C’è ancora gente in spiaggia? Ho voglia di fare il bagno.
-Aspetta. Ora guardo. E’ rimasta una famiglia, ma si stanno preparando per andarsene.
-Avvertimi quando vanno via.
-Non essere così pigra, potresti anche venire qui ad abbracciarmi, le dissi sapendo che non si sarebbe nemmeno mossa.
Lei, infatti, si sdraiò di nuovo sul letto e riprese a leggere. Si mise di fianco, con la testa rivolta verso la porta a vetri.
Avevo comprato quella casa solo per lei , come la voleva lei. Affacciata sulla spiaggia, raccolta ma con grandi finestre, in modo che potesse vedere il mare da ogni punto della casa. Dal letto, dal divano, dal tavolo, dal lavandino. A volte lo guardava quando facevamo l’ amore, pensando che io non me ne accorgessi. Si distraeva a fissare le onde, senza interrompere il ritmo dei nostri giochi. Amava fare il bagno di sera, quando la spiaggia era silenziosa. A me, invece, non piaceva il mare. Prima di conoscerla, preferivo la montagna per rilassarmi, ma ormai, da mesi, i nostri fine settimana li passavamo nella casa al mare, tra libri e vino, pigri compagni della nostra solitudine. Trascorrevamo così le giornate e da maggio a ottobre facevamo il bagno al crepuscolo. Un’abitudine rassicurante anche per me ormai.
Mi sedetti in terrazza. Fissavo la duna, i gigli di mare che si affacciavano bianchi sulla sabbia scura, le piante grasse che circondavano il vialetto che scendeva a riva. Il mare no. Il mare mi metteva ansia. E avevo imparato a farmi bastare quella casa e quella duna per tenere lei accanto a me. Il blu è per me un colore fastidioso.
-Alzati. Andiamo. Non c’è nessuno ora, le gridai senza muovermi dalla poltrona di vimini.
Lei lasciò il libro sul comodino, dopo aver messo tra le pagine un segnalibro azzurro e indossò il suo bikini preferito. Sapeva che la stavo guardando, che quel rito serale che mi svelava la sua nudità per qualche momento era ormai per me più familiare che eccitante. Il suo corpo non aveva segreti, ma quando indossava il costume nero per un istante eterno mi appariva come una donna diversa. E so che lei si appagava del mio sguardo attento.
-Sono pronta - mi sorrise allegra. -L’acqua sarà caldissima. Voglio restare a mollo finché non mi vengono le grinze.
La seguii docile, come facevo sempre quando mi sorrideva con quel sorriso infantile in contrasto con la sua testa adulta.
Mentre ci avvicinavamo alla riva, mi accorsi di un uomo seduto su una seggiolina pieghevole. Un uomo grande, con la barba, massiccio e solido. Lo conoscevo. Era sempre lì a pescare a quell’ora. Sempre. Ogni fine settimana. Provai il solito fastidio che avvertivo ogni volta che lo vedevo. La sua presenza segnava la fine del weekend al mare.
Lui, intanto, guardava assorto in lontananza tenendo tra le mani la canna da pesca che ondeggiava sulle onde.
-Spostiamoci, vieni vicino a me, le dissi mettendole un braccio intorno alla vita, quasi a ribadire il mio possesso su di lei, sottraendola allo sguardo del pescatore. Volevo allontanarlo da lei e dai miei pensieri, ma sarebbe stato inutile. L’uomo in realtà era rimasto immobile, ma so che ci aveva osservati con attenzione.
Lei si divincolò e corse in acqua.
-Vieni. E’ caldissima, gridò ridendo e iniziò a nuotare.
Le andai dietro lentamente, rabbrividendo a ogni passo. L’acqua non era affatto calda per me, avrei preferito aspettarla a riva. Invece mi immersi e la raggiunsi, per farla contenta.
-Senti freddo? mi chiese. Dai esci, e aspettami con gli asciugamani pronti. Io nuoto un po’.
La baciai piano prima che si immergesse di nuovo e iniziasse a muoversi leggera, muovendo i fianchi a gambe chiuse, usando solo le braccia. Le piaceva nuotare così, diceva che era una sirena e batteva i piedi solo per aumentare la velocità.
Uscii dall’acqua e mi asciugai. Mi sedetti sulla sabbia tiepida. L’uomo con la canna da pesca fissava il mare, talmente assorto da sembrare distratto in un altro tempo. Muoveva ogni tanto il braccio per portare la sigaretta alla bocca, socchiudendo gli occhi. E poi di nuovo spostava lo sguardo all’orizzonte. La pesca era una questione di pazienza, a volte apparente, di attesa. E anche io con lei avevo avuto sempre tanta pazienza, l’avevo attesa nelle sue fughe, l’avevo consolata durante le sue crisi, l’avevo viziata in ogni desiderio. In fondo il pescatore ed io eravamo proprio uguali. Guardavamo entrambi il mare. E lei in lontananza che nuotava leggera e sicura. Una sirena senza coda e senza cuore.
Lei, intanto, stava tornando a riva. Avvicinandosi a lunghe bracciate. Poi si fermò e si immerse nuovamente. Passò qualche minuto. Interminabile. Provai ansia. Cominciai a chiamarla a gran voce. Lei emerse all’improvviso. Ridendo e tirando la testa indietro passandosi le mani tra i capelli.
Il pescatore, intanto, aveva finito di fumare. Si accostò a me, prese l’asciugamano e le andò incontro. Per un attimo i nostri sguardi si incrociarono. Avrei voluto trattenerlo ma non riuscii nemmeno ad aprire la bocca. Volevo fermarlo, ma rimasi immobile e non dissi nulla. Lo guardai avvicinarsi a lei con la spugna celeste tra le mani.
-Sta cominciando a far freddo. Andiamo a casa, le disse avvolgendola nel telo.
Lei lo fissò per un attimo, quasi sorpresa, poi gli sfiorò la barba con la fronte, bagnandolo.
-E’ bello avere un marito premuroso, gli disse abbandonandosi al suo abbraccio.
Li guardai allontanarsi, raggiungere la strada, infilarsi in una berlina blu e partire. Io presi la canna da pesca, chiusi la seggiolina pieghevole e rientrai in casa.