A Henry
Ti avrei dedicato la mia vita.
Avrei condiviso tutte le mie vittorie con te e avremmo fatto l’amore dopo ogni traguardo, dopo ogni giornata, dopo ogni bacio.
Io che quel sentimento non l’avevo mai provato se non con te. Come potrei anche solo provare a ricercarlo in qualcun altro che non sia tu?
So che qualsiasi altra persona non potrà mai toccarmi l’anima.
Le nostre cellule erano una cosa sola.
Quei tuoi occhi folli. Non li avevo mai visti prima. Non erano umani, bensì demoniaci.
Solo tu sai che vuol dire vivere. Tu che dalla vita ti distacchi perché ti odi troppo. Mi chiedo se mi odi o mi ami così tanto da non volere che mi possa ammalare di te. Non lo sai che è troppo tardi?
Sono cronicamente malata. Mi manca anche il dolore che mi procuravi. Sono un’autolesionista dalla nascita e tu sei stata l’arma più grande che io abbia mai usato contro me stessa.
Non riesco a sentire niente se non mi fa male. Forse è per questo che pensavo di poter essere tua per sempre. Tu che sei così innamorato del dolore, avresti amato anche a me.
Ho sempre immaginato il tuo funerale. Io avrei parlato come quella che ti è sempre stata accanto e non ti ha mai avuto, sarei stata distrutta più di tua madre. La vedova dell’uomo più straordinario e malato al mondo. Ho dovuto anticipare la cerimonia nella mia testa, farti morire prima del previsto. Farti morire perché io potessi di nuovo vivere. Ma sono in un lutto depressivo e antiemozionale. Non parlerò al tuo funerale. Voglio morire io prima.
Avrei preferito prolungare l’agonia e non piombare in questo fosso dove non arriva la luce del sole, il vento sulla pelle, l’ossigeno nel sangue.
Volevo continuare il gioco, in cui sempre ho perso con te. So solo che sei vivo e nient’altro.
E’ successo solo nella mia immaginazione? Tutto ciò che siamo stati, tu l’hai mai vissuto?
Hai mai guardato noi come guardavi me?
Sei uno sconosciuto che ho sempre pensato di psicoanalizzare. La verità è che non so niente di te, come non so niente di me.
Forse siamo ancora uguali, o forse siamo sempre stati talmente lontani da non poterci vedere per quello che siamo. Tu hai bisogno che io sia come te, ma perché? Non ti basti da solo, e io non mi basto senza di te.
Eravamo solo due bambini che si rincorrevano. Quando sono inciampata volevo odiarti e l’ho fatto. Ti ho annullato.
Io che con te sono inciampata talmente tante volte da averci fatto l’abitudine.
Pensavo fossimo uguali da assimilarci, non poteva esserci il rischio di un rigetto.
Il mio organo sessuale trapiantato. La mia carnalità resa umana.
Eri la mia espressione più forte. Il mio romanzo mai concluso. La mia storia più vera.
Ti vedo nelle parole degli altri e sto male, ti sento tra le gambe anche quando non sei tu a toccarmi, il cibo non mi piace più. Niente sa di te. Ho paura della mia memoria. Non voglio ricordare qualcosa in cui non ci sei.
Vorrei avere un’amnesia per dimenticare il tuo odore. Vorrei non aver mai avuto il dono della vista. Vorrei non essere mai stata me.
Vorrei non averti amato.
Ho un termine di paragone irraggiungibile, la mia insoddisfazione sarà eterna. Il sesso e l’amore sono i miei nemici più fidati. Si fondono sotto la pelle e diventano un flusso continuo inarrestabile.
Sento troppo o troppo poco. Non c’è stimolo che non derivi da quel flusso.
E’ una forza creativa e distruttiva allo stesso tempo. Io amo e distruggo. Non c’è un’isola di salvataggio, non c’è pace.
Ho avuto potere su di te e ho lasciato che tu ne avessi su di me.
Un’eterna battaglia mai vinta, mai persa.
Solo un gioco di potere che si è servito della carne. Io e te carne. Io e te mente.
Non c’è mai stata differenza.
-manibucate

















