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Non so cosa dire. Nel dubbio, dico tutto.
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29 Ottobre 2020.
Quello che stiamo vivendo in questo periodo è sicuramente un momento critico e che mai ci saremmo aspettati, penso nemmeno nel più recondito degli scenari. Una di quelle situazioni che possiamo reputare possibili solo nei film o nei libri apocalittici e di fantascienza.
E non parlo solo dell'andare in giro con la mascherina e lo stare distanti gli uni dagli altri, no. Parlo soprattutto del fatto di avere sopra la testa una spada di Damocle, pronta a calare da un momento all'altro, tranciando e limitando di netto la nostra libertà, il diritto ad essere liberi di condurre la vita nel modo in cui desideriamo, e soprattutto con i tempi che più riteniamo necessari.
Avere questa paura costante che da un giorno all'altro si torni al "via", un po' come nel gioco del Monopoli, e ricominciare il gioco del lockdown (questa parola che ormai provoca così tanto allarme) da capo, sorprendentemente si sta rivelando uno stimolo pazzesco per vivere le piccole cose della quotidianità non solo al cento percento, ma al trecento percento.
Mi spiego meglio.
Avete presente quando programmate di andare a vedere una mostra, magari una domenica, e poi rimandate perché non avete voglia? Oppure quando dite che domani andrete a trovare i genitori, ma poi non lo fate, perché tanto c'è tempo?
Ecco, ora non è più tempo per rimandare niente.
Visite, piccoli viaggi, occasioni, opportunità.
Non è più tempo, perché magari domani sarà troppo tardi, e non tanto perché quelle determinate cose improvvisamente spariranno, ma perché potremmo trovarci soli con noi stessi, a fare i conti una volta di più con rimpianti e cazzate varie.
In realtà, credo che la vita andrebbe sempre vissuta così, di giorno in giorno, buttandoci un po' incoscientemente a volte in certe situazioni, perché tutto è passeggero, niente dura per sempre, nonostante le fiabe ci propinino da sempre un lieto fine duraturo.
Strano a pensarsi, ma ancora una volta, una situazione di per sé negativa, è in grado di fornirci stimoli positivi.
Sta solo a noi cercare di coglierli giorno dopo giorno.
X.
11 Settembre 2020.
Ma quanto sono belli i dettagli, le piccole cose che rendono unica una persona?
Scusate, ma ho da sempre una fissazione per i piccoli dettagli, quelli che la maggior parte delle persone fatica a notare, un po' per pigrizia, un po' per superficialità ed un po' per mancanza di occhio.
Sin da che mi ricordo, ho sempre cercato di cogliere i dettagli in qualsiasi cosa, che fosse un film, che fosse un gioco, che fosse un atteggiamento, che fosse una persona.
E mi arrovellavo il cervello a pensare al perché di quel particolare, a come sarebbe stata quella determinata cosa se non ci fosse stato quel particolare, a come sarebbe stata diversa e probabilmente anche più banale.
Quando scruto una persona, cerco sempre di cogliere quelle peculiarità che la rendono tale: una montatura di occhiali particolare, un neo sulla guancia, una fossetta sul mento...
Difficilmente riesco invece a cogliere i miei, di particolari, non perché li voglia rinnegare, ma perché sono talmente abituata a vedermi così, in questo insieme di tratti.
L'altro giorno, in un attimo di egocentrismo immotivato, ho scattato una foto. Cosí, a caso.
L'ho riguardata il giorno successivo, ed ho provato ad estraniarmi dal volto raffigurato in foto, cercando di osservarla esattamente come una foto qualunque di una persona qualunque. Ed è avvenuta la magia.
Ho notato decine di particolari a cui non avevo mai fatto più di tanto caso: un sopracciglio più alto ed incurvato dell'altro, un leggero strabismo di Venere (così dicono), l'inesistenza dell'arco di Cupido sul mio labbro superiore, il motivo creato dalle lentiggini sulle guance, la forma rotonda della punta del naso.
Lì per lì ho pensato di averne fin troppi, e che alcuni non sono neanche da catalogare come "positivi", ma piuttosto lontani da certi canoni estetici.
Poi ho pensato che sono proprio quei dettagli, proprio quei difetti, proprio quelle imperfezioni a rendermi a mio modo perfetta ed unica, one of a kind. Irriproducibile.
E così vale per tutti quanti.
Siamo unici e perfetti nelle nostre imperfezioni.
X.
4 Settembre 2020.
Si dice che ogni persona abbia, nella sua unicità, un tratto che la contraddistingue da ogni altra presente al mondo, tipo una "firma" dell'anima che ti può ricondurre solo a quella persona e basta. Magari ci sono persone che hanno dei tratti molto simili, molto compatibili, ma mai esattamente uguali.
Se mi chiedessero qual è il tratto che più mi contraddistingue, e se lo chiedessero anche alle persone che davvero mi conoscono a fondo, penso che la risposta sarebbe la profondità.
Se mi chiedessero se ne vado fiera o meno... beh, la faccenda diventerebbe un po' complicata, perché, sebbene sostanzialmente io sia fiera di questa mia caratteristica, dall'altra parte la reputo una condanna, quasi un macigno enorme da portarsi sulle spalle e con cui combattere ogni giorno.
Una persona profonda è difficilmente una persona che si accontenta delle situazioni, di certe persone, di alcuni passatempi.
È una persona che pesa tutto, dai granelli di sabbia che le scivolano tra le mani, fino alle parole che le vengono dette, anzi, soprattutto quelle, perché per lei sono una cosa fondamentale.
È una persona in continua lotta con la superficialità presente nel mondo, che ormai pare essere un fenomeno dilagante e che fa quasi "figo", perché prendere la vita con leggerezza ti fa vivere meglio con te stessi e con gli altri.
Ma ecco qui, l'errore più grande che si possa commettere: pensare che una persona profonda non sappia essere leggera. Una persona profonda sa quando esserlo, sa benissimo quali sono le circostanze in cui è bene lasciarsi andare a sane risate e quintali di ironia, e quelle circostanze sono quelle create da quelle (poche) persone con cui riescono a sentirsi bene, a loro agio, sè stesse, senza freni o inibizioni.
Il brutto di essere profondi è che le persone pronte ad accettarti per come sei e ad accogliere questa caratteristica come positiva, sono davvero rare. Perché chi è profondo, spaventa, e molti ormai non hanno più voglia di correre rischi nella vita, di lasciarsi andare e di provare a vedere cosa vuol dire mettersi nelle mani di una persona dotata di questa caratteristica.
Sono benedetta e condannata al tempo stesso a questa caratteristica, e in fondo in fondo, ancora un po' ci spero di trovare chi saprà volermi per come sono, perché onestamente, per quanto appunto possa condannare questo lato di me, penso che non lo cambierò mai, per nessuna ragione al mondo.
X.
29 Luglio 2020.
Più passa il tempo, più conosco persone, più vivo certe esperienze, e più mi rendo conto che la mia generazione, quella degli enfants degli anni '90, ha sulle spalle un macigno enorme e doloroso di cui spesso non ci fa neanche caso.
Non è nient'altro che un crepuscolarismo quasi innato nei confronti della vita.
Cercherò di spiegarmi meglio, anche se il dono della sintesi non è il mio forte.
Se proviamo a stoppare un attimo la nostra vita quotidiana, se proviamo a fermarci un attimo solo su noi stessi e proviamo a rimanere così, in silenzio totale con la nostra parte più intima e con i nostri pensieri, scommetto che in pochi si sentono in una condizione di agio e di appagamento totale, in qualsiasi sfera della vita: carriera, relazioni, obiettivi di vita, sogni da perseguire.
Ci sono alcuni, davvero pochi, che effettivamente si sentono appagati della loro vita, magari per una serie di coincidenze fortuite, e magari anche un po' per una questione caratteriale.
Ce ne sono altri, una buona fetta, che si sentono appagati magari solo in una sfera della loro vita, ma che accusano carenze in altre: "il lavoro va bene, ma non riesco a trovare una ragazza", "con il mio fidanzato sto finalmente bene, ma il lavoro è un disastro", "lavoro in un posto che mi piace, ma in realtà volevo fare tutt'altro nella vita".
E poi ce ne sono altri ancora, forse i più, o forse io li percepisco come la maggioranza perché sento di farne parte, che non si sentono sufficientemente appagati dalla loro vita in toto, anche solo per un piccolo tassello in ogni sfera, ma vorrebbero cambiare tutto, a partire da loro stessi.
E così ci si chiude in quel crepuscolarismo a cui accennavo prima, con l'idea fissa in testa di volere cambiare ogni singola cosa della nostra vita, con l'idea fissa in testa di raggiungere i nostri sogni, che spesso non sono chissà che, ma che ci sembrano diventare sempre più impossibili mano a mano che il tempo passa. Forse diventiamo anche un po' negligenti, forse non lottiamo abbastanza, o forse siamo solo stanchi perché abbiamo lottato già troppo e con scarsi risultati, e spesso ci troviamo a subire la nostra vita, senza viverla davvero ogni momento con ogni suo turbamento, come se fosse l'ultimo (cit).
Siamo una generazione che ha vissuto l'infanzia in un periodo d'oro, l'adolescenza in un periodo d'argento, e l'età adulta in un periodo marcio, in cui non esistono più valori o sentimenti profondi, e se esistono, comunque, sono percepiti solo da pochi.
Ormai sono abituata a sguazzare nel crepuscolarismo, e forse mi ci trovo anche bene, ma su di una cosa non ci si bisogna confondere: chi vive questa situazione di nebbia, non è per forza un depresso o un triste perenne, perché se proprio dobbiamo fare un'analisi approfondita, tutti siamo depressi o tristi a nostro modo. Ma queste etichette, sinceramente, sono etichette che denotano superficialità e poco buonsenso comune, perché puntare il dito quando si è in un'altra posizione, è davvero facile, ma da inetti.
Spero che questo senso di male comune prima o poi svanisca, però non del tutto, perché se c'è una cosa che questa sensazione mi ha regalato è un profondo senso di percezione di tutto ciò che nella vita ne vale la pena e, soprattutto, la capacità di provare ogni emozione amplificata, nel bene e nel male. E per quanto a volte sia doloroso, per quanto a volte sia complicato, non vorrei mai, e dico mai, avere in cambio un cuore vuoto ed un'anima rigonfia solo di aria e non di sentimenti.
X.
8 Luglio 2020.
Ci sono persone, nella vita, che quando sei bambino sei fortemente convinto che siano immortali, tipo dei supereroi che non possono essere scalfiti da niente e da nessuno, nemmeno da quel mistero oscuro che i grandi chiamano Morte.
Poi sei tu che, improvvisamente, diventi grande, ed un giorno ti svegli e ti rendi conto che nessuno è immortale, non in questa dimensione, per lo meno, e che tutti siamo fragili e deboli e sempre nel mirino del cecchino del dolore e della vecchiaia. Ed i primi ad essere puntati da quel mirino bastardo (ma naturale) sono proprio gli esseri che più al mondo credevi immortali: i nonni.
Nonostante abbia quasi 28 anni, ammetto che ancora ci speravo che tu, nonno, fossi immortale: sai, tipo quei casi di uomini che riescono a vivere veramente una marea di anni, cazzuti e che fanno paura pure ad demonio.
Non so perché, ma su tutti e quattro, questo pensiero lo avevo cucito solo su di te: forse perché eri il più anziano, forse perché con te ho passato moltissimo tempo quando ero piccola, o forse semplicemente perché l'idea che mi davi era questa.
E invece no, quell'oscuro mistero che ho accennato prima ha bussato anche alla tua porta, inaspettatamente, e tu l'hai lasciato entrare, forse perché colto di sorpresa, o forse perché ti sentivi pronto... questo lo sai solo tu, forse.
Ora che non ci sei più, è assurdo come il mio subconscio abbia tirato fuori ricordi a te legati che avevo in un certo senso accantonato in un angolo, non per cattiveria, ma perché la vita scorre inesorabilmente, muta, e con essa mutano anche le priorità, i problemi, le dinamiche. Tutto quanto.
Ho ripensato a quando mi costruivi le barchette di legno da portare giù al fiume, in quel posto dove, con quattro pietre, avevi costruito la capanna dello zio Tom.
Ho ripensato a quella volta in cui avevo portato la mia Barbie nuova di zecca al fiume, l'avevo legata con uno spago in vita, e l'ho immersa per vedere se nuotasse, ed in men che non si dica la corrente se la stava portando via, ma tu sei riuscito a prendermela proprio al pelo.
Ho ripensato a quando mi hai insegnato a giocare a scopa, con quelle carte bellissime con cui mi divertivo e mi incazzavo a costruire castelli sul tavolo della sala da pranzo.
Ho ripensato a mille altre cose, ma soprattutto ho ripensato a come la vita sia corsa e ci sia passata davanti, allontanandomi sempre di più da te e da quella leggerezza infantile che mi faceva stare bene e che condividevo con te, rendendo forse inconsapevolmente anche la tua vita, ormai adulta, leggera, almeno per un breve lasso di tempo.
Sono in quel punto schifoso della vita in cui si ha sempre tempo di fare le cose più tardi, anche esternare i sentimenti, sebbene sia consapevole che per certe cose non esiste affatto il più tardi.
Ed anche con te, ultimamente, purtroppo ragionavo su questa linea: sarei venuta a trovarti più tardi, ti avrei chiamato un'altra volta e cose così, le classiche cose che si dicono quando la vita continua a calarti dei poker di problemi e di preoccupazioni senza darti tregua, facendoti perdere la bussola di ciò che è davvero importante.
Però sai, tutto sommato penso che tu, in particolar modo, continuerai a vivere dentro di me.
Eh sì, perché mi rendo conto che da te, ho preso tutto ciò che mi tiene viva, ma viva davvero, accendendomi un fuoco da dentro.
Da te ho preso la passione per l'arte, l'interesse per la cultura, la naturalezza nello scrivere i pensieri che mi rimbalzano in testa come schegge impazzite.
Ma soprattutto, da te ho preso la folle voglia di credere nel romanticismo, quello che ti spiazza, ti devasta e ti fa provare quei sentimenti così forti che non si riescono a spiegare a parole.
Ciao, Supereroe.
Ora puoi osservare ogni giorno le montagne che tanto amavi e che ti hanno dato la vita.
X.
6 Maggio 2020.
Vi è mai capitato di volere cercare a tutti i costi di dimenticare una persona, una situazione, un momento, e per quanti sforzi facciate, vi rendete conto che non ci riuscite?
È una sensazione terribile, una diatriba tra cuore e cervello che può avere un solo ed unico vincitore, sebbene noi, razionalmente, cerchiamo di far prevalere quella parte che inevitabilmente è destinata ad essere la parte perdente dei due.
Ci poniamo in quella condizione in cui sappiamo che la mancanza ed il ricordo sono emozioni fondamentali nella vita di un uomo, ma in cui, al contempo, vorremmo per un attimo anestetizzare proprio le emozioni stesse, perché ci sono persone (come me) che hanno il dono/maledizione di avvertire tutto quanto amplificato, tutto ciò che proviene dal cuore, che sia rabbia o gioia.
Cerchiamo di fare di tutto per dimenticare: ci arrampichiamo sugli specchi più assurdi, facciamo delle bambinate incredibili che neanche un bambino di dieci anni farebbe, ci autoilludiamo che facendo cosí tutto andrà meglio.
Vogliamo dimenticare una persona? Quale via più facile se non quella di bloccarla sui social, cancellarne il numero.
Vogliamo dimenticare un momento? Cerchiamo di evitare in luogo in cui abbiamo vissuto il momento in questione, addirittura a volte arriviamo a non volere indossare "quella maglietta" perché la stavamo indossando in quel momento.
Poi di nascosto sblocchiamo la persona dai social, andiamo a vedere quello che sta facendo, e tanto anche se ne abbiamo cancellato il numero, chi se ne frega? Tanto lo sappiamo a memoria.
E non vediamo l'ora di ritornare in quel luogo, per immaginare di nuovo il fantasma di ciò che è stato, magari indossando proprio "quella maglietta", quasi a volere ricreare una scena di un film.
Quello che voglio dire è che, per quanti sforzi ci impegniamo a fare, è tutto inutile. Tutto.
Quello che voglio dire è che dobbiamo arrenderci al ricordo, anche a quello più doloroso, anche a quello che ci ha squarciato il cuore in due, perché combatterlo è pressoché inutile.
Ognuno può trovare il modo migliore per arrendersi, ma francamente credo che l'unico davvero funzionante sia quello di ripercorrere ogni passo di quella memoria.
E non importa se piangi, non importa se urli e ti incazzi.
Importa solo che ti arrendi, e nel momento in cui lo fai, quel ricordo ti sembrerà sempre un passo più lontano, quasi a volerti dire: "col tempo, non ti faró più male, non così".
X.
17 Aprile 2020.
Stavo per mettermi a dormire, con la playlist di Spotify in shuffle, tranquillamente, come mi capita di fare spesso quando ho bisogno di rilassarmi.
Mi sono buttata sul cantautorato italiano, quello un po' old school che peró è immortale, e sono inciampata in una canzone di Ivano Fossati, che, detto proprio chiaramente, penso sia la canzone più bella mai scritta.
Era da un po' che non la ascoltavo, nè per caso, né per volontà, e non mi ricordavo che mi provocasse così tante vibrazioni dell'anima, forse perché, effettivamente, tempo fa non la percepivo come l'ho percepita esattamente pochi minuti fa.
Dicono che c'è un tempo per seminare,
Ed uno che hai voglia, ad aspettare.
Ogni cosa ha il suo tempo, e ciò implica la pazienza nell'aspettare, a volte invano, o a volte mettendoci del nostro, per far sí che qualcosa di buono nasca dall'attesa, anche quando magari siamo già consapevoli del fatto che stiamo solo inseguendo una chimera che non raggiungeremo mai.
Un momento che era meglio partire,
E quella volta che noi due, era meglio parlarci.
Il ricordo di un momento che forse sarebbe stato meglio non vivere, che ha portato magari sofferenza, distacco, allontanamento, senza nemmeno dirsi una parola. Un momento in cui il silenzio sarebbe dovuto essere sepolto da parole, parole ed ancora parole, per capirsi, per scrutarsi l'anima a vicenda e sistemare qualcosa che è destinato a vivere per sempre, inconsciamente, in qualche angolo recondito dell'anima.
C'è un tempo perfetto per fare silenzio.
Ci sono momenti in cui ogni parola è superflua, e l'unica cosa che puoi lasciare urlare, sono proprio i tuoi silenzi: nessun'alibi, nessuna elemosina, nessuna scusa, niente di niente, solo tu ed il tuo silenzio.
C'è un giorno che ci siamo perduti,
Come smarrire un anello in un prato,
E c'era tutto un programma futuro
Che non abbiamo avverato.
C'è stato il momento terribile in cui due anime si sono perse per sempre, in maniera del tutto inaspettata, prendendo due strade diverse destinate a non incrociarsi mai più, e tutto l'itinerario che si era programmato di fare insieme è andato in fumo, con il dubbio di come sarebbe stato. Eppure, era il momento che le cose dovessero andare proprio cosí.
C'è un tempo di aspetto, come dicevo,
Qualcosa di buono che verrà.
Un momento in cui la speranza brucia cosí forte dentro di noi che nessun ostacolo o nessun pensiero negativo può metterci ko: la nostra speranza sa meglio di noi che qualcosa di buono prima o poi arriverà, è destinato a noi, in qualche modo ignoto e misterioso. E la speranza va a braccetto con l'attesa: piú aspetti, più speri, piú ti sembra di tenerti in vita.
Un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente,
Mano alla mano: che buffi saremo
Se non ci avranno nemmeno avvisato.
Magari arriverà il momento in cui, inaspettatamente, avviene quell'agognata congiunzione astrale di due anime, magari proprio le stesse che in precedenza si sono perdute, e non ci sarà tempo per esserne avvisati, perché la vita è cosí: ti colpisce quando meno te l'aspetti, nei modi più assurdi, e spesso e volentieri tu ti fai trovare impreparato, perché non hai molta scelta.
Dicono che c'è un tempo per seminare
Ed uno più lungo per aspettare:
Io dico che c'era un tempo sognato
Che bisognava sognare.
X.
5 Aprile 2020
Ormai lo sapete meglio di me che il vagare errando su Instagram è diventato il mio hobby di punta di questa quarantena (hobby molto produttivo, tra l'altro).
Ogni tanto incappo in cose assurde, ogni tanto in cose divertenti, ogni tanto in citazioni che mi danno da pensare, o meglio, lí per lí non è che ci pensi più di tanto: metto il ❤ e via.
Poi magari ripenso a determinate parole e ci costruisco intorno un castello, come è mio solito fare con le cose che, di base, sono molto semplici.
La citazione che aggiungo questa sera è la seguente:
Le persone giuste.
Proprio io vengo a parlare di persone giuste, penserete voi?
Io, che ho avuto solo relazioni complesse, dolorose ed a volte prive di sentimento?
Sí, proprio io, e proprio per la suddetta ragione.
Credo fortemente nel fatto che al mondo esista sicuramente una persona giusta per ognuno di noi, e per giusta non si intende nè perfetta (perché nessuno è perfetto, checché ne si voglia dire), nè tantomeno uguale identica a voi per interessi o carattere.
La persona giusta è quella con cui senti da subito il click, tipo quello delle macchine fotografiche usa e getta.
Click.
Quel suono rapido, ma che fa un rumore allucinante e fa sobbalzare ogni volta: esattamente questo, è quello che involontariamente fa la persona giusta.
La persona giusta è, esattamente come dice la citazione, un qualcosa di inaspettato, perché se facciamo mente locale, sono sicura che chi ha già avuto la fortuna di incontrare la sua esatta metá, lo ha fatto per puro caso, e non per scelta.
Credo anche che due persone giuste tra di loro si possano incontrare e poi perdersi, perché alla fine, detto proprio chiaramente, la vita non è sempre una fiaba, anzi, non lo è mai.
Magari ci è capitato di incontrare la persona giusta, di rendercene conto, ma di lasciarla andare via dalle nostre mani, per molteplici ragioni dettate da tutto, tranne che dal cuore, perché lui sa sempre un passo prima di noi la vera identità di chi abbiamo davanti.
Credo allo stesso modo che due persone giuste, se davvero erano cosí perfette l'una per l'altra, prima o poi troveranno un modo per ricombaciarsi di nuovo e dare vita a quella simmetria perfetta che tutti fondamentalmente bramiamo, anche chi rifiuta l'amore come sentimento, nonostante siamo ben consci che è proprio l'amore (devastante od incantato) a muovere il mondo.
Ci sono cose che non dipendono da noi.
Cosí come la tua canzone preferita che parte in radio proprio quando hai appena parcheggiato l'auto e sei arrivato a destinazione: la radio mica lo sa, mica conosce i tuoi tempismi.
E tu, hai due scelte: o spegni la radio, scendi, e vai a vivere ciò che era predestinato da tempo, o rimani in macchina e corri il rischio di perderti ciò che ti eri preposto di fare, o magari semplicemente di ritardarlo, ma concedendoti il lusso di viverti un'emozione che ti fa venire i brividi.
Ecco come funziona con la persona giusta.
Esattamente cosí: la persona giusta è quella per cui ti vuoi mettere in gioco e rischiare, vada come vada, anche se magari sai già che le variabili del caso non saranno a tuo, a vostro favore.
È quella per cui vale la pena rinunciare alla concretezza per vivere degli attimi di pura emozione.
X.
3 Aprile 2020.
Nuova notte dal sonno difficile, nuovo post.
Giá, ormai le due cose vanno quasi a braccetto: colpa di questa quarantena che, come giá ho accennato, ci sta stravolgendo le abitudini quotidiane, scombinando i nostri ritmi usuali.
A proposito di quarantena, stanotte vorrei dedicare questo post ad un sentimento che raramente provo, importante, profondo, e che penso che ora, in questa situazione, tutti noi stiamo affrontando, chi più e chi meno.
Mancanza.
Quella parola a me così poco familiare, di solito, ma che ultimamente conosco fin troppo bene, ed anche inaspettatamente, ad essere sinceri, ma a questo punto ci arriviamo dopo.
Cos'è esattamente la mancanza?
La mancanza è la presenza di un vuoto enorme ed incolmabile.
Per me, è il desiderio sfrenato di avere accanto a sé una persona in particolare: diciamo pure che se si potesse, uno la vorrebbe estrarre dai propri ricordi e farla materializzare lí, di fronte, per poterla abbracciare, per potersi parlare, per farci tutto quello di cui si sente la necessitá.
La mancanza è un sentimento importantissimo, che, insieme alla curiosità nei confronti dell'altro, è un segno di qualcosa, non necessariamente amore, ma di un senso di appartenenza o di empatia.
In questo momento in cui lo slogan è distanti ma uniti, ci troviamo tutti a remare sulla stessa barca, una barca fragile, la cui rotta è il desiderio di tornare ad avere contatti con gli altri... con chi più ci manca, appunto.
Ma la mancanza funziona esattamente come l'amore: è un'altalena che non potrà mai andare in pari; può seguire un flow simile, questo sí, o a volte può addirittura non essere ricambiata, il che è la sensazione peggiore del mondo: dedicare il 90% dei tuoi pensieri a chi, se per te ne dedica l'1%, è già dire troppo.
E la mancanza, bene o male, non guarda in faccia nessuno, tantomeno viene a guardarti dentro, in quel posto chiamato "raziocinio": ho capito che il tempo, in questo caso, è una variabile del cazzo di cui non bisogna tenere conto, perché il sentimento di mancanza se ne sbatte altamente del tempo. Quello che voglio dire è che magari ci sono persone con le quali abbiamo condiviso/condividiamo intere giornate da moltissimo tempo e ci pensiamo pochissimo, quasi non avvertiamo questo senso di vuoto nei loro confronti; d'altra parte, invece, ci sono persone con le quali abbiamo condiviso davvero pochi momenti, per un breve lasso di tempo, e ne percepiamo la mancanza come dei dannati, come dei folli, e non ci diamo pace, perché ci chiediamo come sia possibile che una persona che conosciamo relativamente poco possa darci un senso di vuoto.
Beh, la risposta è molto più semplice di quello che si possa pensare: quella persona ci ha fatto stare bene.
Non importa in che modo, non importa se per giorni, per ore, ma ci ha fatto sentire al sicuro, in quel modo in cui tutti dovremmo sentirci nella vita, se non sempre, ogni tanto, anzi, spesso, perché sentirci al sicuro ci fa bene all'anima ed al cuore.
Mancanze di questo genere non andrebbero confessate, perché "non è giusto", "non è logico".
Ma io vi dico che la logica in questo caso non esiste, e se una persona vi manca anche a distanza, anche dopo tempo, anche se la conoscete poco, beh, fanculo: seguite quel flow di sentimento, di sicuro non vi state sbagliando.
Detto questo, anche io mi sto trovando faccia a faccia con questo gigante chiamato "mancanza".
Dirai a chi ti manca quello che stai provando ora?
Vorrei, ma non lo faccio.
Non lo faccio forse perché sono un po' deficiente, sostanzialmente, e forse perché ho un po' paura della risposta o del feedback che potrei ottenere.
Quindi, no, me ne sto zitta, mi chiudo nei miei soliti silenzi e mordo le lenzuola, perché tutto questo non aiuta a sciogliere quel mappazzone che mi sento in gola di cui parlavo qualche giorno fa.
Aspetto che passi questo periodo, poi chi mi è mancato lo saprà, assolutamente: ci sarà modo di parlarsi, di confrontarsi, di trovarci faccia a faccia e mandare a fanculo quel vuoto che si sta creando/si è creato in queste settimane, o forse anche qualcosa di più.
Il consiglio che vi dó è di non fare come me.
Se una persona vi manca, diteglielo.
Scriveteglielo.
Fateglielo capire.
Non siate teste di cazzo come me, almeno non per questa volta.
Se invece volete essere teste di cazzo come me... beh, fatelo: chiudetevi pure nei vostri silenzi, tanto comunque non potete scappare lontano dalla verità dei vostri pensieri e delle vostre emozioni.
X.
25 Marzo 2020.
L'altro giorno stavo vagando un po' nella home di Instagram (che per quel che mi riguarda, dopo questa quarantena potrebbe anche diventare una disciplina olimpica), quando, tra decine di aforismi e citazioni varie, mi é comparsa questa:
A dire il vero, la citazione completa faceva riferimento anche a distanze, amore, e cose più dettagliate sulle quali però non voglio soffermarmi, perché il vero punto focale della frase sono proprio queste due semplici e splendide righe.
Mi ha fatto riflettere molto, moltissimo, e ci ho pensato un po' prima di trascrivere anche qui ciò che il mio cervello ne ha cavato fuori, perché è un ragionamento fatto di paradossi ma al tempo stesso di innegabile verità.
Penso che fondamentalmente sia insito nella natura umana avere una propensione particolare per le cose o le situazioni più difficili: è come un richiamo silenzioso, o meglio, ad ultrasuoni, che il tuo raziocinio non percepisce, mentre la tua anima vibra alla prima nota.
Fin da bambini ci insegnano che certe cose si possono fare, ed altre sono "proibite", e noi, inconsciamente, da piccoli siamo attratti proprio da tutto ciò che viene etichettato come "proibito", senza sapere davvero il perché, forse un po' per ingenuità o forse per sana curiosità.
Ecco, per questo concetto vale esattamente la stessa cosa, solo che siamo adulti, e sappiamo obiettivamente a cosa ci può portare il desiderare qualcosa di impossibile, ed a differenza di quando siamo bambini, abbiamo anche un'emotività ben sviluppata che ci permette di vivere la situazione in maniera molto più amplificata.
A volte penso che sarebbe molto più facile e conveniente per tutti, scegliere la strada più facile, scegliere qualcosa di più possibile che ci può dare l'idea di sistemarci, di trovare finalmente il nostro posto nel mondo e la nostra comfort zone.
Il problema è che ci sono persone che riescono ad accontentarsi, ed altre no, per il semplice fatto che il loro mondo non ha confini, e pertanto l'ambito "posto" si trova chissà dove, e sono sempre in lotta con loro stessi, quindi la parola "comfort" non fa assolutamente parte del loro vocabolario.
Sono poche le persone che seguono fino in fondo il richiamo dell'impossibile, e nella stragrande maggioranza dei casi, dall'altra parte trovano una persona con la stessa, spaventosa, identica, voglia di impossibile, che puoi mettere a tacere quanto vuoi, ma tanto prima o poi inevitabilmente esce fuori.
Più una cosa ci sembra (o effettivamente è) impossibile, più il pensarci ci manda ai pazzi, rendendo proporzionale il rapporto desiderio - follia.
Ecco spiegato il senso vero della citazione che ho riportato qui sopra.
Ma vi immaginate cosa potrebbe succedere se quell'impossibile riesce a diventare impossibile?
Tutto quel carico di folle desiderio e di cieco volersi esploderebbero come un fuoco d'artificio a Capodanno, farebbero crollare le pareti, anche quelle inesistenti, farebbero piangere ed urlare di gioia, un po' come quando si è all'apice di un fantastico orgasmo.
E sarebbe bellissimo.
Sarebbe come sovvertire le leggi dell'Universo.
Ed a me, le leggi ed i paletti non sono mai piaciuti.
X.
23 Marzo 2020.
Avete mai avuto la sensazione di avere ancora dei “conti in sospeso” con qualcuno?
Diciamo che dire “conti in sospeso” non è la definizione adeguata, perché personalmente m fa pensare a qualcosa di negativo da risolvere, mentre invece ciò che intendo io è di tutt’altra natura.
Quella sensazione di avere lasciato qualcosa a librare leggermente a mezz’aria, forse questo riesce a rendere di più il concetto.
Quella sensazione di avere ancora in gola delle parole da dire, non importa quanto profonde, a volte si può trattare anche di qualcosa di relativamente effimero, ma che qualcosa dentro di te sente che devi dire ad una determinata persona.
Quella sensazione di avere ancora dei gesti da fare, degli attimi da vivere, ed è un qualcosa che parte da dentro e che, per quanto vuoi provare a mettere a tacere, non ci riesci, perché prima o poi torna come un boomerang.
Sento un sacco di persone dire di avere un conto aperto con il destino, o addirittura con la vita, ma penso che non sia corretto pensarla così: quando pensiamo di avere dei conti aperti, dobbiamo entrare nell’ottica che li abbiamo con specifiche persone, non con tutto il mondo, perché d’altronde ogni persona che conosciamo o che è capitata anche solo per caso nella nostra vita fa parte di un complesso puzzle. Ed in questo complesso puzzle non possiamo considerare tutte le persone presenti al mondo.
Il problema dell’avere questa sensazione è che, molto spesso, a volte senza nemmeno dirselo, è reciproca, ma come un’equazione direttamente proporzionale, più questa sensazione è reciproca, più è difficile trovare il momento perfetto per portarla a compimento: a quel punto, allora, l’unica cosa che si può fare è aspettare.
Dicono che il tempo aiuti a dimenticare o seppellire certe cose, ma non sensazioni che vanno così in profondità.
Direi quindi che l’unica cosa che si può fare è pazientare, pazientare molto, anche se non è per niente facile.
Ma d’altronde si sa: le cose più belle richiedono tempo.
X.
20 Marzo 2020.
Papà, lo sai quante cose non ti ho mai detto fino ad ora?
Da piccola, per me eri il mio eroe, quello che mi prendeva a cavalluccio quando eravamo in spiaggia in Sardegna, che mi allontanava dai clown quando andavamo al circo, che mi portava a fare le passeggiate in montagna alle sette del mattino, che mi faceva "guidare" la macchina quando andavamo a trovare i nonni.
Eri quello che mi viziava sempre, anche quando mamma non voleva, che mi faceva intrufolare sotto le coperte la domenica mattina, a dare i calci a destra e a manca senza una ragione ben precisa, solo perché mi andava.
Poi sono cresciuta, ed ho cominciato a vederti sotto un'altra luce: più umana, più cruda, più vera e più bastarda.
Quel papà eroe era sembrato improvvisamente trasformarsi in qualcosa di totalmente diverso, con il quale era difficile anche solo parlare per dirsi: ciao, come stai?
Avevo cominciato a notare tutti i tuoi difetti, che sono davvero tanti, se vogliamo essere sinceri, e mi chiedevo come era possibile che ti idolatrassi cosí tanto, quando ero più piccola.
E tu avevi cominciato a notare i miei, di difetti, focalizzandoci l'uno esclusivamente sulle ombre dell'altra, tralasciando quegli aspetti belli che ci rendono le persone che siamo, così tremendamente simili da far quasi paura.
E non solo simili esteriormente, ma anche e soprattutto dentro.
Siamo due immagini riflesse allo specchio, pure se ci guardiamo nel profondo: due cocciuti, un po' incazzati con la vita, forse a volte troppo orgogliosi, forse a volte troppo bastardi con il mondo.
Eppure abbiamo un cuore enorme, capace di contenere un universo immenso di bene e di emozioni, che purtroppo esprimiamo in un linguaggio comprensibile solo tra di noi, o comunque difficile da decifrare, per chi ci osserva con occhi esterni.
Abbiamo entrambi questa grande presunzione di poter comprendere il mondo, e deve essere sempre come diciamo noi, altrimenti ci incazziamo forte.
Però abbiamo la capacità rara di chiedere scusa, quando necessario, ammettendo di avere fallito: tu a 57 anni, io a 27, chissà quante volte ancora falliremo, e chissà quante volte ancora ci incazzeremo.
È più facile ora parlarsi da grandi, sebbene ci siano delle cose che non ti ho mai detto, tipo che ti voglio un bene dell'anima, che mi capisci più di quanto mamma si possa mai sforzare a fare, anche senza molte parole.
Che in fondo, nonostante tutto, sei ancora il mio eroe.
E vorrei mi prendessi a cavalluccio di nuovo, ogni qual volta ti accorgi che sto per inciampare in un sentimento che non si limiterà a sbucciare le ginocchia, ma a graffiarmi il cuore.
X.
8 Marzo 2020.
Perfer et obdura! Dolor hic tibi proderit olim.
Così affermava Ovidio in uno dei suoi scritti, tipo 2000 anni fa o anche qualcosa in più.
Sopporta e resisti! Un giorno questo dolore ti sarà utile.
È stupefacente rendersi conto di come questa frase rappresenti una delle verità più assolute per ogni essere umano, che ci piaccia o meno, anche se può sembrare un assurdo controsenso: da quando un dolore può essere utile per un uomo?
Da che mondo è mondo, l'uomo è alla costante ricerca della felicità, correndo a perdifiato dietro questa chimera meravigliosa e troppo ammaliante a tal punto da perdere la lucidità.
E da che mondo è mondo, l'uomo evita in tutti i modi possibili di incappare nella trappola del dolore e della tristezza.
Ma è inevitabile che ogni tanto ci si inciampi, cadendoci dentro proprio con tutta la faccia, in pieno.
Quando stiamo attraversando una fase di dolore, spesso non ci rendiamo conto di quanto esso ci stia a suo modo aiutando, sebbene in un modo che mai ci saremmo aspettati e che mai avremmo voluto osservare: perché si sa, ogni dolore, dal più piccolo al più grande, quando entra nella tua vita non ti fa certo le carezze, ma ti prende direttamente a schiaffi in faccia.
Mentre siamo faccia a faccia col dolore, l'unica cosa che riusciamo a fare è incazzarci col cielo, a volte con qualcuno che forse c'è al di là del cielo, o più banalmente con noi stessi e con la nostra "solita sfiga": faccia a faccia col dolore, non si razionalizza più, ogni capacità di logica va a farsi benedire e diventiamo cani rabbiosi nei confronti della nostra stessa vita. Rabbia motivata, senza dubbio.
La magia avviene quando finalmente non ci troviamo più di fronte al dolore, vuoi perché lo abbiamo sconfitto da soli, vuoi perché il tempo ha guarito ogni ferita, vuoi perché qualcuno ci ha aiutato e ci ha trascinato fuori.
La magia avviene in quel momento, quando guardandoci indietro anche solo di un passo, al momento in cui ci stavamo facendo scopare dal dolore, realizziamo che ci ė servito.
Quel dolore ci è servito a crescere.
Quel dolore ci è servito a diventare più consapevoli di noi stessi.
Quel dolore ci è servito a cambiare, a diventare una versione migliore di noi stessi.
Un dolore toglie molto, ma dà anche tanto.
Alla fine, se stiamo a guardare, i sorrisi più belli nascono dopo costanti innaffiature di lacrime.
X.
26 Febbraio 2020.
"Tu lo sai che sei un libro aperto, vero? Puoi provare a nascondere le tue emozioni, ma non ce la farai mai. Sei trasparente. Hai gli occhi che bruciano come la tua anima".
Caro professore, tu lo sai che io questa frase me la sono stampata in testa, come un tatuaggio sull'encefalo?
No che non lo sai, ormai non te lo posso più dire, nemmeno se volessi... e magari neanche ti ricordavi di avermi mai detto delle parole del genere, anche se dubito tu te ne possa essere scordato.
Me le dicesti la prima volta che mi interrogasti.
Mi ricordo quel giorno come se fosse ieri, anche se, in realtà, sono passati tipo 11 anni.
Avevo 17 anni, ero molto insicura, forse troppo inchiodata allo studio, ed innamorata, sai quegli amori segreti che non rivelerai mai a nessuno, nemmeno al diretto interessato?
Ecco, ero così: timida ed impacciata nei confronti della vita.
Ed ero insicura anche per quella interrogazione: sapevo di avere studiato a sufficienza, sapevo di sapere, ma avere i tuoi occhi di ghiaccio puntati addosso per mezz'ora mi fece andare in tilt.
L'interrogazione andò bene: presi un bel 7, che per me valeva come un 9, perchè tutti c'avevano detto che eri un professore severo e che prendere un 6 con te era già molto, anche per chi a scuola "andava bene".
Ma fu nel momento in cui mi trascrivesti il voto sul libretto che provai un brivido, alla domanda: "Eri agitata? Che avevi?".
Cercai come una deficiente di negare, ignorando di essere praticamente un orso beccato in pieno con il muso nel barattolo di miele.
E fu lì che mi dicesti quelle parole.
Penso che in quel momento le mie guance erano diventate rosse tipo il fuoco o qualcosa del genere: diciamo che non ci voglio pensare, perchè di sicuro ho dato motivo di risate da parte dei miei compagni... vabbè.
Fatto sta che subito non capii l'impatto di quelle parole.
Ora, a 27 anni, lo sto capendo alla grande, quell'impatto.
C'avevi ragione, prof. C'avevi pienamente ragione.
Non sono brava a nascondere le mie emozioni, sia che siano belle, sia che siano brutte: felicità, incazzatura, eccitazione, tristezza, repulsione, euforia, imbarazzo.
Non ne sono affatto capace, e questa non è una cosa che si può imparare a scuola: a dire il vero non è una cosa che si può imparare punto e basta, o ci nasci trasparente, o puoi fare ben poco per esserlo.
E ti dico che essere trasparenti non è facile, caro prof, per niente, e forse me lo accennasti in quell'occasione, che per quanto possa essere un bene, c'è anche un lato della medaglia un po' più fastidioso e subdolo.
E' un casino avere gli occhi come specchio dell'anima, ma davvero un gran casino.
Eppure, sai che ti dico?
E' un casino che mi piace, anche se a volte faccio ancora fatica a gestirlo.
Ed è un casino che piace, soprattutto alle anime indifese e sincere come la mia, che ormai sono ben poche: la profondità dell'anima non è più di moda, ormai da un po' di anni, e mi sembra che più si va avanti col tempo, più diventi una cosa totalmente obsoleta.
Sono passati 11 anni da quel momento, e ti posso dire che sì, sono cresciuta e sono cambiata: mi hai conosciuto che ero una ragazzina timida ed impacciata nei confronti della vita, ed ora sono una donna, ancora timida ed impacciata, un sacco, ma con un bagaglio di consapevolezze così enorme per la mia giovane età da fare spavento e da avermi arricchito un sacco.
Mi piacerebbe raccontarti tutto quello che mi è successo negli ultimi tre anni (perchè mi ricordo che ti vidi a scuola, per caso, tre anni fa, quando ci ero entrata di passaggio per sbrigare una faccenda), sia umanamente che emotivamente, ma ormai non posso più.
Diciamo che forse avrei dovuto salvarmi il tuo indirizzo mail nei contatti e spedirti qualcuna delle bozze dei miei pensieri: fu l'ultima cosa che mi chiedesti quando ci vedemmo.
Ma poi mi sono vergognata un po', perchè la soggezione me la trasmettevi lo stesso, nonostante gli ormai anni di conoscenza ed il bel rapporto che si era instaurato.
Quindi, eccoci qua, caro prof, con io che continuo a scrivere come una pazza, e tu che sicuramente hai amato la libertà di anima fino al tuo ultimo minuto su sta terra, perchè tu quello avevi dentro: la libertà pura, in tutte le sue forme.
E la vuoi sapere una cosa?
Continuo a pensare che il mio nome non sia bello, su questo mi dispiace deluderti.
Ciao, professore.
Ovunque tu sia ora.
X.
21 Febbraio 2020.
Ho letto Il Piccolo Principe un sacco di volte, tanto da entrare di diritto nella lista dei miei libri preferiti (se non IL preferito), e per quante volte l’ho riletto, c’è una parte che non riuscivo davvero a comprendere perché fosse così tanto emotiva.
E’ la parte dei tramonti, il frammento in cui Exupery racconta di come il Piccolo Principe se ne sta incantato a guardarli tutti, prendendo il suo sgabellino, sul suo Asteroide B612: li guardava dal primo all’ultimo, tutti e quarantatré, ogni giorno, e leggendo quella parte, non ho mai capito quanto fosse poetica.
Per lo meno, non fino a quando è capitato anche a me.
Mi trovavo al Parco Degli Acquedotti, un paio di settimane fa.
Ci ero arrivata dopo un vagare interminabile ed una giornata passata a macinare chilometri.
Non mi ero nemmeno resa conto che fosse già l’ora del tramonto: la mia testa era piena di pensieri che facevano decisamente troppo rumore, e non era il caso, non in quel momento, non in quella circostanza.
Ho varcato la soglia dell’entrata al parco, leggermente infreddolita, musica soft nelle orecchie, e mi sono seduta su una panchina ad aspettare che il flusso dei pensieri riprendesse una logica ragionevole, o quanto meno si placasse un pochino.
Quando ho alzato lo sguardo verso il cielo, in quel preciso istante, ho improvvisamente capito la poesia di un tramonto.
Si sa che i tramonti sono poetici per eccellenza, e spesso vengono abbinati all’amore, ma per me non è stato così.
Mi sono sentita proprio come il Piccolo Principe.
“Per molto tempo tu non avevi avuto per distrazione che la dolcezza dei tramonti”.
Incantata, persa a guardare quel cielo che da azzurro stava diventando incandescente tutto d’un botto, esplodendo in una palette di colori così assurda da sembrare innaturale.
I tramonti sono magici.
I tramonti ti fanno venire voglia di riflettere su ciò che più desideri, e sono quasi peggio delle stelle cadenti: nel momento esatto in cui il cielo prende fuoco diventando arancione, ecco che anche i tuoi desideri prendono fuoco con lui.
E non te ne frega se si avvereranno o meno: in quel momento ti importa solo di saperli bruciare dentro di te, come quel tramonto davanti ai tuoi occhi, come una fiamma che ti tiene in vita.
X.
17 Febbraio 2020.
Esiste una leggenda giapponese che narra dell’esistenza di un fil rouge in grado di legare indissolubilmente due persone destinate ad appartenersi, indipendentemente dalla distanza fisica, dagli ostacoli, dal ceto sociale.
Viene solitamente rappresentato come un lungo e sottile filo rosso che collega le due persone in questione da mignolo a mignolo, ed è un filo che non si può spezzare, che può attorcigliarsi all’infinito, ma che prima o poi si scioglierà ad entrambe le estremità.
Voi credete che possa esistere una cosa simile?
Personalmente, io sì.
Credo fermamente che ci siano delle persone in questo mondo più propense di altre a legarsi tra di loro, senza forzature di conoscenza o molte parole, semplicemente per una connessione di anime, di auree.
Purtroppo, però, non sempre le persone destinate a legarsi fra loro trovano una strada facile da seguire: molto spesso la strada è tortuosa, se non quasi impossibile di primo acchito. E non è nemmeno detto che alla fine riescano ad appartenersi fisicamente: se così fosse, sarebbe tutto rose e fiori, e la vita diventerebbe pressoché una bellissima fiaba.
A volte, questi fili fanno dei giri assurdi, si incontrano, si incrociano, si sfiorano, si attorcigliano, si distanziano, si annodano, si snodano, e prima o poi si ricongiungono.
Non è un evento che possiamo controllare, né prevedere: la percezione del fil rouge avviene spontaneamente, spesso con chi ci sembra più improbabile, spesso con chi sta fisicamente ad una distanza siderale dalla nostra.
Ma è una cosa bellissima.
Forse dovremmo imparare a lasciarci andare e credere un po’ di più nella magia di un attimo sospeso nel nulla, credere che quel “nulla” può diventare una realtà, e quell’ “attimo” un tempo indefinito.
Forse dovremmo solo credere un po’ di più in noi stessi e nei piccoli miracoli che la vita ci offre, in quelle opportunità da cogliere al volo, perché possono non ricapitare mai più: solo così, forse, possiamo trovare l’altro capo del fil rouge.
X.