#skypecall
[ ci mette almeno una decina di minuti per decidersi di avviare la chiamata. il nome skype di suo padre è lì, di fronte a lui, ed il puntatore del mouse staziona sopra al tasto “chiama” come un condannato al patibolo. alla fine, deglutendo, si decide a premerlo. passa qualche minuto in attesa, bevendo il suo caffè latte, prima che il volto apparentemente contratto e dai tratti spietati - per qualche ragione - di Ronald Jameson appaiano sullo schermo del PC ]
[ momenti di silenzio quasi imbarazzanti ]
J: “Hey dad.”
R: “Quanto hai di QI?”
J: “Eh? Cos- che domanda è scusa?”
R: “E’ una domanda, come lo sono tante altre a cui tu non rispondi mai. E’ facile e veloce, e sai risponderci benissimo. Quanto. Hai. Di QI.”
J: “... centoquarantadue. Ma perché me lo-”
R: “Sei uno schifosissimo genio che potrebbe entrare nel Mensa ma per fare UNA CHIAMATA, DICO, UNA CHIAMATA ALLA TUA FAMIGLIA CHE E’ IN PENA PER TE DEVO ESSERE IO! A DIRTI DI FARLO OGNI MATTINA CHIAMANDOTI E ROMPENDOTI LE SCATOLE!”
[ dallo schermo si sente una voce in sottofondo di una donna che sembra preoccupata, sebbene appaia provenire da un’altra stanza ]
*Ronald tutto a posto?* Sì, sì è tutto a posto tranquilla..
J: “.. la mamma non sa che mi stai chiamando?”
R: “No, e non intendo dirglielo.”
J: “Immagino perché devo essere io a chiamarla.”
R: “Bravo! Vedi che cominci ad usare il cervello, cretino!”
J: “Senti pa’ ma che volete da me? Ho ventiquattro anni e non posso gestire la mia vita come voglio?”
R: “No, non puoi. E sai perché? Perché hai delle responsabilità verso tua madre, verso tua sorella, verso di me. Perché non fare nemmeno una visita a casa in due mesi è da persone che evidentemente non pensano che c’è una famiglia a cui dover badare.”
J: “Pa’, smettila, ho del lavoro da fare alla Thorne, non-”
R: “Non prendermi per il culo, Jay.”
[ quando Ronald Jameson usa un po’ di torpiloquio, quel qualcuno che gli sta parlando sa di aver sgarrato. Non parla, fissa lo schermo in tralice; è stato beccato con la mano nel barattolo di marmellata, e come il bambino che sa di aver oltrepassato quel limite invalicabile che è la mensola che lo contiene, quel barattolo, vorrebbe solo sparire. ]
R: “Ti sei licenziato dalla Thorne. Che cosa sta succedendo?”
J: “Niente. Non mi trovavo più bene.”
R: “Tu ADORAVI quell’azienda. E ora mi dici che non ti trovi più bene. E’ colpa della tua ragazza vero? A quest’ora non le davi attenzioni e-”
J: “NON C’ENTRA NIENTE LEI!”
R: “E allora perché ti agiti tanto? Eh?”
J: “Tu non capisci papà, è una situazione strana.. ma perché ti interessi tanto? Che ti ho fatto di male?”
R: “Sei mio figlio. Ed io mi preoccupo per i miei figli visto che c’è una città in subbuglio, e tu non vuoi né farti sentire né quanto meno dirmi che stai bene se non via uno stupido messaggio su Skype. Ci sono criminali e piramidi e gente che muore e TU non hai nemmeno la compiacenza di pensare che FORSE una visita a casa, per tranquillizzare tua madre, sarebbe d’obbligo. Non dico per me, che tanto ho capito che non te ne frega più niente, ma almeno-”
J: “Se dici ancora una volta che non me ne frega niente di voi giuro che spacco il PC. Non posso venire perché non posso venire. Ho la mia ragazza qui e non posso lasciarla da sola. E visto che è una giornalista lo sai quanto me quanto quelli vanno a caccia di notizie.”
[ Ronald Jameson sospira profondamente e si mette una mano sul volto ]
R: “.. Jay, non sei tuo fratello, non devi pensare di doverla proteggere per forza. Lo sai che non sei adatto a-”
[ la chiamata si interrompe bruscamente, e senza alcun preavviso. è lui stesso, Jay, ad interromperla. sta stringendo i pugni talmente forte che i rimasugli di unghie sprofondano nella pelle e nella carne. e sta ripensando a tutte quelle cos che, negli ultimi giorni, tartassano la sua mente. c’è la voce di Rebecca e quelle due parole che gli martellano i polmoni e fanno assumere al respiro connotati pesanti e quasi dolorosi. c’è il volto di Cornelia, che nella sua mente assume tratti sfocati e rabbiosi di chi è sul baratro della sofferenza e della rabbia. ci sono Lia ed Abe, che associa tra loro in modo quasi istintivo - ed associa a loro anche le immagini di un’ombra mascherata che si scontra con un lupo inferocito. e pensa anche a loro, ad un branco di lupi affamati di giustizia che nella sua mente fanno la cosa giusta. ma che nella mente degli altri - sempre per suo pensiero - sono solo degli assassini. e pensa a Marie. ed a come vorrebbe che fosse lì nel loft con lui, in quel momento, mentre si mette il volto tra le mani piangendo copiosamente. ]















