Quando torno a casa, mi sento sempre male. Male all’andata, malissimo al ritorno.
L’essere figlia di un’isola, ma più in generale, nata sul mare, è una condizione che ti logora dentro, quando il mare non lo hai a portata di mano e qui non lo si vede neanche da lontano.
C’è il lago, c’è il fiume, ci sono le persone, troppe persone, che ci sguazzano dentro manco fossero tutti anatre e poi ci siamo noi, nati con l’acqua salata in bocca e nelle orecchie, che non possiamo pensare di fare il bagno nell’acqua dolce, seppur corrente, a meno che non sia in una vasca a casa propria.
A forza di vivere lontana da casa però, ho iniziato a chiamare casa anche questa. Per anni è stata una sistemazione temporanea, una realtà disconosciuta, un posto in cui comunque non avrei passato la vita. Poi ho superato la linea dei cinque anni fuori, fuori da quella che è la mia nazione, a parlare una lingua che non è la mia giorno, notte e durante i pasti e mi sono fermata ad osservare quello che sto facendo.
Non sono in nessun limbo, come credevo invece. Vorrei, per giustificare tutto, ma non lo sono. Ho preso decisioni, sono partita, sono emigrata.
Emigrata è la parola che più rifuggo. Emigrata dà un senso di permanenza, un senso di indeterminatezza temporale e non sottintende in nessun modo un rientro. Emigrare è spostarsi, dal luogo natìo ad una nuova residenza. E la residenza non è part time.
Essere costretti o essere curiosi abbastanza da andarsene, ha molteplici implicazioni.
C’è l’orgoglio della vita nuova da soli, c’è la tristezza degli addii, c’è la consapevolezza che andarsene provocherà dolore e sfilaccerà i rapporti, da ambo le parti. In qualsiasi rapporto. In qualsiasi caso.
Fa male alle ossa, al cuore, allo stomaco, alla testa. Gli aerei stancano, viaggiare diventa sinonimo di tornare a casa dai genitori.
Viaggiare, quando ci si lascia metà cuore indietro, diventa sinonimo di relazione.
So che tante persone vivono l’essere andati via come una cosa fisiologica e vivono la propria vita come se ogni luogo potesse soddisfare le loro curiosità, la voglia di gente, e il bisogno di famiglia. Sono persone che ammiro, che si bastano per quello che sono, che hanno capito che quel primo viaggio era un punto fermo, di definizione identitaria, di affermazione personale e trampolino verso un futuro che non può essere neanche immaginato, se si continua a tendere con tutte le proprie fibre verso quello che ci si è lasciati indietro.
Emigrata non è una malattia. Emigrata è una possibilità.
È l’aver preso coscienza che quello che la mia città aveva da offrire, non mi bastava, e sei anni sono la prova che forse dopotutto qui un pezzetto di vita l’ho costruito.
La terra natìa susciterà sempre quel vago senso di rimpianto, quei punti interrogativi che restano nell’aria, quei se e ma, quelle fantasie di una vita soddisfacente e felice a 20 cm dalle proprie radici, con il sole che abbronza la faccia e il vento che rinfresca la nuca. Farcita dei pranzi domenicali in famiglia, delle gite in macchina, del mare con gli amici di sempre, delle serate infinite e dell’amore che vorresti poter aver vissuto pienamente ogni secondo, vicini sempre e comunque. Una quotidianità leggera e al tempo stesso pregnante, fatta di realizzazioni personali e professionali indefinite e di un volto noto, con cui scambiare le parole più banali. Una vita immaginaria che costruisci con quello che ti resta, con quella che ora è la vacanza a casa, che cancella la frustrazione infinita che ti ha soffiato via dalla tua isola.
Quando torno a casa mi sento sempre male. Male all’andata, malissimo al ritorno.