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il mio cervello funziona per cerchi concentrici, penso seduta sul tappeto mentre il dolore mi scava le ossa del collo. mi piace scrivere solo per il piacere rassicurante di rileggere, ritrovando nel ritmo delle parole una specie di cura per l'imprevedibilità di tutto il resto. non ho mai scritto nulla che io non abbia riletto almeno una decina di volte, non per insicurezza o pedanteria come a volte ho creduto, ma per motivazioni rituali, per manifestare qualcosa come un ordine invisibile. chi è bravo a scrivere non rilegge mai niente: abbandona le parole che produce come impronte sulla spiaggia mentre guarda il mare. io ritorno sui miei passi così spesso che mi capita di chiedermi come abbia fatto, nella vita, ad arrivare mai da qualche parte. nelle città che non conosco percorro la stessa strada decine di volte, allungandomi di pochi passi in una via sconosciuta solo quando trovo il coraggio. ci sono giorni in cui il mio mondo si restringe all'orlo di una tazza di caffè e nulla di sconosciuto è fisicamente possibile. chi è bravo a vivere va avanti lo stesso, ma io non ci riesco.
alcune cose non possono essere scritte.
sono seduta sulla sedia della cucina. queste sedie le abbiamo comprate all'Ikea quando ci siamo accorti che quelle che ci aveva lasciato il padrone di casa rischiavano di spaccarsi ogni volta che cercavamo di sederci. le vecchie sedie sono rimaste in cantina: le dovevo buttare ma non l'ho mai fatto. quando sono arrivata qui la cantina era piena di roba misteriosa. una valigia pesante, di quelle vecchio stile, in cuoio nero con le cinghie, che alla fine non abbiamo mai aperto: abbiamo chiesto al proprietario di portarla in discarica insieme a tutto il resto. cosa ci fosse in quella valigia, è un pensiero che ogni tanto torna a pungolarmi. ho immaginato cravatte di seta, biancheria sporca. magari un manoscritto che nessuno potrà più leggere. una delle vecchie sedie, prescelta tra le altre per non so quale motivo, è rimasta senza schienale sul balcone per cinque anni. l'ho usata per appoggiarci i miei vasi di piante grasse che, sopravvivendo a lunghe estati e lunghi inverni, sono restate sempre vive fiorendo di tanto in tanto. la moglie del proprietario mi ha chiesto se le potesse prendere, anche se forse non si è accorta della grossa cavalletta, credo morta, che da un paio di mesi riposa lì in mezzo. il legno della sedia, nel frattempo, è diventato irriconoscibile: gonfio e squamoso come la pelle di un rettile.
alcune cose non possono essere scritte, come il legno, i ricordi e la nebbia. la nebbia ha iniziato a salire verso le cinque, ma in tutti questi anni non ho mai capito perché la nebbia salga e non scenda. adesso, la luce calda della cucina rende il grigio lattiginoso della strada quasi violaceo, come se qualcuno avesse iniziato a sanguinarci dentro. camminando verso casa da via Teodosio 67 ho attraversato quella Milano che non ho mai condiviso con nessuno, quindi era perfettamente sensato che piangessi da sola.
allora forse ricorderai di quando quella sera sulla strada buia abbiamo incontrato il dio nero che con i suoi occhi gialli di stelle e il ringhio bestiale delle sue montagne taglienti ha sembrato per un breve attimo rivolgere uno sguardo di compassionevole dolcezza sui nostri occhi lucidi di terrore: da quel giorno ho in qualche modo saputo vedere oltre la polvere.
che cosa disumana, il tempo. di tutte le parole che ho archiviato mi colpisce una vaga sensazione di trasparenza, come se allora io fossi fatta di una sostanza permeabile. tutte le emozioni mi si riversavano all’esterno senza che mi fermassi a censurarle per decidere se fossero abbastanza interessanti. questo, se fossero interessanti o meno, lasciavo deciderlo alla me stessa del futuro; io mi limitavo a trasmettere una testimonianza. non è mai stata una letteratura: era una tecnologia di sopravvivenza. chissà se sapevo che stavo viaggiando nel tempo, imbalsamata nelle parole come una mummia. questa trasparenza l’ho ricercata, altre volte. è come se quel candore l’avessi perduto, abituata a rileggere le mie parole nella voce degli altri.
Jellyfish (unknown sp.)
(source)