8 agosto 2026 Cosí parlò il letterato
Ciao a tutti, riemergo su questi schermi per annotare qui con voi una cosa.
Il mese scorso è morto un poeta polese di lingua italiana, Ugo Vesselizza. Lo sto leggendo in questi giorni, e avevo una cosa da dire - ridere dei morti è per me un buon modo per ricordarseli.
Per chi abbia voglia di leggere due righe e ridere di certa critica letteraria, eccovi una poesia dello stesso. Questa è la parte noiosa del post, quella simpatica arriva tra poco, per chi sorride almeno di quello per cui rido io.
Nei momenti dopo la partenza, quando il sole è già alto
su in cielo e l'orizzonte si protende da lontano,
può accadere ci si senta turbate, anche se
non sembra all'apparenza. La giustizia
è allora ammettere che la mano protesa dei figli
dietro il vetro posteriore, o l'auto che avanza piano,
o le cure del marito di un istante prima
aiutano soltanto nel senso che sono vere, ma non
abbastanza che ci si possa, propriamente, accontentare.
E in questa luce, una potrebbe anche pensare che la
partenza non ha più importanza, o che potrebbe
anche, quasi, rivelare nella vita una grande illusione.
Di questa poesia è stato detto, da Elis Deghenghi:
«Nel suo modo di "contemplare" la vita, Vesselizza mostra una rara sensibilità nei confronti dell'universo delle donne: sa immergersi nell'animo femminile tanto da pensare e parlare da donna (per un poeta che ha già un modo tutto particolare di percepire la vita, questa capacità non può che essere un ulteriore dono)"»
Sottolineate tre volte col rosso quel "rara sensibilità nei confronti dell'universo delle donne" perché io non ero pronta e non lo sarete neanche voi.
Mettiamoci dunque alla prova e giochiamo: qualcuno riconosce la "rara sensibilità" di cui prima in questa seconda poesia di Vesselizza?
Se le ragazze mostrano le curve,
d'estate più leggere nei vesti[ti],
se nei pensieri crescono le turbe
per queste gazze in cerca di mariti,
se le ragazze portano le gonne
corte, attillate, strette le magliette,
se caldi i sensi accendono le donne,
più sensuali, rotonde, nelle tette,
se sembrano le gambe da cerbiatte,
il culo più severo un monumento,
se le passioni infuriano già matte
per queste bestie dolci in nocumento,
se il desiderio freme e confonde
sotto il sole del giorno più eccitato,
io allora avvampo, sempre le profonde
strade del sesso inseguo, stralunato.
Ora, prendiamoci una pausa: è una questione di gusti e i miei sono pessimi, e l'ultima poesia non solo mi piace, ma credo sia anche la migliore di Acqua sull'Acqua, la silloge che la contiene. Pausa finita: il problema è che talvolta mi sembra che i commenti dei lettori o dei critici siano pensati per far risaltare la propria - presunta - sensibilità ermeneutica e poetica scritturale e non che nascano invece da una lettura accorta e, soprattutto, completa e globale. In questo caso, per esempio, la sola silloge citata, che contiene entrambe le poesie, basta per mettere in crisi quello che la Deghenghi afferma - annoto che, tra le tante cose fatte, la Deghenghi ha insegnato per 40 anni Letteratura Italiana in un'università di Pola, quindi non metto in dubbio che abbia letto Vesselizza completamente, ma se l'ha fatto, onestamente il suo giudizio è pure peggio.
Mi pare che certo modo di fare critica sia derivativa di quell'idea per la quale, fintantoché lo si faccia finemente, si possa far dire tutto a tutti, e tanto meglio se lo si fa con certo fare intellettuale. Poiché, infatti, chiudendo un occhio sul giudizio di Deghenghi, ma che cazzo vuol dire che un uomo sa parlare da donna? Che scrive di una donna come se fosse lui? Che adotta un punto di vista femminile? E che quindi parla e pensa come lei? Come parlano le donne? Come parlo io? Non capisco, genuinamente, e la questione non è femminista - Dio me ne scampi -, ma letteraria.
Adesso me ne ritorno nella mia tana.