David Weiszfeld, the founder of Soundcharts, talks about his data analytics platform for the music industry. Think of it as a stock market tool, which allows you to see how well artists perform in different territories.
Soundcharts as a stock market tool... for artists.
Un’intervista a Sammy Andrews, a capo di Entertainment Intelligence, una società che fornisce strumenti alle etichette e agli artisti per analizzare i dati di ascolto musicali.
Ci racconta 10 osservazioni sull’uso e l’ascolto delle playlist.
Qui l’intervista: http://musically.com/2016/08/23/10-things-you-need-to-know-about-streaming-playlist-data/
L’audio streaming guadagna terreno sul video streaming
Spotify rosicchia la supremazia di YouTube in merito allo streaming musicale. Se finora il canale video è stata la piattaforma preferita dalla maggioranza degli ascoltatori, quest’anno è avvenuto il sorpasso a favore delle piattaforme di audio.
Articolo e grafici nell’approfondimento di Music Business Worldwide:
Chi sono i fan della musica? Rispetto a qualche anno o decennio fa, la musica è diventata meno importante per le persone?
Che rapporto abbiamo con la Musica?
Vevo, la piattaforma di intrattenimento e music video, si è fatta le stesse domande, fondamentali per il suo business e per comprendere come rapportarsi al meglio con la propria audience.
E dunque, durante il 2015 Vevo ha studiato approfonditamente il rapporto con la musica dei Millennials - i giovani tra i 18 e i 34 anni. Grazie a interviste e questionari, sono stati coinvolti oltre 2000 Millennials statunitensi.
Il risultato è riassunto nel VEVO Music Fan Report 2015, un documento colorato che ci rassicura sull’amore verso la musica: il 58% dei partecipanti allo studio infatti afferma di essere un appassionato di musica.
Non tutti però consumiamo musica allo stesso modo. Vevo ha individuato 4 tipi ricorrenti di music fan:
Talent Scouts. è il gruppo all’avanguardia, costituito dalle persone che si considerano tastemakers. Prevalentemente uomini 25-34, considerano la musica come una moneta sociale, grazie alla condivisione di opinioni e all’essere i primi a far circolare qualcosa. Sono disposti a pagare di più per avere esperienze premium e amano dotarsi della migliore tecnologia per usufruirne al meglio. Hanno interessi musicali vasti, spaziando dall’elettronica, al pop, all’R&B, all’alternative. Secondo Vevo rappresentano il 14% della torta.
Front Row Fans. questa tribù si focalizza sulla propria comunità e guarda alla musica come riflesso della cultura pop e come un mezzo per condividere e partecipare alla comunità, sia faccia a faccia sia attraverso i social. Questo gruppo rappresenta il 10% del totale, è costituito da studentesse suburbane di età compresa tra 18-24 e influenzate da rock, pop e country.
Crowdsurfers. è la tribù dell’intrattenimento always-on. Tv, giochi, video e soprattutto musica tutto il giorno, ascoltata da piattaforme diverse, sia a lavoro sia a casa. Si tratterebbe di giovani famiglie urbane tra i 25 e i 34 anni che preferiscono Latino, Hip Hop, Dance e Indie Pop e che usano le Recommendations per trovare contenuti di interesse. Il loro consumo di contenuti di intrattenimento e musicali è notevole, anche se spesso la musica ha ruolo di accompagnamento, di sottofondo. Secondo Vevo sono il gruppo più numeroso, con il 21% della torta.
Soloists. è un gruppo ben distinto, costituito prevalentemente da single indipendenti tra i 18 e i 24 anni, che stabiliscono una connessione emotiva profonda e personale con la musica che amano. Per natura tendono ad essere più solitari, e investono molto nell’artista che amano o per individuare il significato profondo della musica che creano. Sono meno influenzati dai pari e dalla cultura pop e hanno un vorace appetito per contenuti personalizzati e per esperienza uniche con gli artisti che amano. Costituiscono il 13% del totale.
Comprendere la relazione con la musica aiuta queste piattaforme a creare servizi sempre più vicini alle preferenze di ciascuno di noi, perché oggi più che mai one fits all non è più valido.
Vevo ha messo a disposizione un brevissimo questionario: poche domande per capire a quale tribù apparteniamo.
Io l’ho fatto: ci ha preso in pieno :)
Per chi vuole provare: link del Vevo Music Fan Quiz
At times in 2015, Music Ally felt like a grouch when surveying music/tech startups – usually at the sight of the latest ‘Instagram / WhatsApp for music’ app
La lista delle 20 novità più interessanti del 2016 nel campo Music Tech.
Alcune start-up cercano di affrontare temi già noti e spesso infelici (per le sorti di chi ci ha provato), come ad esempio la creazione collaborativa di musica o la composizione assistita oppure l’aggregatore unico di tutti i canali social dell’artista.
Ci sono poi startup che abbracciano il mutato linguaggio contemporaneo, proponendo realtà virtuale e alfabeto in emoji.
Infine, c’è anche Crowdmix, la startup che mi ha ospitato negli ultimi mesi e che cerca di collegare socializzazione e musica, mettendo insieme artisti e persone.
A tutte e 20 le startup faccio un grandissimo in bocca al lupo, perché nel settore musicale c’è grande necessità di innovazione.
In a deal worth $450 million Pandora got a mid-sized ticketing company that brings in roughly 1/15th of its revenue.
E mentre Spotify ci intrattiene con classifiche varie generate dai dati dei propri ascoltatori, Pandora ha appena concluso l’acquisizione di Ticketfly.
Grazie alla fusione, Pandora potrà rendere più fluido e immediato quel percorso che porta da una canzone al concerto. Inoltre, sulla piattaforma sono già stati sperimentati, con successo, audio messaggi da parte degli artisti per invitare i propri fan all’acquisto di biglietti.
Eppure i Rockin’1000 dovrebbero aver mostrato chiaramente che l’on-demand concert è un’opportunità da non sottovalutare.
La prima cosa da non fare al proprio blog: smettere di scrivere. Ecco, l’ho fatto nonostante mi fossi ripromessa di trovare il tempo di scrivere, sempre.
Non ci sono riuscita e chiedo scusa.
Sono passati mesi dall’ultimo post, mesi che ho trascorso a lavorare per una magnifica start-up di Londra di nome Crowdmix.
Di cosa si occupa Crowdmix? Nel loro sito crowdmix.me c’è una veloce spiegazione. Una nuova piattaforma social interamente dedicata alla musica. Ho potuto lavorare nel team di ricerca e di progettazione della piattaforma, un’esperienza eccezionale.
Un prodotto che è una bomba, non vedo l’ora che arrivi sul mercato, non vedo l’ora di usarlo io stessa :)
Il debutto di Apple Music ha rinforzato il nuovo servizio di radio globale 24x7, con DJ di fama mondiale ad allietare le trasmissioni e la curation.
Un appassionato programmer di Nitrous - Callum Jones - ha raccolto e analizzato ogni singolo pezzo trasmesso da Beats 1 nel mese di luglio. Per l’esattezza, ben 12.000 brani.
L’articolo contiene la sintesi della sua analisi e l’abbozzo di una riflessione di fondo: una stazione radio globale non può accontentare tutti. Apple Music ha già in programma l’ampliamento del numero di emittenti.
La questione lasciata in sospeso, invece, riguarda il ruolo della Discovery. Scoprire nuova musica è divertente, per alcune tipologie di ascoltatori è appagante e distintivo, per la massa di artisti e di musica disponibile è un’esigenza.
Sebbene sia corretto pensare che le sole macchine non siano in sufficienti a farci scoprire musica nuova, affidare la curation umana al modello radiofonico è la strada giusta?
L'evoluzione della musica dal vivo dal 2002 a oggi nei numeri degli annuari della SIAE: un riassunto
Una analisi storica fatta da Rockit sulla base dei dati ufficiali di vendita, sia dei biglietti sia degli extra come bevande e alimenti, pubblicati da SIAE.
Dal 2002 ad oggi, anzi, al 2014, come è cambiato il prezzo del biglietto di un concerto e come sono andate in generale le vendite dell’intrattenimento live in Italia.
Qualche curiosità? L’anno con più ingressi il 2013, l’anno con più concerti il 2010.
Buona carrellata tra le infografiche di Rockit-Siae.
Biglietti esauriti: non si può vincere contro i Bots
Bagarini in strada, bagarini digitali. Creature odiose, eppure vincono loro.
Quante volte non siamo riusciti ad acquistare i biglietti per un concerto atteso? Quante volte, puntuali al computer e con carta di credito in mano, ci siamo tristemente rassegnati davanti al bollino rosso del non disponibile?
Impossibile vincere contro chi vuole speculare sui concerti.
Oggi un bagarino può facilmente acquistare i biglietti grazie ai Ticket Bots, specifici software creati per comprare masse di biglietti alla velocità della luce.
I Ticket Bots sono studiati per sfruttare al meglio i vari rivenditori, con versioni ottimizzate per TicketMaster, per TicketOne, per AXS e simili.
A questo link, per esempio, si trova una lista di Bots per acquistare ovunque nel mondo, battendo sul tempo qualsiasi essere umano. Il costo è alla portata di tutti, si va dai 1000 dollari per TicketOne al pacchetto da oltre 3000$ per TicketMaster.
In questo sito, invece, abili freelance sono ingaggiati proprio per sviluppare i ticket bots.
Una volta acquistati i biglietti, questi vengono messi in vendita sui circuiti secondari, come Viagogo o StubHub o SeatWave, con prezzi gonfiati.
Tutto alla luce del sole, tutto legale. Sembra incredibile!
Sebbene in Usa e Uk ci siano dei tentativi legislativi per porre rimedio a questo tipo di frode, ancora non esistono leggi che possano proteggerci.
Il fenomeno è diffusissimo e odiato dai fan quanto dagli artisti, un po’ meno da chi vende ufficialmente i biglietti. Perché nel loro caso, comunque, il business non viene intaccato.
Reg Walkner, esperto UK in frodi legate al ticketing, analizza il fenomeno da oltre 16 anni. Afferma che nell’ultimo anno, dove ha investigato su 120.000 biglietti di concerti ad alta richiesta, circa il 30% delle vendite siano andate ai bagarini. (fonte: thisismoney.co.uk)
In un articolo del 2013, il New York Times accusa TicketMaster di tollerare la pratica dei bots e sostiene che il 60% delle sue vendite vada proprio ai sistemi computerizzati. Secondo il NYTimes il comportamento compiacente viene messo in atto rallentando i bots, invece di bloccarli.
D’altra parte, proprio il rivenditore ufficiale in alcuni casi ha una posizione ambigua: TicketMaster è una proprietà Live Nation, che possiede anche TicketsNow e Get Me In, due piattaforme per la vendita secondaria dei biglietti.
Secondo i circuiti secondari, la maggior parte dei biglietti messi in vendita sulle loro piattaforme proverrebbero dagli sponsor, dai fan club e dai corporate ticket indesiderati. Le vendite dei bagarini costituirebbero una percentuale esigua.
In questo far west a rimetterci sono soprattutto i fan: Jim Glancy, promoter indipendente di New York, racconta che spesso ci sono concerti sold-out con il 20% di no-show ma persone ai cancelli desiderose di entrare.
Gli artisti, che non guadagnano dalla maggiorazione di prezzo dei biglietti, sperimentano in cerca di soluzioni:
i Foo Fighters a fine 2014 hanno venduto i loro biglietti solo nei box office fisici. Una scelta retrò per evitare che i computer assaltassero i loro ticket.
i Bon Jovi nell’ultimo tour hanno proposto biglietti dal prezzo elevato (175$). Secondo un articolo di Billboard sul bagarinaggio, il prezzo alto scoraggia i bagarini perché abbassa i loro margini
gli U2, per il tour 2015, hanno subordinato la vendita in anteprima dei biglietti con il pagamento dell’abbonamento al fan club
Ancora una volta, soluzioni che rovesciano i costi sulle spalle dei fan.
C’è una soluzione equa?
Perché non si rende illegale l’acquisto con i bots?
Perché non si permette alla venue o all’organizzatore di riprendersi un biglietto indesiderato?
Perché non si costringono i circuiti secondari a vendere i biglietti al prezzo ufficiale?
Paul Lamere lo spiega con un affollatissimo e attesissimo speech al SXSW 2015.
Una carrellata di dati e di insight derivati dall’osservazione del comportamento d’ascolto di Spotify. Una cosa del genere non era mai stata possibile prima d’ora: gli unici dati disponibili riguardavano le vendite.
Adesso, grazie ai maghi - umani e artificiali - dei dati, è possibile comprendere i momenti della giornata in relazione alla musica, identificare le influenze del contesto, le variazioni locali, di genere e di età.
Ad esempio, in un anno un 55enne ascolta meno artisti di una teenager, ma entrambi si attesteranno sullo stesso numero di brani messi in play.
Qui l’articolo di sintesi dell’intervento: https://insights.spotify.com/us/2015/03/17/how-we-listen-sxsw-2015/
E qui la presentazione dettagliata con numeri e fonti: http://static.echonest.com/talks/sxsw2015/
C’è crisi, l’industria musicale piange e gli artisti si disperano per i ricavi perduti. Però gli incassi dai concerti crescono.
A livello mondiale c’è un colosso chiamato Live Nation, che sponsorizza, organizza e promuove eventi vendendone i biglietti (grazie all’acquisto di TicketMaster avvenuto nel 2010).
Nel 2012 Live Nation ha organizzato quasi 22mila concerti in tutto il mondo: prenderla come indicatore di un intero settore non è corretto, ma può fornire spunti sui trend in atto.
Sempre nel 2012 Live Nation ha coinvolto circa 49 milioni di spettatori per i suoi 22mila concerti, con entrate pari a 3,8 miliardi di $.
In un’analisi di Statista, dal 2008 al 2014, vediamo le entrate di Live Nation crescere costantemente, con unica lieve flessione nel 2010/2011, fino ai 4.73 miliardi di $ del 2014.
Per quanto riguarda il 2015, ad aprile Live Nation dichiara di aver già venduto metà di tutti i biglietti in programma per l’anno in corso.
La crescita di fatturato non equivale automaticamente ai guadagni: grandi eventi implicano grandi produzioni, spesso molto costose e che mettono a rischio i ricavi. D’altra parte i festival e i grandi eventi richiamano fiumi di spettatori e molto spesso li si preferisce alle arene o location più intime.
Il business del ticketing, la vendita e la ri-vendita dei biglietti, va a gonfie vele, con un +11% di entrate e guadagni a +25%.
E in Italia i concerti stanno bene?
In Italia ce lo confermano i dati pubblicati da Assomusica, l’associazione di categoria degli organizzatori e dei produttori di spettacoli live, con una fotografia più che positiva del 2014 e previsioni altrettanto rosee per il 2015.
Nel 2104 gli incassi dei concerti crescono del 6,2% con un introito complessivo di 221,3 milioni € e gli spettatori aumentano del 5,1%, per un totale di 6,1 milioni.
In tutta Italia l’anno scorso sono stati organizzati 3664 spettacoli a pagamento, con un incremento rispetto al 2013 del 25,9%.
Il settore impiega oltre 400mila addetti ed è capace di generare economia sul territorio: molto spesso gli eventi medio-grandi richiamano pubblico da tutta Italia, contribuendo al business del trasporto, alberghiero e dei ristoratori.
E’ un settore però penalizzato dalla burocrazia e da una legislazione poco aggiornata, che distingue i vari tipi di musica/evento imponendo tassazioni diverse.
Sebbene la legislazione e l’industria si cristallizzino sulle differenze tra musica registrata, distribuita o eseguita live, per le persone l’esperienza musicale è un insieme. Si ascolta e si vive l’artista in varie forme - brano, video, lyrics, foto, autografo, concerto, notizia, gadget.
In un momento storico nel quale si affermano le esperienze al posto dei prodotti e nel quale le aziende che adottano il punto di vista dei clienti sono premiate con il successo e con ricavi più alti, anche l’industria musicale dovrebbe abbandonare il protezionismo cieco e iniziare a pensare/progettare in modalità human-centered. Gli artisti stessi dovrebbero iniziare a concepire la propria arte non come un insieme di prodotti, ma come un sistema dove successo e ricavi possono essere modulati e variare sulla base dell’esperienza offerta al proprio pubblico e ai propri fan.
E porsi una domanda: le persone vengono al concerto per l’esperienza. Tutto quello che si può vendere è la sola performance e qualche gadget? Non c’è niente che possa arricchire l’esperienza del live?
Quanti artisti/etichette si lamentano ogni secondo dei bassi compensi provenienti dallo streaming? Non ho trovato l’infografica, ma di sicuro sono tanti!
Quanto è noiosa questa polemica? Tanto! Perché è miope rispetto al punto di vista complessivo dell’industria.
Se si osserva il sistema - oggi sarebbe meglio definirlo ‘ecosistema’ - musicale con gli occhi del pubblico che cosa vediamo?
Vediamo Musica creata da Artisti (band, solisti, performer, dj ecc.) che viene fruita in vari momenti e in varie modalità.
Per il pubblico l’esperienza musicale è unica e fluida e si costituisce di:
ascolto di un brano
ascolto di un live registrato
acquisto di un brano o disco
lettura delle lyrics e delle traduzioni
partecipazione ad un concerto (con relativo acquisto del biglietto)
visualizzazione di video, ufficiali e non, di un brano o di un live
acquisto di gadegt e merchandise
interazione con l’artista sui canali digitali: iscrizione al fan club o alla newsletter, like, commenti, post e taggatura, condivisione ecc.
ricerca e condivisione di recensioni e suggerimenti, da amici e dagli influencer
lettura di novità, gossip e ogni altro tipo di notizia relativa all’artista
interazione diretta con l’artista nel mondo fisico, attraverso concorsi, meet & greet, backstage special, firmacopie ecc.
Queste varie attività fanno capo al bisogno di connessione emotiva e sociale che ricerchiamo nella musica. Ascoltiamo musica per sentirci in un determinato stato, per identificarci, per socializzare, per curiosità e voglia di esplorare.
Le esigenze fondamentali rispetto alla musica rimangono costanti, mentre variano nel tempo le modalità di fruizione, le tecnologie abilitanti e la catena del valore. Come avviene in ogni altro settore di business.
Se dunque oggi è possibile alternare accesso e possesso, è possibile fruire tramite supporto e con esperienza live, è possibile connettersi con l’artista in svariate modalità digitali e tradizionali, perché l’industria continua a concentrarsi sulla discografia e perché gli artisti paragonano ancora il loro valore con la vendita di dischi?
L’artista, oggi, ha molte più possibilità rispetto a qualche decennio fa di distribuire e guadagnare dalla propria musica.
Può fare concerti, vendere gadget e merchandise, siglare contratti di sponsorizzazione e co-marketing, incassare i diritti delle proprie opere, può guadagnare dalle sincronizzazioni cioè dal permettere l’uso della propria musica nei film, negli spot, nei videogame ecc., può vendere dischi e musica su vari supporti, può guadagnare dai fan con le iscrizioni al fan club e in tanti altri modi.
Quindi, la polemica sui bassi compensi relativi al passaggio streaming che obiettivo ha?
Perché l’artista invece non rende trasparente tutto l’ecosistema e i guadagni derivanti da ogni tipo di fonte di guadagno?
I profitti complessivi si sono erosi?
Quali punti della filiera sono quelli critici?
Quali opportunità possono essere sfruttate grazie al digitale per superare posizioni ostacolanti o con negoziazione eccessivamente sfavorevole?
Sono convinta che molto spesso l’artista non si preoccupi dell’ecosistema nel quale opera. Convinto che fare musica sia arrivare alla firma di un contratto discografico e realizzare un disco. Non più. Oggi l’artista lavora prima di tutto con se stesso e con la musica, vendendo prodotti e servizi molteplici.
Il valore dell’industria musicale non è quello dell’industria discografica. E’ la somma dell’industria del live, delle sincronizzazioni, dei diritti, dell’acquisto, delle sottoscrizioni, del merchandise e del business legato al fandom.
Il 2015 è iniziato con una bella ventata di novità nell’industria musicale italiana. No no, Sanremo e Amici (purtroppo) sono ancora lì, ma qualcosa si sta muovendo sul fronte indipendente e sulla consapevolezza di nuovi strumenti.
Anche in Italia inizia ad esserci attenzione sul tema dell’imprenditorialità musicale, della visibilità resa possibile dal digitale, dell’esistenza di nuovi modelli di business oltre la casa discografica e della gestione mirata dei propri diritti.
Una serie di argomenti che si focalizzano su un pilastro: l’artista non è più solo il musicista, ma deve diventare imprenditore. Deve essere alla guida di un’azienda il cui prodotto è sia la sua musica e le emozioni che questa suscita sia se stesso.
E come ogni bravo imprenditore non può solo concentrarsi sulla creazione del prodotto (fare musica), ma deve iniziare a considerare tutti gli altri aspetti che rendono un business redditizio.
Questo non significa fare tutto da solo e tutto in casa... Significa però avere le basi di conoscenza utili a comprendere le dinamiche del mercato, gli strumenti a disposizione, come entrare in contatto con l’audience, come mantenere una relazione virtuosa con i fan.
Vuol dire essere preparati e competenti, in modo da evitare ingenuità e fregature e soprattutto essere in grado di delegare e affidare i lavori a professionisti (o anche amici) capaci.
Ecco alcuni punti di partenza per maturare questa nuova conoscenza del mercato musicale allargato:
MusicRaiser: è un sistema tutto italiano di crowdfunding musicale. Lo staff ti aiuta a costruire una campagna per raccogliere i fondi, fornendoti la consulenza per individuare la comunicazione più adatta sui social e sul digitale in generale.
Musicraft: anche loro italianissimi, organizzano un master di self-management musicale. Qui l’artista impara a promuoversi, a definire una propria identità e un rapporto con i fan, a sfruttare le opportunità di strumenti come YouTube, Instagram, Twitter, a sapersi muovere nel mondo grigio dei diritti e delle edizioni, a comprendere la distribuzione fisica e digitale, l’approccio al live e molto altro (programma completo qui). Da poco è iniziata la prima edizione, gettonatissima.
Santeria Milano: locale milanese attivo anche nella produzione musicale e di eventi, ha un ruolo fondamentale in città nella diffusione della cultura legata all’industria musicale. In programma fin da inizio anno: un ciclo di panel con i maggiori attori della filiera musicale sui temi dell’innovazione e della semplificazione; un corso di tre mesi su marketing, management e comunicazione della musica; workshop di approfondimento (il prossimo sarà l’11 aprile su digital music marketing).
Quindi, è ora di studiare, perché come dice giustamente Musicraft:
“La musica è un lavoro! Se vuoi che ti dia da vivere non basta saperla suonare”
E' il boom del digitale, dello streaming, del cambio di paradigma dal possesso all'acceso. Eppure c'è ancora chi sogna nel proprio negozio di dischi.
Lui è Salvatore, proprietario unico di un negozio in una città di medie dimensioni. La sua storia di imprenditore inizia grazie alla passione per la musica. Quando il precedente proprietario si ritira, lui si propone, senza esperienza e senza sicurezze, motivato dall'importanza che la musica ha nella sua vita. Vorace ascoltatore, sostenitore, acquirente, fan, frequentatore di concerti.
(photo credits: Musica e Ricordi, Aosta, di Salvatore Nasso)
Così da 18 anni Tore porta avanti la sua avventura: un negozio di musica, indipendente, che si crea il proprio spazio nonostante la città di provincia non costituisca un terreno fertile.
"Tanti anni fa, venire in un negozio di musica e comprare dischi, era la festa, la coccola alla propria anima, la gita speciale della domenica. Mi ricordo ancora le persone che arrivavano dalle altre città, magari anche da Torino, con le idee chiare sull'acquisto. Venivano, compravano ed erano felici, anche se non navigavano nell'oro".
Comprare un disco è un atto di sensibilità. Si fa per stare bene, per addomesticare un'inquietudine, per trovare energia, perché si crede in quello che l'artista rappresenta, perché ci si rivede in quell'artista e in quelle parole, perché si vuole ascoltare quella nuova musica all'infinito. Perché si vuole entrare in sintonia con qualcosa di bello.
"Prima nessuno commentava il prezzo di un disco", continua Tore ricordando come si è evoluta la percezione della musica. "Oggi, capita spesso di sentire lamentele, richieste di sconto, malcontento, anche da chi può spendere". Nel tempo alcuni hanno perso la sensibilità verso la musica e hanno difficoltà nel riconoscerle il valore che merita.
Per fortuna, continua Tore, i clienti ci sono comunque: "Nonostante la musica fluida - il digitale - chi ama la musica continua a comprare". Chi è un fan, acquista il disco, anche se ha già ascoltato tutto in streaming. E anche se poi lo continuerà ad ascoltare in streaming.
L'acquisto si è trasformato: non è più lo strumento per ascoltare, ma un souvenir, un oggetto di possesso che richiama l'esperienza e ne arricchisce e approfondisce il ricordo.
Contrariamente a quello che si può pensare, Tore non ha paura del digitale. Lo ritiene d'aiuto sotto molti punti di vista e soprattutto, ha notato che, negli anni, chi si era allontanato, magari abbagliato da Napster e simili, alla fine è ritornato ad acquistare l'oggetto fisico.
"Sembra incredibile, ma qui in negozio arrivano teen a comprare il disco di Fedez. Sono ragazzi giovanissimi, magari non sanno nemmeno cosa sia un vinile o un cd, eppure vengono a spendere quei pochi soldi che hanno per il disco".
Il digitale è utilissimo, perché ha eliminato le barriere d'ingresso: oggi chiunque può produrre musica in autonomia e grazie agli strumenti digitali chiunque con talento è in grado di crearsi un proprio seguito. Secondo Tore, infatti, il maggior pregio del digitale è proprio quello di aiutare gli emergenti, offrendo più canali e più opportunità per farsi vedere, conoscere e crescere.
Sebbene sia più facile entrare nel mondo musicale, la barriera da superare rimane però sempre la stessa: finché non entri nel cuore delle persone, queste non ti attribuiranno sufficiente valore da giustificare 'il possesso'. Si accontenteranno dell'ascolto saltuario, distratto o in multitasking.
Nonostante la contrazione del mercato, per lui iniziato circa 5 anni fa, Tore è speranzoso: a suo avviso le vendite si stanno riprendendo, proprio grazie alle opportunità del digitale. "Quando ti piace un artista, non ti basta il solo ascolto. Vuoi di più, vuoi possederne un pezzo, vuoi fare parte di quell'energia. Per questo vanno così bene gli InStore e i live, proprio ora in una generazione abituata al digitale".
I dati di vendita sono in linea con le affermazioni di Salvatore: mercato Italia +4% nel 2014, digitale in grande crescita e che traina, ma oltre la metà dei ricavi arriva dalle vendite del fisico (62% fisico, 38% digitale, dati ufficiali Fimi-Gsk).
Vendere il prodotto fisico, però, ha alcune insidie nascoste: "se vendi dischi, tutto quello che le persone vedono dalla vetrina o entrando in negozio è solo una grande, gigantesca macchia di colori. Poco attraente. Poco invitante. Molto confusionario. Il prodotto disco è difficile da esporre e da usare come calamita all'ingresso in negozio". Tore da questo punto di vista è alla ricerca continua di spunti e idee di miglioramento: "Quando viaggio, entro sempre nei negozi di musica, per valutare come espongono i prodotti, cosa mettono in evidenza, cosa in vetrina... Poi per un periodo ho provato a fare gli eventi in concomitanza con le uscite discografiche, ma ho ottenuto polemiche dalla cittadinanza per via dell'apertura notturna!".
Poi qualche anno fa, Tore prova ad abbinare la vendita di oggetti. Oggetti in linea con la musica: prodotti costruiti in maniera artigianale da giovani artisti, realizzati con la massima qualità e tanto ingegno creativo. Stessi ingredienti di un disco. Grazie all'introduzione di questi nuovi prodotti, Tore si è reso conto di aver ampliato il numero dei clienti acquirenti di musica.
L'evoluzione della fruizione musicale e del nostro rapporto con la musica dovrebbe fare da traino anche al ripensamento dell'esperienza retail in store e dunque del prodotto stesso. Non tutti i negozi di dischi possono beneficiare della presenza in store dell'artista per un piccolo live e la firma degli autografi. Quali servizi possono essere messi a sistema per trasformare il prodotto musicale da macchia di colore a esperienza di valore?
Il ruolo del negoziante, già oggi punto di riferimento per la comunità degli acquirenti musicali e persona di fiducia per scoprire musica nuova, come può essere trasformato e potenziato con l'integrazione digitale?
E al posto di vendere un disco, composto da copertina e supporto, come potremmo ripensarlo, trasformandolo in un oggetto ibrido tra il fisico e il digitale in modo da soddisfare il bisogno di contatto tra artista e fan?
Prevedo un bel fiorire di retail music experience da definire e orchestrare.
Eh no… sembra proprio che a noi ladies la felpa non doni.
Io personalmente ne possiedo 4 o 5, ma non sono mai riuscita a comprarne una di qualche band che amo. Vendono sempre e solo modelli da uomo.
Si parla di merchandise, si! Merchandise musicale.
Appena posso, vado a vedere un concerto e sempre più spesso noto scene che si ripetono: il banchetto del merchandising ufficiale un po’ scarno che viene snobbato, gli abusivi fuori che esibiscono tutti gli stessi prodotti e tanti fan in cerca di qualcosa originale e carino, che spesso se ne vanno a mani vuote.
Da non addetta ai lavori, osservando il fenomeno, mi verrebbe da dire che c’è domanda e c’è voglia di acquistare merchandising che, purtroppo, rimane insoddisfatta e non si incontra con l’offerta.
Libri e web sono pieni di consigli pratici sugli oggetti da mettere in vendita, sui fornitori con la qualità migliore o sul giusto pricing.
Per un artista o una band, soprattutto agli esordi, non è facile investire nel merchandise. Si devono fare tanti compromessi: sugli oggetti, sui modelli, sui colori, sulle variazioni, sulle quantità. Tanti piccoli accorgimenti per presidiare la qualità e al tempo stesso ottimizzare la spesa.
È dunque corretto ascoltare i suggerimenti di chi ha fatto esperienza sul campo, ma voi band avete mai provato a chiedervi cosa vogliono i vostri fan e le persone che vengono ai vostri concerti?
Il legame che si instaura tra un artista e l’audience ha del magico, non a caso infatti tutte le volte che si sente parlare di community di un brand le parole sono accompagnate dalla solita immagine: una folla urlante ad un concerto. E non a caso i brand hanno fatto il loro ingresso sui social cercando Fan.
La connessione tra artista e audience è la metafora che il marketing digitale ha seguito da anni.
Quindi, assieme ai consigli pratici sul merchandising, perché non aggiungere anche l’approccio di progettazione delle esperienze digitali, centrato sulle persone?
Provate a ribaltare il punto di vista, sospendete per un attimo il calcolo delle spese, e iniziate a chiedervi chi è che viene ai vostri concerti. Perchè lo fa? Perché compra o non compra del merchandise?
Il punto di partenza è comprendere che tutti, dal più accanito all’occasionale, sono li’ ad un concerto per l’esperienza. Quell’energia, quell’atmosfera, quel legame magico che non si trova nel disco, nello streaming o altrove.
Se siete all’inizio sono lì per darvi supporto, per aiutarvi.
Se avete già una fan base, sono lì perché condividono il vostro modo di essere, perché si identificano.
In entrambi i casi, al centro ci siete voi e un po’ meno la grafica del vostro ultimo disco…
Rendete eccezionali i gadget cercando di legarli alle singole esperienze, trasformateli in preziosi ricordi di una bella serata, marchiati con il vostro nome e che rendano la persona felice di mostrarli agli amici.
Osservate il pubblico che vi viene a vedere: che età hanno, quanti uomini, quante donne? Le donne sono sempre trascurate quando si selezionano i prodotti per il merchandise. Molto spesso sarebbero ben felici di acquistare, ma non trovano quasi mai nulla appositamente disegnato per loro (tranne la solita canotta, che noia!).
Prima di scegliere i vostri prodotti, pensate al journey che fa la vostra audience, ai comportamenti principali messi in atto per venire a vedervi e alle motivazioni legate al supportare la band. Cosa c’è che oggi costituisce una criticità? Possiamo risolverla? Ci sono dei prodotti che si incastrano bene con la promozione della band e con i comportamenti abituali delle persone?
Poi, quando scegliete i prodotti da mettere in vendita, prima di decidere i dettagli, fate un benchmark: esplorate velocemente i grandi brand cosa producono e quali sono i trend per quel tipo di oggetto e di target.
Ma soprattutto, non sprecate le occasioni di contatto con la vostra audience e con i vostri fan: intervistateli, chiedete loro, osservateli, sottoponeteli questionari e sondaggi, fateli scegliere fra alternative…
In una parola: create del merchandise centrato sulle persone, i vostri fan.
É un approccio che vi permetterà di creare un legame ancora più forte con l’audience e che vi farà individuare dei prodotti originali e desiderati.
Non sapete cosa sia la progettazione dell’esperienza e l’approccio centrato sulle persone? É normale, voi siete degli artisti, ad ognuno il proprio mestiere. Vi basterà chiedere ad un amico UX o Service Designer in grado di fare user research, e sicuramente vi aiuterà con gioia!