De Gregori e la polemica.
Francesco De Gregori ha infastidito perché ha rifiutato il rito contemporaneo dell’auto-certificazione morale. E oggi chi non partecipa al rito viene subito percepito come manchevole. Questa richiesta continua di “posizionamento” rischia di produrre un’estetica del consenso, un po’ come succede in buona parte dell'arte contemporanea.
De Gregori, nel bene e nel male, appartiene a una scuola diversa: quella per cui l’autore non è obbligato a trasformarsi in commentatore permanente dell’attualità. È una postura che oggi viene letta da alcuni come elusione, ma che può anche essere letta come rispetto per la complessità.
È il conflitto tra due idee di autore: l’autore come coscienza pubblica, chiamato a prendere posizione esplicita; l’autore come figura obliqua, che lascia parlare l’opera, le omissioni, le ambiguità.
Non sta dicendo “gli artisti devono tacere”. Sta dicendo: non mi arrogo il diritto di fare il sacerdote morale su temi complessi solo perché ho un microfono. È una posizione quasi anti-performativa, in un’epoca in cui molti interventi pubblici sembrano fatti più per branding etico che per reale profondità. La pressione a esplicitare tutto (posizione politica, poetica, intenzione, statement) spesso uccide quella ambiguità feconda da cui nasce l’opera.
Paradossalmente, il suo silenzio argomentato è stato più eloquente di tante prese di posizione perfettamente allineate e dimenticabili dopo ventiquattr’ore.











