Storia e Arte
L’espressione di un’epoca dietro i bassorilievi del Duomo di Modena
L’Europa dopo l’anno Mille conosce un periodo di crescita economica: le invasioni degli Avari (gli antenati degli Ungheresi), dei Saraceni e dei Normanni hanno da tempo passato il loro apice e ciò ha portato ad una relativa stabilizzazione politica anche nel contesto italiano, da secoli al centro di dispute tra le grandi potenze dell’Alto Medioevo (Goti, Bizantini, Longobardi, Franchi). Nella zona della Pianura Padana, formalmente sotto il controllo del Sacro Romano Impero, ma dotata di una notevole autonomia politica ed economica, si costituisce il terreno perfetto per la nascita e lo sviluppo delle istituzioni comunali. Grazie agli aumenti della produzione agricola si verifica un parallelo aumento della popolazione europea e un conseguente ripopolamento delle città, cadute in rovina se non addirittura abbandonate dopo la caduta dell’Impero Romano. I Comuni, ora più ricchi e forti, danno un notevole impulso all’architettura con la costruzione di grandi edifici capaci di ricordare (anche se non eguagliare) lo splendore dell’antica Roma. Le numerose esperienze artistiche europee tra il Mille e la fine del XII secolo sono convenzionalmente definite romaniche (aggettivo coniato nell’Ottocento alludendo alla sua matrice romana e tardo antica). In Italia si divide principalmente tra romanico pugliese (concentrato nella zona tra Barletta e Bari), romanico toscano (tra Pisa, Lucca e Pistoia) e romanico lombardo-padano. Le varie differenze territoriali sono da imputare alla grande diversità culturale e all’assenza di un forte potere centrale, capace di dare una visione unitaria alle varie città.
Capolavoro dell’arte romanica è il Duomo di Modena. La sua costruzione venne innalzata a partire dal 1099 dall’architetto Lanfranco, attivo in area lombardo-padana tra il XI e il XII. La chiesa è dedicata a San Geminiano, patrono della città (è nota ancora oggi la storia secondo cui avrebbe chiesto a Dio di proteggere il centro abitato dalle orde degli Unni e che in risposta esso sia stato avvolto da una coltre di nebbia capace di nasconderlo e salvarlo). Sul luogo vi era già una precedente chiesa del VIII secolo e quella nuova venne inaugurata e consacrata ufficialmente nel 1184, anche se il cantiere chiuse definitivamente solo nel XV secolo. Il modello stilistico e strutturale riprende la chiesa di Sant’Ambrogio a Milano, ma ciò che la contraddistingue dalla maggior parte delle cattedrali è il rigore progettuale, dato dal fatto che ogni parte della costruzione è pensata e proporzionata in rapporto alle altre, grazie alla direzione di Lanfranco. Questo è uno dei pochi casi in cui ci è noto il nome dell’architetto, segno del forte lascito di questo uomo “insigne per ingegno, dotto ed esperto”.
Per le parti ornamentali ha collaborato lo scultore Wiligelmo, primo scultore romanico di rilevanza europea. Di probabile origine lombarda (l’alternativa è che provenisse dalla Germania), è attivo tra la fine del XI secolo e l’inizio del XII. La sua opera a Modena è attestata da una lapide tutt’oggi inserita nella facciata del Duomo. Il suo lavoro più famoso è sicuramente costituito dalle storie della Genesi, bassorilievi che decorano la facciata e che raccontano dalla creazione di Adamo ed Eva fino all’arca di Noè. L’importanza di queste opere è da contestualizzare all’epoca, in cui le persone alfabetizzate erano una strettissima minoranza, concentrata nel ceto religioso e in quello nobiliare. La maggioranza delle persone basava la sua conoscenza dei testi sacri sulle prediche dei sacerdoti e sulle immagini, capaci di superare le barriere della lingua scritta. Le scene seguono una narrazione convenzionale da sinistra a destra in ordine cronologico. Gli episodi rappresentati sono semplici e diretti, in grado di veicolare il messaggio religioso a tutti. Lo stesso Dio è umanizzato, simile agli altri personaggi delle storie. Queste figure non sono rappresentate in modo realistico (almeno dal punto di vista delle proporzioni anatomiche) e gli elementi descrittivi sono semplici e riduttivi. Wiligelmo esprime, così, il proprio modo di concepire la realtà, puntando più sulla facilità di comprensione e sull’immediatezza espressiva.
L’invito è di guardare con occhi nuovi e al contempo vecchi questa grande opera, in modo da apprezzare ulteriormente quello che è un patrimonio dell’arte mondiale, ma soprattutto per vederla allo stesso modo di quelli che l’hanno concepita. Il Duomo non era solo un simbolo religioso o politico edificato per mostrare la ricchezza e il potere della città, ma un modo per guardare al futuro con una nuova speranza, sapendo di essere capaci di opere di tale spessore, in grado di competere con la grandezza dell’architettura romana.
Vittorio Trenti
Bibliografia: X. Barral i Altet, Alto Medioevo. Dall’Antichità all’Anno Mille, Taschen 1998. Le Chiese dal Paleocristiano al Gotico, a cura di A. Piva, in Monumenti d’Italia, DeAgostini 1983.
Questo articolo è stato pubblicato sul Cimone, il notiziario del CAI di Modena. Per scaricarlo Cliccate Qui










