Era venuta a dormire da me. D'altra parte, il posto c'era:con un letto a due piazze e mezza, sarebbe stato strano il contrario. La baciai appena chiuse le porte dell'ascensore e smisi solo per aprire la pesante blindata di casa mia. La spinsi sul divanetto all'entrata, con buona pace dei gatti che dovettero abbandonare i loro cuscini cremisi. Non smisi di baciarla, stando in piedi davanti a lei, tra le sue gambe. Mentre accarezzavo la sua lingua con la mia, le mie le slacciavano il pesante cappotto verde scuro. Sotto aveva ancora i vestiti del teatro: un corpetto moderno in pelle, pantaloncini corti di jeans nero e calze pesanti a mezza coscia.
La presi per l'apertura del corpetto, da uno dei ganci sul davanti, per aiutarla a tirarsi su e liberarsi dalla giacca. Smisi di baciarla solo per poterla girare contro lo specchio della mia famiglia: un antico colosso barocco che, da qualche parte negli anni 30 del secolo scorso, aveva perso buona parte della foglia d'oro applicata alla cornice.
Le presi i lunghi capelli rossi e, intrecciandomi tra i ricci, le alzai la testa perchè affondasse lo sguardo nel suo riflesso mentre, tirandola a me, appoggiavo la mia erezione tra le sue natiche.
“Hai tenuto anche troppo questo corpetto” le dissi “ma i ganci sono una via facile” e la morsi sul collo, sempre tenendola.
Le lasciai i capelli,mentre mordevo piano, e, con un unico gesto, sciolsi il nodo che avevo fatto ore prima, sfilando la corda da tutti gli occhielli possibili.
Smisi di mordere e, mentre la corda lasciava la sua presa, disegnai con la lingua una linea verso il suo orecchio, lentamente: un centimetro per volta, un occhiello per volta.
Il corpetto, ormai dviso in due, cadde in maniera scomposta sul suo cappotto lasciandole liberi i seni candidi, le aureole e i capezzoli appena percettibili ma già eccitati.
“Fatto” le sussusurrai, piegandomi su di lei,le mie mani verso i suoi polsi che percorrevano il contrno delle spalle, delle braccia per poi risalire nuovamente a stringerle il seno.
Mentre le accarezzavo il seno, le banciavo la schiena disegnando le vertebre con lunghi tocchi della lingua.
Arrivai alla linea dei suoi pantaloncini, accompagnoato dai suoi sospiri di piacere e, facendo scorrere le mie dita sui suoi fianchi, raccolsi la corda del corpetto.
“Rimani così” le ordinai, scostandole di nuovo i capelli e passando la corda intorno al suo collo.
Quattro spire di corda nera si fissaro poco sopra le sue clavicole: non volevo fermarle il respiro, non così. Non era una trovata per farle perdere coscienza: era il suo collare.
“Alzati ora e specchiati” aggiunsi, guidandola verso l'alto con un capo della corda
“Sì, mio signore” fu la sua risposta, sbagliata nelle parole ma giusta nella forma.
“Guardati e dimmi: a chi appartieni stanotte?”
E nello specchio vi si vedeva solo una figura pallida, nuda fino alla fino alla vita, i seni turgidi e una corda nera che, dal suo collo,sul petto, svaniva nel buio dietro di lei.
“ A.. a…” abbassò lo sguardo senza rispondere
“Non ho sentito…” dissi, prendendole i capelli e rialzandole le testa
“A voi”
Risposi accarezzandole la testa e, tenendola per la corda, la condussi in camera. La feci rimanere in piedi, a fianco al letto, mentre le abbassavo i pantaloncini.
“Queste possono rimanere"dissi,guardando le sue mutandine di pizzo nero "per ora”
Feci scorrere le dita dall'ombelico al suo monte di venere e infine tra le sue cosce. Iniziai a muoverle, avanti e indietro, piano, senza premere e senza lasciare il capo della sua corda. Corda che passai tra le sue gambe, contro il suo clitoride e su, di nuovo, fino alle creste del suo bacino: gemette, sentendo la corda premere e scorrere tra le sue gambe. Circondai la sua vita con un passaggio della corda e un altro ancora fino a fissarla con un nodo poco sotto il suo ombelico.
Mi alzai, stando davanti a lei, presi la corda dal suo collo…e la tirai a me.
Lasciando intatta la corda, presi i nastri blu e rossi: mi sembrò appropriato bendarla con un nastro del colore dei suoi capelli e, una volta resa cieca e ancora più indifesa, la feci sedere a bordo del letto.
Non smisi di accarezzarla, mentre legavi i suoi polsi tra loro; non smisi di lasciar correre le dita sul suo viso mentre le bloccavo i gomiti.
Le legai le caviglie, tra loro e, con il capo rimasto libero, le bloccai ai polsi lasciandola sdraiata sulla schiena, bendata e con le cosce aperte, le gambe piegate e i polsi legati all'altezza dell'inguine.
Le sollevai il bacino di modo da metterle dei cuscini di raso nero sotto. Durante tutto questo, non smise di muoversi ma non per fastidio: a ogni movimento, la roda tra le sue cosce sfregava contro il clitoride; a ogni sfregamento, si lasciava scappare un gemito di piacere, un sospriro di godimento.
Mi piegai tra le sue cosche, seguendo la corda con la lingua: la scostai abbastanza da liberare il clitoride.
“grazie…Signore” riuscì a dire, mentre la leccavo attraverso le mutandine.
Non le spostai: doveva averle addosso mentre veniva, non dovevano muoversi mentre le mie labbra si stringevano sul suo clitoride. Mi implorò di togliergliele, prima di farla venire: risposi irrigidendo la lingua e stimolandola con più forza.
Venne, legata dal raso e dalla corda del suo corpetto. Venne, indossando ancora le mutandine di pizzo.
Non indossava altro che le calze pesanti e i leggeri segni rossi dei miei nastri sulla pelle d'avorio. Si mise in ginocchio al bordo del letto, lasciandomi la possibilità di passarle alle spalle e stringerla a me. La morsi di nuovo, sul collo, le mie mani sui suoi fianchi che scendevano seguendo i muscoli dell'inguine verso il morbido pube rosso e tra le sue gambe.
La spinsi in avanti piano, mentre la masturbavo; la feci mettere a carponi, mentre muovevo le dita avanti e indietro tra le sue labbra. Le spinsi il volto tra i cuscini di raso mentre le mie dita la penetravano; le tenni la testa ferma, mentre veniva e il suo orgasmo colava piano e caldo sulle mie dita.
Senza smettere di accarezzarle le labbra, il clitoride e le cosce, le presi i polsi e, prima uno e poi l'altro, li portai dietro la schiena. Smisi di accarezzarla per poter prendere i nastri e legarle le mani distro la schiena.
“Grazie…” ansimò tra i brivi di piacere nel sentire la seta scorrere sul suo corpo.Dopo i polsi, passai alle gambe: legai le caviglie a una sbarra un cilindro di legno per impedirle di chiudere le gambe.
Rimasi qualche secondo a osservarla: la testa appoggiata ai cuscini, le gambe aperte e il culo in alto; nuda, bagnata dagli orgasmi precedenti e dal pensiero di quelli a venire.
Scelsi di penetrarla con la lingua, prima che altro. Scelsi di spingerla dentro il suo corpo, il più possibile, tenendole fermo il bacino. Volevo sentire il suo sapore, volevo fino all'ultima goccia della sua eccitazione. La sentii godere e venire nella mia bocca, la sentii tremare sotto le mie mani che la tenevano ferma e premuta controla mia bocca.
Non persi tempo a spogliarmi: abbassai pantaloni e boxer e scivolai dentro di lei. Iniziai piano, tirandolo fuori completamente prima di penetrarla di nuovo. Ancora e ancora sentendola gemere di piacere ogni volta, tenendole fermo il bacino ogni volta che tentava di riprendermi dentro di lei: non aveva il potere di decidere come e quando godere.
Non il potere di decidere quando nè quanto venire.
I colpi si fecero più vicini, più veloci, mentre la tiravo a me per i polsi. Venne, mordendo i cuscini. Venne, tremando di piacere e venne ancora implorandomi di lasciarmi andare.
Mi scostai dal suo corpo nudo e mi misi in ginocchio, all'altezza della sua testa. Le liberai le gambe e la spinsi su un fianco, lasciando che lo prendesse in bocca.
Lasciai che leccasse il suo sapore, lasciai che arrivasse fino in fondo con la sua bocca.
“Per…favore…” mi chiese, riuscendo a liberare la bocca “vi prego… voglio…”
Non finii la frase:lo ripresein bocca e ,tenedole i capelli, mi lasciai andare tra le sue labbra.