Ieri é stata una giornata di buio totale.
Avete presente quote buoi intendo che ti fa credere di avere gli occhi chiusi? E voi che lo spalancate ma nulla, non si intravede nemmeno una piccola sfumatura di grigio. Vi portate la mano agli occhi ma non vedete nessun cambiamento, nessun riflesso, quasi ve la sbattete contro il naso.
Tutto questo sembra surreale, ma ho appena scoperto questa nuova sensazione di devastante agonia, nel non vedere e del non essere visti. Ho provato tanto dolore. E poi ho pensato: quante persone sentono questo? Da quanto tempo prima di me? Per quanto tempo lo hanno provato o da quanto tempo lo stanno ancora provando?
Mi rattrista. Il dolore delle persone mi rattrista, forse più del mio. E mi rende un frustrato. È desolante percepire il malessere altrui, non poter fare nulla per aiutarli.
- “e il tuo Elia? Il tuo malessere non è degno di essere notato da te più di quello degli altri?”
Questa domanda l’ho sempre avuta in testa, ma ho sempre avuto una risposta chiara in mente. Perché il mio malessere dovrebbe contare più degli altri?
No! Io non ho mai pensato a me perché non lo reputo giusto.
Ho sempre dato per scontato che mettersi apposto fosse automatico, solo dopo aver aiutato qualcuno potevi pensare a te. Una persona che non aiuta gli altri e pensa solo al suo, per me non vale nulla, e non reputo pensabile che possa riuscire a stare meglio se non sono in grado di aiutare gli altri.
Almeno credevo fosse così.
-“quanto dolore… ma Elia come sta?
Questa domanda, è una settimana che mi rimbalza in testa. La dottoressa al primo appuntamento ha subito tirato fuori l’artiglieria pesante. Per la prima volta sono rimasto senza parole, senza risposte. Senza nulla. In un attimo la stanza era vuota, buia, e io ero al centro, da solo.
La cosa che più mi fa rabbia è come io abbia tradito il mio unico ideale.
- “non volevo che i miei genitori litigassero e io prendevo le colpe delle cose che la nonna faceva per sbaglio “
Questa frase nonnina, me l’hai detta tu, mi raccontavi di quanto fosse per te importante che i tuoi genitori non litigassero per cose futili, prendendoti colpe che non avevi, per il quieto vivere della famiglia. Pensavi agli altri, non a te. Che eroina! Per me è stata una svolta, da lì ho preso questo esempio. Quanto ero felice! Quanto era bello fare in modo che tutti andassero d’accordo, tutti si volessero solo bene, senza mai discussioni, almeno non per cose importanti. Avevo 6 anni nonna. E te mi dici ancora la stessa cosa ogni volta che ti vedo.
- saluta la mamma, saluta Gioelino, mi raccomando fai il bravo, non litigate”.
Non litigate. Nonna è stata tanto dura ma ho sempre seguito questo tuo mantra. L’ho fatto mio.
Ma da lo scorso giovedì, dopo la visita, ho cambiato prospettiva. E non la accetto. Avevo 6 anni nonna quando mi hai mostrato che la bontà di cuore è un dono inestimabile. Avevo 6 anni quando ho capito cosa volevo nella mia vita, circondarmi di poche persone, fidate, a cui volere bene e con cui non litigare, mai, e sempre solo aiutarle.
Avevo 6 anni, 23 anni fa, e avevo iniziato a far crescere inconsapevole il mostro che ora è dentro di me. Avevo 6 anni, un bambino, ignaro di aver creato la sua rovina con le sue stesse mani.
E ora che dovrei fare?
Io voglio davvero ripudiare il me passato, la mia mentalità, la mia morale? Per cosa poi?
Il mio bene?? Lo potrò mai fare?
Io so che la risposta sarà sempre no in fondo. Perché non mi convince questa cosa, non posso farne a meno. Forse ormai è solo dipendenza, o chiamatela scudo o abitudine. Ma volersi bene è la cosa più difficile che c’è al mondo e mi spaventa. Mi spaventa iniziare a impararlo da ora. Mi spaventa cosa accadrà quando mi volterò indietro. Mi spaventa non avere nessuno su cui contare come gli altri penso possono contare su di me. Fa male pensare a se stessi. Non è normale per me.
Dopo questi 7 anni passati con lei, pensavo di essere finalmente libero dalla gabbia della mia persona. Mi sentivo così sicuro, mi sentivo in pace. Avevo il mio obiettivo davanti, la mia vita per me era bellissima, con qualche imperfezione, giusto quelle che te la fanno amare, che ti fanno venire voglia di aggiustare il tiro per migliorarti, per essere sempre un passo avanti al te di ieri. Ma si è sgretolato tutto. E mi viene da chiedermi se forse non avessi costruito tutto sopra un terreno che era marcio già di partenza, un terreno arido destinato a non generare più vita. Sono stato così illuso da pensare di poter costruire qualcosa di così bello e duraturo sulle mie spalle ormai indegne? Sono così arido come terreno da non poter piantare nemmeno un erbaccia?
Forse è proprio così sai nonna. Un giorno capisci che le cose belle, i pensieri giusti che mi hai regalato, i consigli, venivano fuori in realtà da una donna arida, annullata per il prossimo, che non poteva dare niente a se stessa, perché aveva deciso di dare tutto agli altri. Sei e sarai per sempre la mia eroina in questo senso. Avrai sempre una statua in tuo onore nel mio cuore per questo insegnamento. Ma non è un buon insegnamento se parte da una base corrotta, corrotta da se stessa, dalle circostanze della sua vita.
Mi dispiace nonna di essere poco presente, e di non essere cresciuto prima mentalmente da capire il tuo ingenuo errore. In questo mondo, le persone come me e te, che hanno questi pensieri e ideali puri non posso sopravvivere. Il tuo mondo era idilliaco, finto, irrealizzabile. Ma sperare di poterci vivere un giorno era benzina per il mio cuore.
Grazie nonna per l’insegnamento bellissimo che mi hai dato. Amaro con il senno di poi, ma bellissimo.
Adesso ho quasi 30 anni, mi sento un bambino di 15 mentalmente. Ma siamo realistici: la vita mi sta scorrendo tra le dita. Quel filo così sottile è impossibile da fermare, più stringo le mani più scivola via. Cosa ne ho fatto di tutto questo tempo? Come potrò ripartire da zero ora? Pensarci mi rende debole, patetico. Ho sempre pensato di essere un po un inetto, forse mi accollò troppo al bisogno che le persone possono avere nei loro momenti bui. E nei loro momenti felici sono sempre lì a rendermi ridicolo, cercando di far divertire tutti, strappare una risata a chiunque è motivo di giubilo per me.
- “è bello pensare agli altri, ma ti carichi di dolori non tuoi che reprimono il bisogno di pensare a te, mettendo da parte il tuo dolore. E quindi la mia domanda a fine sessione resta sempre la stessa: ma come sta Elia?”










