Seize Phototypies Volume One David Hamilton, 1982

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Seize Phototypies Volume One David Hamilton, 1982
Un sogno
È un sogno in cui rivedo il passato in modo molto dettagliato, ricordo persino le impressioni tattili. Sono più giovane della mia età attuale, come quando ero all'università. È sera, sto tornando a casa, fa un po' freddo. Forse è l’inizio dell’inverno. Salgo su uno di quei vecchissimi tram arancioni che c’erano ancora a Roma negli anni Novanta. Guardo le luci giallastre fuori dal finestrino. Sono in piedi e mi tengo ai sostegni, perché il tram va sbalzi. Accanto a me, molto vicino, c’è un ragazzo più grande e ci guardiamo. Con i sobbalzi del tram quasi ci sfioriamo. Vorrei attaccare discorso con lui, ma sono imbarazzato. Non ne ricordo il viso, ma ha una giacca di jeans molto bella e un'aria sicura di sé. A un tratto gli dico: “Vorrei assumerti per disegnare dei fumetti, a me piace scrivere le sceneggiature…”. Lui mi risponde qualcosa di sarcastico. Forse mi chiede che tipo di fumetti. Io rispondo, ma mi sento stupido. Di sicuro non gli piacciono i fumetti o pensa che siano delle cretinate. Comunque sono felice perché almeno abbiamo parlato. Mi dice che mi lascia il suo numero di telefono. Strappa un foglietto che ha in tasca e ci scrive qualcosa con la matita. Poi arrotola il pezzettino di carta e me lo mette nella tasca dei jeans, perché io ho le mani sul sostegno del tram. Scende alla fermata dopo. Ora c’è un salto temporale. Sono a casa e ho completamente dimenticato di aver parlato con il ragazzo. Mi ritorna in mente all'improvviso ed è passato del tempo. Mi frugo frettolosamente nelle tasche per ritrovare quel bigliettino. Con sollievo ne trovo uno arrotolato, ma non sono sicuro che sia proprio quello. Oltre a un numero di telefono ci sono delle frasi scritte in una grafia piccolissima. Numeri, equazioni e una proposta a iniziare insieme una start up di informatica. Io non so niente di computer. Forse però è solo una scusa per sentirci. Lo dovrei chiamare lo stesso? E se poi faccio una figura di merda? Mi agito per questo dubbio finché non mi sveglio.
DAVID WOJNAROWICZ.
Jean Genet Masturbating in Metteray Prison.Screenprint on paper, 1983.
Fritz Kühn
u wish
Nuda nel pensiero
Fa caldo. Ti osservo da lontano. Forse da dietro il vetro di un pensiero. Invisibile, eppure presente in ogni tuo gesto. Sappiamo tutti e due cosa vuoi. Per ora ti lasci dondolare in un pensiero, ma vuoi stare nuda. Sentire quella piccola eccitazione a bassa intensità prima di spogliarti. Lascia che la stoffa scivoli, che la pelle risponda all’aria. Esiti ma è un’esitazione che chiede solo di essere spinta oltre. Non parlo. Non serve. Il mio guardarti è sufficiente. Vuoi solo arrenderti allo sguardo, lentamente, senza sapere che io sono qui a costruirti con il pensiero. Lo sguardo non è il mio, è quello di chiunque. Anche l’eccitazione del mio sguardo perde il controllo, quanto il tuo desiderio di essere vista.
Comincia dalla maglia che scivola a terra senza rumore. Il reggiseno segue. Le spalline che scendono lente, il tessuto che si stacca dalla pelle, lascia forse un segno quasi invisibile, caldo. Resta lì abbandonata, un momento, le braccia incerte se coprirti o arrenderti. Poi via il resto: il pantaloncino che cade ai piedi, le mutandine che scivolano via ultime, quasi controvoglia, come un relitto a cui aggrapparsi. Ti giri di spalle per celarti, ma sei comunque nuda, adesso, esposta a quell’aria che non chiede permesso. A cosa stai pensando? Alla tua fantasia preferita? Lo sguardo di lui addosso mentre il desiderio cresce senza potersi sfogare. Il suo desiderio che è anche il tuo stesso. Non mi interessa a chi pensi.
Non è sufficiente per te. Lo sento anche da qui che vuoi qualcosa che ti spinga oltre il semplice mostrarti. Perché non il corridoio, allora, lungo, silenzioso, con porte che potrebbero aprirsi da un momento all'altro. Cammina nuda senza fretta, esposta a ogni sguardo possibile, reale o immaginario. Le fantasie e la situazione probabilmente ti hanno fatto già bagnare ma nessuno lo saprà. E poi forse ancora oltre. Giù sulle mani e sulle ginocchia. In una stanza dove sai di poter esser vista da chi vuoi tu. Ogni passo un’abdicazione volontaria. Non c’è bisogno di resistere a questo punto. Non è l’atto in sé, è il sapere di essere vista mentre ti annulli che ti fa cedere. Brava. È così facile non resistere a questo caldo. Anche io mi lascio andare all’immaginazione. Alle tue natiche che si inarcano ipnotiche, mentre cammini a quattro zampe, lenta.
E poi niente. Lo schermo si spegne, o forse chiudo gli occhi. Tutto torna a essere un’ipotesi. Nomi senza volto. Stanze che nessuno vedrà davvero. Non è successo da nessuna parte. Non ha lasciato impronte. Non ha bisogno di un domani. Resta solo questo: il vuoto dopo, identico al vuoto prima, come se nulla fosse mai stato scritto.
Self-portrait with the Lampshade Woman, Eric Kroll, 1990
Balthus - Alice , 1933 . Centre Pompidou, Paris.
La Prisonnière (1968), dir. Henri-Georges Clouzot
Trans-Europ-Express (1966), dir. Alain Robbe-Grillet
Arching lava fountain at Mauna Ulu ▲ Kilauea, Hawaii (March 1, 1974)
A giant flaming balloon. The overall boys in Switzerland. 1929.
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Angelika Ejtel