Storie che sono diventate un rimprovero
Anni fa, da bravo liceale modello, avevo in testa l’idea di scrivere. All’inizio pensai che avrei potuto scrivere un libro, seguendo le istruzioni di Eco, Svevo, Pirandello, che a quell’epoca divoravo. Poi mi ridimensionai e passai ai racconti. Infine, non trovandomi bravo neanche in quello, rinunciai per entrare nel mondo giornalistico, visto il mio sempreverde interesse per le questioni sociali e politiche.
L’idea non mi passò mai del tutto fino a quando non andai all’università , e non molto tempo fa di nuovo è ritornata prepotente. Questo mi ha fatto riaffiorare alla mente una storia che adesso è molto sfocata nella mia testa, e voglio scriverla prima di lasciarla andar via del tutto.
Un giorno di liceo, avevo chiesto appuntamento ad una vecchia firma del giornale locale. Sapevo che aveva lavorato per grandi testate e che poi aveva pian piano ridotto i suoi articoli fino a lavorare part-time per la sua cittĂ e saltuariamente mandare le sue opinioni ad un grande quotidiano.
Mi diede un appuntamento strano. Un vecchissimo bar, vicino alla pescheria della mia città , alle 7 e trenta del mattino. I vecchi e il loro sonno. Quando arrivai, stranamente riposato e con un quaderno in mano, lo cercai con lo sguardo. Il barista mi guardò, e in modo brusco ma allegro mi indicò di salire al piano di sopra. Immagino che dovessi essere una figura curiosa per lui.
Lo trovai là , una figura magra con una corta barba bianca, la sua camicia azzurra abbottonata con cura e il pantalone grigio in fresco lana. Era seduto su una vecchia sedia di legno e vimini, le gambe accavallate e una sigaretta accesa. “Qua mi fanno fumare”, mi disse in dialetto. Mi sedetti e, dopo averlo ringraziato, cominciai a fargli domande. Era una sorta di intervista, più per cercare una motivazione per me, che per sapere come si facesse il giornalista.
Lui mi rispose sempre con cortesia e in un dialetto così elegante che non pensavo fosse possibile. Ricordo poco di tutto il discorso, avrò quel quaderno ancora da qualche parte. Ma ricordo bene che nel bel mezzo del nostro incontro io gli feci la domanda più banale del mondo e rimprovero il liceale che ero. “Come ha fatto a capire che voleva fare il giornalista?”.
Lui mi guardò severo e mi rispose in quel raffinato dialetto, ma io lo scriverò in italiano parafrasando. “Figlio mio, nelle cose ti ci ritrovi. Per caso scopri che sai scrivere, o sai suonare, o sai vendere. E allora cominci a farlo e hai due scelte. O lo fai e basta, oppure ti ci appassioni e fai sì che non sia stato quel qualcosa a scegliere te, ma tu a scegliere lui.”.
Non sono mai stato convinto di quella frase e non lo sono neanche adesso. Ma, forse, a volte ci ritroviamo davvero in mezzo al mare d’improvviso. E, a quel punto, magari, è meglio nuotare con criterio cercando di arrivare alla terraferma piuttosto che galleggiare.