stare al mondo” accanto e dentro le cose d’arte in un bagno di esperienza totale. L’intenzione dell’uomo puntava all’archivio e all’autoritratto in veste di flâneur e tesseva una tela densa di tracce, appunti, piccole grafìe, cartelli, disegni e volti fotografati con la timida impressione di una incantata pagina di diario.
Entriamo così nell’intimo di una raccolta che narra una storia e compone il profilo di una personalità impegnata a definire il senso della vita dentro il mosaico della esperienza estetica. Piccoli disegni con dedica di Afro; una litografia di Daumier, qualche breve caricatura di Maccari, Mezio e Bartoli; una misteriosa incisione del sempre amato Giorgio De Chirico; un giovane ritratto da Comisso al modo di De Pisis; i mercatini e i paesaggi romani di Ziveri, un dimesso e imbandito tavolo da cucina inciso da Mafai; figurette femminili cesellate da Orfeo Tamburi ed evocate da fausto Pirandello; monocromìe estenuate di Schifano; crittografie di Twombly; segnali con aquile e frecce di Franco Angeli; nervosi tratti a matita di Eliseo Mattiacci; fantasie lirico-metafisiche e fotocollages di Tano Festa; ”tipi” di Renato Mambor; superfici anonime di Castellani; linee segnaletiche di Kounellis; scambi tra parola e forma di Paolini; schermi grafici di Lombardo; oggetti rivisitati di Tacchi; effusioni fotocromatiche di Giosetta Fioroni; tracce di Marca-Relli e Rotella; sbavature di Scarpitta; sagome di Burri; impronte di Scialoja; geometrie di Perilli; reticoli di Dorazio; schemi frontali di Consagra; un acquarello astratto di Corpora; emblemi di Marotta; giochi formali e scherzi di Gaul e Victor Brauner; figure della memoria sottratte alla “Traumdeutung” da Piruca…..
Nello scrigno di un simile archivio privato più che il gusto del collezionista o l’intelligenza del gallerista si nota la passione estetica come possibile identità di arte e vita. Gli oggetti si sottraggono alla misura della cronistoria e appaiono appena sorretti dalla esile trama di una autobiografia in controluce.
Ripensando al mondo dell’arte che la biografia di Plinio De Martiis riassume ci si ricorda non a caso di quanto osservò su di sé Mario Schifano conversando un giorno con Goffredo Parise (“l’intelligenza è capire la vita nella sua immediatezza”) e subito si comprendono i termini di una avvincente affinità elettiva. Come Schifano anche Plinio era una natura elegante. E la vera eleganza, diceva Schifano, “…si espone raramente al contatto con la multiforme, pregnante e violenta realtà”.
L’eleganza è per essenza timida, e, nel caso di Plinio, non di rado anche scontrosa. Si potrebbe allora facilmente scambiare per una predilezione al nomadismo da “coscienza errante” la intermittente serie di interruzioni o riprese di mestieri (fotografo, editore, amateur marchand) attraversati da De Martiis, fino all’ultimo chiodo fisso della sua vita: la redazione di un libro-documento inteso quale specchio della sua identità e al tempo stesso tela di Penelope che mai, fin che lui vivo, avrebbe potuto o dovuto conoscere ragionevole conclusione. Ma era anche questa incompiutezza una forma di eleganza estrema, o di represso narcisismo: enunciare le intenzioni e poi sottrarsene quel tanto sufficiente ad evitare la definitiva “messa in posa” o autocelebrazione.
Uomo pubblico per eccellenza che ha segnato le oscillazioni del gusto Plinio riusciva così a tenere sempre aperta la via del dubbio come guscio della sua autentica avventura estetica. Imparare allora a conoscerlo (attraversando il mondo privato delle amicizie, degli entusiasmi e delle situazioni d’arte collimanti con la sua vita) non è altro che un modo di scrivere una pagina in più di quel suo libro non finito sul quale di sicuro -per eleganza, timidezza o altro- egli non avrebbe mai gradito di dover mettere a un certo punto la parola fine.