
titsay
Sweet Seals For You, Always
EXPECTATIONS

❣ Chile in a Photography ❣

No title available
Noah Kahan
🩵 avery cochrane 🩵

Kiana Khansmith
Mike Driver
trying on a metaphor
Misplaced Lens Cap
macklin celebrini has autism
No title available
he wasn't even looking at me and he found me
Xuebing Du

roma★

★

gracie abrams
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𓃗
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@lacris297
Di Maschere e Persone, di Commesse, Medici e girovita.
Se ti azzardi a parlare di maschere e a sottintendere che tutti noi, ogni singolo giorno, portiamo un numero imprecisato di maschere, ti capita di sentirti dire con aria oltraggiata dal barone rampante di turno
“Nooo, io No. Io sono spontaneo, io sono sincero, io sono Sempre me stesso”
Questo perché si è affermata la credenza che la spontaneità sia un valore assoluto, che la valutazione sull’opportunità di dire o tacere qualcosa, a qualcuno, in un certo modo, sia l’anticamera dell’ipocrisia.
E invece no.
La spontaneità non è un valore assoluto, anzi, in età adulta dovrebbe essere - generalmente è - temperata dall’autocontrollo.
E le maschere, signori miei, le maschere le portiamo tutti.
Portiamo la Maschera negli affetti:
- da brava zia o da brava mamma quando diciamo “che meraviglia” all’orrendo fermacarte di plastilina di cui il pargolo in età prescolare ci omaggia a Natale, perché una mamma/zia che dice impietosamente “quest’affare è mostruoso, lo salva solo che lo hai fatto tu, tesoro mio” non ci sembra poi così utile all’autostima del suddetto pargolo.
- da brava figlia quando avresti voglia di farti consolare da tuo padre e tua madre perché il mondo si rivela più difficile di quando dormivi sul sedile posteriore della macchina in autostrada, di notte, verso il mare. Ma, poi, li vedi così, sempre più piccoli, e un po’ meno sicuri di come sono sempre stati, e sul ciglio dalla vecchiaia. Allora indossi la maschera del sorriso e al loro “come va” rispondi “tutto bene, ti devo portare su in casa la confezione dell’acqua? Dai che pesa!”
Portiamo la Maschera sul lavoro:
- la usano le commesse quando “sta benissimo, signora, ma le va se proviamo una taglia in più? Sa, questa marca veste più stretto, ultimamente” perché ci tengono al loro stipendio e “veste stretto” suona meglio di “quegli apericena alcoolici ti si piazzano dritti dritti sul culo".
- la usano i Medici quando devono dire ai pazienti che non di sola pazienza si tratta per guarire, ma di coraggio e forza e sopportazione del dolore. E poiché i Medici sanno che maneggiare il dolore è cosa difficile, e che la compassione può fare male, indossano la Maschera (il camice non ne è che un simbolo, in fondo) e ti dicono che sì, secondo le statistiche hai ottime probabilità e sono stati applicati correttamente tutti i protocolli.
- la indossano gli Avvocati quanto si trovano davanti vittime della crudeltà altrui o di se stesse, si sentono chiedere “otterrò giustizia”? Ecco, indossano la toga (il simbolo della loro Maschera) e “alla luce delle prove raccolte, possiamo ragionevolmente aspettarci che emerga la sua estraneità”, perché suona più rassicurante che “speriamo che il Giudice non abbia mangiato pesante ieri sera!”
Insomma, tutti indossiamo una Maschera, più volte al giorno e ogni giorno; il termine stesso “Persona” significa “Maschera”.
E chi non sa accettarlo, chi addirittura si offende se osi insinuare che non sia sempre perfettamente spontaneo, beh, sta indossando la stessa maschera da troppo, troppo tempo.
E forse se l’è dimenticato.
Tu lo sai bene: non ti riesce qualcosa, sei stanco e non ce la fai più. E d'un tratto incontri nella folla lo sguardo di qualcuno - uno sguardo umano - ed è come se ti fossi accostato a un divino nascosto. E tutto diventa improvvisamente più semplice
Andrej Tarkovskij
Wine comes in at the mouth And love comes in at the eye; That's all we shall know for truth Before we grow old and die. I lift the glass to my mouth, I look at you, and I sigh.
W.B. Yeats
#stellerstory #placestogo #italy #turin #museum
Per tutte le violenze consumate su di Lei, per tutte le umiliazioni che ha subìto, per il suo corpo che avete sfruttato, per la sua intelligenza che avete calpestato, per l’ignoranza in cui l’avete lasciata, per la libertà che le avete negato, per la bocca che le avete tappato, per le ali che le avete tagliato, per tutto questo: in piedi Signori, davanti a una Donna!
William Shakespeare
#esemprestate @la_stampa
Estati fortunate, le mie estati da bambina. Due mesi pieni via dalla città. Pochi giorni separavano la fine della scuola dalla partenza per le vacanze. La prima partenza, all'inizio di luglio, era per i lidi riminesi. La Fiat stipata come per un trasloco, e si partiva per un viaggio che sembrava senza fine, tant'è che dovevo ingannare le ore con giochi del tipo "chi vede prima un cavallo (o una mucca, o una capretta)". Ma poi era la felicità pura: settimane con i miei finalmente sempre presenti, sorridenti e sereni (o almeno mi piaceva pensarlo). Giochi, sole, bagni, compiti delle vacanze, pedalate, la donna dei bomboloni che passava gridando "Piangete, bambini!...", le serate con gli amici di famiglia che accompagnavano la zuppa di cozze pescate da loro con un Verdicchio prodotto poco più a sud. E, almeno una volta nella vacanza, bisognava svegliarsi prestissimo, per scendere in spiaggia a vedere l'aurora, e poi l'alba; oppure mi si concedeva di attardarmi di sera, in riva al mare, quando il cielo limpido preparava una stellata impossibile da vedere in città. Agosto invece era lago di Garda, con la nonna materna. I miei mi raggiungevano nel fine settimana. Cambiava tutto: le giornate più corte, la prevalenza delle passeggiate e del tempo dedicato alla lettura rispetto a quello dedicato ai bagni. Mi piaceva vedere il lago dal lago, su una barca o un battello; piccola gioia rimasta intatta ancora oggi. Tornavo in città consapevole che le mie semplici vacanze da bambina erano in realtà un privilegio; sapevo che non tutti i miei amici potevano avere altrettanto. Ma, come ogni bambino, ero triste per il periodo bello che si chiudeva. Allora mi mettevo seriamente a contare, per convincermi che le prossime vacanze no, non sarebbero state tra un anno, ma tra dieci mesi...
Christoph Niemann Uses Everyday Objects To Create Imaginative Drawings
Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe.
Gli amori difficili, Italo Calvino
pronunciation | nats-ka-‘shE (nahtzkah-SHEE) Japanese | 懐かしい tip | The final pronunciation doesn’t really have an “oo” sound in it.
Ascolta, sto parlando proprio a te, tu dici: per noi va male, il buio cresce, le forze scemano, dopo che abbiamo lavorato per tanti anni siamo ora in una condizione più difficile di quando si era cominciato. E il nemico ci sta innanzi: più potente che mai, sembrano gli siano cresciute le forze, ha preso un’apparenza invincibile e noi abbiamo commesso degli errori; non si può negarlo; siamo sempre di meno. Le nostre parole sono confuse, una parte delle nostre parole le ha stravolte il nemico fino a renderle irriconoscibili. Che cosa è errato, falso di quel che abbiamo detto, qualcosa o tutto? Su chi contiamo ancora? Siamo sopravvissuti, respinti via dalla corrente, resteremo indietro fino a comprendere più nessuno e da nessuno compresi o dobbiamo contare sulla buona sorte? Questo tu chiedi, non aspettarti nessuna risposta, oltre la tua.
Bertolt Brecht