Berlin. Trenta anni dopo.
Arrivai per la prima volta in questa città trenta anni fa. C’era il Muro ed ero con amici. Adesso non c’è più il Muro e non ci sono più neanche gli amici. Pare sia normale che, nel corso di mezza vita, cadano i muri e che si perdano gli amici.
A quel tempo tipiche erano le cosidette Kneipe, equivalente più triste dei pubs inglesi, ovvero bar dove l’alcol di terza scelta era il solvente e la nicotina il più forte coagulante. È la città delle alchimie, solve et coagula, polveri, cucchiaini e limone alle fermate dell’U-Bahn, che tanto lustro dettero a questo alveare di api reiette. Perché a Berlino vivono per lo più gli scarti dell’Ovest industrioso; gli artisti, i fuoriusciti dall’industria pesante, i politici da quattro soldi e tutte le sottocaste improduttive da sempre hanno trovato qua la riserva ottimale. Dopo qualche mese di soggiorno, trovai una ragazza, figlia di un industriale di Dortmund, amante del violino e dell’uccello. Al terzo appuntamento mi chiese se avessi voluto prendere qualche lezione di violino. Ero stato un intermezzo poco esotico (erotico) in un pentagramma di etnie miste. Sì, perché in questo mix di sottoculture e emarginazioni, si uniscono qui immigrati stanziali a nomadi da ogni dove.
Oggi le Kneipe sono quasi sparite, sono rimaste come unici posti, ove è consentito fumare, gli avventori sono sempre più vecchi ed il solo passarci davanti ti rende triste.
La sostituzione è avvenuta comunque con fiorenti attività di specialità levantine, rotoli di bestie girano interrottamente giorno e notte a colare i grassi e le baklava al pistacchio sono ad ogni angolo.
Negozi alla moda dai nomi italioti rendono grazie alla nostra penisola di sarti e creativi. Per il resto ci sono i cinesi travestiti da vietnamiti e i mercati delle pulci gestiti dai polacchi della Bassa Slesia.
Giovani americani e turisti improvvisati girano ubriachi a metà pomeriggio per quartieri che erano territorio minato, le bande dei turchi con le barbe curate vigilano discreti su questi infedeli, funzionali solo alla buona riuscita dei loro affari.
Ho girato tutto il giorno, prendendo taxi, bus e metro, origliando dialetti ed idiomi, mangiando cibi speziati e bevendo tè come se fossi un berbero in mezzo al deserto. A piedi ho solcato strade con avanzi di verdure e detriti di ogni tipo. Passo accanto alle persone e mi chiedo circa la loro vita. Due amiche stanno ridendo in mezzo alla via, malgrado la pioggia. Quali sono i loro progetti, quanto tempo ancora rimane? Ed ogni soggetto che incontro mi rende curioso. Sembra che la parola giusta da usare in questi casi sia “compassione”, ma non vorrei prendere derive che non mi appartengono.
Rientro così in questo hotel lussuoso, perché questa volta avevo bisogno di ordine e pulizia ed allora mi sono lasciato suggerire dall’applicazione sul mio cellulare.
Perché nel 1989 soggiornai prima all’ostello, poi da un fornaio drogato che mi subaffitto un pezzo di soffitta. A quel tempo non c’erano applicazioni ed il telefono era legato a dei fili.
Lascio le scarpe all’entrata della stanza, calzo le ciabatte da camera ed aspetto che questa nebbia si diradi e che questa palla in gola si sciolga.
Aspettando un’altra notte nella città delle alchimie, tanti anni dopo.
(Berlin 29/3/19)













