Vita da nomade. Arrampicata senza confini, di Alice Hafer
originariamente apparso su theprojectmagazine.com. Seguite Alice e i suoi viaggi su Instagram e Facebook
Sei del mattino. Riesco a intravedere il rosa soffice dell’alba tra le palpebre socchiuse. Non mi serve la sveglia. Passo le giornate a sfiancare il corpo (e la mente), il che mi manda a letto presto. Prendo il notebook da sotto il cuscino. Il caffè fuma nella tazza ed io sono al lavoro.
Negli ultimi 15 mesi sono sempre stata in giro ad arrampicare, lavorando on the road. Certe persone prendono nota dei mesi che ancora mancano alla fine del mutuo, altre conteggiano l’età dei figli, altri ancora il numero di anni della macchina che guidano. Io tengo invece il conto del tempo che ho passato in movimento, senza dimora ed in transito.
Io sono il mio ufficio. Il notebook è la la mia casa. Io lavoro.
Dondolandomi gentilmente sull’amaca, erba umida che sfiora le dita dei piedi, cani che abbaiano in lontananza ed aria fresca della Bulgaria che entra ed esce dai polmoni.
Oppure seduta su un crashpad posato sopra la sabbia rossa del Sud Africa. Attacco il telefono alla presa di corrente sul retro della reception del campeggio e mi collego al wi-fi. Il notebook si spegne, viene buio e io mi sposto. Aspetto davanti al fuoco che le batterie si ricarichino nell’unica presa di corrente disponibile. Gli altri arrampicatori cuociono la cena sul braai (* una specie di barbecue africanom n.d.t.). Mi trasferisco sul divano sporco, molto amato dai cani. Scrivo e sistemo le foto mentre scende la notte.
Alice Hafer, Waterval Boven, Sudafrica. ph. Allister Fenton
Alice Hafer, Rocklands. Ph Bernie Theron
Alice Hafer, Photo Guy Mor
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @lanshansen
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @ladylockoff
Alice Hafer, New River Gorge, Ph. Records of Light
Alice Hafer, Waterval Boven, Sudafrica. ph. Allister Fenton
Mi hanno affibbiato molti epiteti: nomade, zingara, stracciona e dirt-bag; parole che restano sospese con un retrogusto amaro. Oppure domande tipo: Dove sei? Cosa stai facendo? Ma adesso vivi lì? Da dove vieni? Dove vivi? Col tempo le risposte hanno perso di significato. Mentre mi muovo da un posto all’altro, il luogo da cui provengo è solo un’idea, un ricordo sempre meno importante che alla fine diventa inutile. Le persone hanno bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi.
A quelli che hanno un lavoro dalle 9 alle 5 la mia vita sembra una vacanza. Ma dietro le belle foto c’è lo stress, il caos, l’inevitabile ansia dell’ignoto. Fare programmi è impossibile. Ho deciso di abbandonare i comfort molto tempo fa, dal momento che la vita è comunque imponderabile.
Niente Internet, essere costretti ad andare dovunque a piedi, dover guadare fiumi per trovare il segnale del telefono, aspettare ore che negozi o librerie aprano, perdere treni, perdere aerei, salire sugli alberi per trovare il segnale wifi, batterie che si scaricano, bagaglio troppo pensante, infortuni, soldi. Dover sempre trasportare tutto quello che possiedi. Non sapere dove dormirai. Non sapere come farai ad arrivare da qualsiasi parte. Imparare a lasciarsi tutto alle spalle. I sacrifici sono grandi ma forse così è la ricompensa.
Quando vivi in campeggio è persino difficile riuscire ad avere del tempo libero. Ti alzi presto, cammini fino all’Internet, rispondi alle email di lavoro, vai ad arrampicare, torni indietro, lavori un altro po’, prepari la cena, ri-cammini fino all’Internet, lavori per qualche ora, fai due chiacchere con gli amici e poi ti butti a dormire.
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @ladylockoff
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @lanshansen
Alice Hafer, Mt. Charleston. Photo @ladylockoff
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @lanshansen
Alice Hafer, Mt. Charleston. Photo @dumb_millennial
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @ladylockoff
Alice Hafer, Red Rocks. Photo @lanshansen
Sono seduta davanti al fuoco a chiaccherare con un altro arrampicatore. Gli argomenti generalmente sono sempre gli stessi: le imprese della giornata e i programmi per la mattina successiva. Ma non questa volta. La sua testa è abbassata ed indifferente. Si guarda le mani. “La caviglia mi fa male” dice, e sospira. “A me fa male tutto” rispondo. I quasi sette giorni filati di arrampicata si fanno sentire. Lui continua a guardare il fuoco, assente. Indulgere ai piaceri della vita può essere faticoso.
La mente umana è un abisso di sogni, speranze e pensieri. In ogni momento pensiamo o desideriamo qualcosa. Cambiamo in continuazione. Più a lungo viaggio più facilmente riesco a percepire i cambiamenti, e vedo come la mente passi davanti alla meraviglia e si fermi a riposare con l’ombra dell’insoddisfazione che già si solleva.
“Stai vivendo il tuo sogno” mi dicono. Anche se le giornate trascorrono in bellezza, piene di vita e di emozioni, mi accorgo che la vita stessa è semplicemente diventata qualcosa di più grande. Ogni momento è affollato di sostanza e di significato. Essere svegliati dai rintocchi del campanile, attraversare strette vie acciottolate, salutare il macellaio dietro al bancone. Comprare verdura fresca dal contadino e verificare gli orari di apertura di ogni negozio, per evitare di arrivare proprio durante la siesta.
Per gli estranei è una vacanza. Per il nomade è la normalità. Lo stimolo di qualcosa di nuovo. Anche se poi ogni nuovo scenario, sebbene ancora ricco di delizie, si trasformi in noia. Poi un giorno un pensiero quasi mistico appare: vedi la bellezza per come è in realtà, non avvolta da pensieri di “casa“. La bellezza è la vita. Il sogno è la vita. Una vita piena di meraviglie, si, ma anche di sfide, ferite, dolore e molto altro.
Vita da nomade Vita da nomade. Arrampicata senza confini, di Alice Hafer originariamente apparso su theprojectmagazine.com. Seguite Alice e i suoi viaggi su…