G: « ti ricordi che a San Valentino girava il coro delle rane per mandare i messaggi? » gli domanda, con i faretti verdeazzurri ora fermamente puntati sulle proprie mani giunte « ecc... ho ricevuto un messaggio » pigola piano.
T: « sì che ho presente, spuntavano ovunque. » il tono basso, un po’ mangiato dal mugugnare e dall’accento ben marcato. « ah. » alla fine. La occhieggia un pochino, abbassandosi quel tanto da poggiare le braccia sul banco e poi sistemarci sopra il mento. « ..e chi te l’ha mandato? »
G: « Non ne ho idea » spiattella subito, sul mittente del messaggio, insistendo per fissarsi le mani, impegnata a tormentare i polsini del cardigan color lavanda « cioè... mi hanno detto che l`aveva mandato Lionel ma non ci ho creduto neanche per un istante » lancia un`occhiata a Theodore che però tradisce una certa preoccupazione « non può essere, no? cioè, lui sta con Blythe... » sgrana gli occhioni verdeazzurri, rifiutandosi categoricamente di contemplare la possibilità. Si schiarisce poi un po` la gola ed insiste « Si... parlava dei miei biscotti e... mi sono chiesta... » arrossisce visibilmente, con la pelle color caramello che si fa un po` più scura in corrispondenza delle gote « se... se tu ne sapessi qualcosa » riesce a soffiare.
T: si è stranamente quietato: messo giù, a guardare Georgia di sbieco, fino a tendere un pochino i lineamenti in un’espressione appena più tesa, sul chi vive. Quella di una bestiolina finita all’angolo, man mano che la compagna prosegue. Al che una mano sfugge dalla sua funzione di appoggio e sfila, piano piano, a riprendersi l’antistress che magicamente si riattiva. « mmmh.. » brontola basso. Gira il capo, lasciandolo cadere su un lato, così obbligato a guardare altrove. « era un coro decente, almeno? o hanno fatto schifo? » ricambia con una domanda, calma e stranamente misurata.
G: « Sono stati adorabili » conferma con un sorriso dolce « come mai me lo chiedi? » gli domanda aggrottando lievemente la fronte e tossicchia leggermente « se... se fossi stato tu » arrossisce visibilmente, nonostante faccia lo sforzo di mantenere, questa volta, i faretti verdeazzurri fissi sul volto del ricciolino « me lo diresti, vero? » gli domanda, sbattendo le palpebre ed offrendogli, involontariamente, uno sguardo da cerbiatta particolarmente deliziosa, quasi ci fosse una particolare inflessione nelle parole di Georgia che renderebbe quasi impossibile al giovane rispondere con una bugia.
T: quello che si trova davanti lo mette in difficoltà: aggrotta la fronte, sembra avere qualcosa sulla punta della lingua che fatica a cacciar fuori. E però lo fa lo stesso, nonostante la voglia di rimangiarselo subito: « te l’ho mandato io, ‘sto coro del cavolo. » ammette, nervoso. Ma nervoso non in un senso proprio d’imbarazzo, che non sembra in grado di toccarlo mai più di tanto, quanto più nel trovarsi tra le mani confessioni e bugie varie senza riuscire a trovare un modo di scamparsela. La fissa per un altro po’ in modo insistente, quasi a voler silenziosamente sfidarla a sgridarlo per la pessima decisione. « non te l’ho detto perché tanto non fa niente– e adesso lo sai, quindi.. » quindi, insomma, non devono più parlarne per forza. Così per dire.
G: « Oh » gli occhioni che lo fissano un po` incerti. [...] « È stata una cosa dolce » gli fa notare, con un bel sorriso sul volto da bambolina, non riuscendo minimamente a mascherare una certa gioia e soddisfazione per aver spinto il ragazzo a quello che, nei suoi occhi, è un grande gesto e la porta a chiedere piano al ragazzo, incalzandolo vagamente e rialzando i faretti verdeazzurri dritti su di lui « non sapevo che ti sentissi... si, insomma, che mi vedessi in... quel modo » è palesemente a disagio ora, a definire e usare certi termini, mentre si umetta le labbra, eppure c`è della sincera e genuina curiosità e sorpresa.
T: « e perché no, scusa. » manco fosse colpa sua che non se n’è accorta (!). « se quelli del coro non hanno fatto i matti e si sono messi a sparare bolidate stratosferiche, alla fine sono cose vere. tipo che potevo dirtele anche io ma poi non avevo voglia che ti scocciavi o che smettevi di trattarmi come mi tratti di solito perché– boh, guarda come parli adesso! » poverina. « perché se mi tocca finire come Alexanderson che smatta in sala grande perché frappie gli fa i musi allora poi mi ammazzo. » e il dramma può accompagnare solo. « quindi ti prego non iniziare a farmi i musi, va bene? » che è proprio una richiesta sincera, molto di pancia. [...] « puoi sempre far finta di non saperlo e basta, se ti dà noia - come io col disordine del mio pezzo di camera. »
G: Sbatte le palpebre, ammirandolo e non potendo fare a meno di trillare dolcemente « Quindi... ti piaccio? » gonfiandosi un po` inorgoglita e con una nota trionfante nel luccichio che le grazia gli occhioni verdeazzurri. Scuote di nuovo la testa, con più enfasi « Anche tu mi piaci, Theo » glielo dice sincera e serena, su due piedi, senza neanche il bisogno di pensarci.
T: « … » aggrotta appena la fronte, vagamente sospettoso « SE INTENDI COME TI PIACCIONO TUTTI– » parte con qualche decibel di troppo, in effetti « allora vado a chiedere per davvero il paraorecchi a Thingread per lagnarmi fortissimo. » come ha fatto già lunedì, durante la lezione delle mandragole. Tant’è manco la molla, se la tiene incastrata lì nella sua morsa molesta, a cincischiarle le guance.
G: Alza gli occhi però, dopo, quando il ragazzo sembra partire per la tangente e ritorna solo per lanciargli un`occhiata fulminante « Theodore! » richiama la sua attenzione con una certa decisione, nonostante la morsa molesta del serpino non possa essere particolarmente positiva per la sua minacciosità « mi... » arrossisce però, preferendo deflettere su un « non come tutti ».