C'è un perché ogni anno festeggiare il compleanno (ormai sono passati molti giorni) diventa tanto piacevole quanto una perversione estrema che caracolla a braccetto con l'idea che dai 27 ai 29 non è, fondamentalmente, cambiato un cazzo e che tutta la storia del dirupo che aspetta tutti a 30 anni è una bufala, a 31 poi ti fai una sonora risata del manto di atarassia sotto la quale ti sei rifugiata in passato e dello xanax scroccato agli amici ma che, di tanto in tanto, continui a usare per sedare gli attacchi di panico ormai ampiamente sublimati nel bruxismo e nella sempre più limitata presenza di incisivi. Non ho mai capito perché scatta una sorta di ricatto biologico, sociale e culturale in cui siamo costretti a tirare le somme al giro dell'anno, il mai tanto insultato capodanno, quando dovremmo sputare l'immagine riflessa allo specchio nell'occasione del genetliaco che, se siamo abbastanza bravi da sopravvivere alla mancanza di like durante l'anno, capita una volta all'anno. Ma io non me la sento di fare un bilancio, non m'interessa farlo e quegli sprazzi di consapevolezza estrema che mi prendono sin dalle elementari sono stati ampiamente pagati cari dall'ansia, dalla pressione, dalla gastrite, dall'afasia e dai soldi lasciati allo psichiatra e se non ho mai compiuto atti estremi (sì, ma forse non con la giusta volontà) su falsariga di Meursault è solo perché, indipendentemente dallo schifo di sborra e sangue in cui grufola la razza umana, ho rispetto per la vita e, soprattutto, non sono Marcello Mastroianni. Probabilmente il compleanno dovrebbe rappresentare una finestra temporale in cui capiamo qualcosa in più, trascendiamo e bla bla cazzate varie e invece no, è stata una giornata esattamente uguale alle altre priva di catarsi perché, in fondo, l'epifanie nella vita si possono contare sulle dita di un uncino. Oggi, in treno, una signora la cui solitudine si poteva toccare con mano, ha asciugato per non dire stracciato il cazzo ai presenti, lanciato le ovaie di noi povere donne-angelo figlie di Asia (Argento) in un frantoio a ganasce, per più di tre ore di viaggio. Visto che sono una calamita per mentecatti/disagiati/molestatori ho imparato negli anni a fingermi sordomuta, perciò la scure è calata su un giovane colpevole di indossare la kippah e da lì sono partite delle domande degne di un servizio di Studio aperto. Probabilmente dentro la carrozza 5 non ero l'unica a voler prendere dalla zazzera grigia la donna e sbatterle la faccia per ore contro il muro del pianto un tempo conosciuto come finestrino. Ma nessuno di noi l'ha fatto. In primis perché non volevamo un epilogo melodrammatico à la Marco Prato, e poi tutti ci riflettevamo in quel lago di abbandono che si manifesta in una domanda fuori-luogo; in una osservazione indiscreta; nell'ossessivo tentativo di rintracciare le persone che avevano partecipato alla sua vita in qualità di guest star attraverso la sfibrante attività di digitare dei tasti a caso nella speranza di captare un segnale. Era difficile trattenere le risate o un semplice e umano gesto di violenza (il semplice fatto di avere permesso a internet di lasciare deflagrare le nostre nervosi attraverso gli status, come questo qui evitando ulteriori carceri affollate potrebbe essere una ragione sufficiente) ma rispondere alla veemenza con la gentilezza era assolutamente necessario. Il mio ruolo era quello della testimone lasciando che il male diffuso dall'ostracismo, dall'alienazione, potesse trovare la sua giusta collocazione, ma sono cazzate. L'unica certezza che ho del reale, della realtà di questi 31 anni, è il senso di smarrimento che mi accomuna alla rompipalle del treno, ed è radicato, chiaro, calmo e, forse, ha una connotazione spirituale e ci raccatta tutti senza distinzioni, mette assieme i pezzi in questo maelstrom di merda in cui viviamo perché siamo arrivati a immaginarci così bene la realtà, le emozioni e il dolore che si porta appresso da rifuggire pure a quelle simulate qui, su internet. E io non ho nessuna cura se non la speranza.